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POV Yoongi

Amo il mio lavoro. Non ho tutte quelle cose da fare come quando facevo l'agente. Ho la metà dei fascicoli da firmare, la metà delle responsabilità, la metà del tempo obbligatorio in ufficio e la metà delle seccature.
Ho tutto il tempo che voglio per riposare, per dormire, per rilassarmi... le mie cose preferite.

Non posso dire però che il passaggio da agente a interrogatore sia stato piacevole... Ho passato settimane di dolore prima che un angelo mi convincesse ad andare da un dottore.

Di chi parlo?
Jimin un giorno mi trovò piegato in due, in preda agli spasmi nel mio ufficio ed accorse in mio soccorso. Nei giorni dopo l'operazione era l'unico che mi era stato veramente vicino e a cui avevo raccontato gran parte della mia vita, compresa il periodo della depressione.
Non lo faccio con nessuno, ma Jimin ha qualcosa di speciale. Cioè è affidabile, mi fido di lui più di qualunque altro.

Mi alzo dal mio comodo sofà dopo ben 3 ore e non appena lo faccio mi rendo conto di avere tutte e due le gambe addormentate. Ripenso a ieri e al mio quasi omicidio involontario di Taehyung, chissà se sta bene. Non che mi interessi più di tanto.

Il mio telefono comincia a vibrare e lo recupero con un po' di fatica dalla tasca dei pantaloni.

È Namjoon.
Vuole me e Seokjin nel suo ufficio.

Giuro che se quel medico fa anche solo una delle sue battute disgustose lo fiondo fuori dalla finestra.

[...]

Era da molto che non entravo nell'ufficio di Namjoon, il nostro capo, non che dirigente esecutivo dell'agenzia Bulletproof.
È tipo estremamente affidabile, fedele e sincero, ma con un talento nel rompere qualsiasi cosa che lo circonda.
Ecco perché nel suo ufficio ci sono poche cose, la maggior parte di plastica.

Ha un taglio militare e capelli marroncini simili a quelli di Taehyung.
Prima anche lui era un agente, era in squadra con me e poi ha fatto carriera, salendo sempre più in alto. Era l'unico di noi che aspirava a quella carica, nessuno voleva tutte quelle responsabilità.

Si alza dalla sedia e ci saluta con un inchino, poi inizia a scrutare me e Seokjin dalla testa piedi. Negli anni ho imparato a fidarmi del mio istinto, e in questo momento penso non mi riservi nulla di buono.

Non accenna a dire una sola parola, ci guarda e basta. Dopo poco si schiarisce la gola e pronuncia un nome che riesce a farmi mandare a puttane il cervello dalla paura.

«Cho Junyong.»

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