capitolo trenta

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ELIZABETH
Los Angeles, 28 dicembre

La voce acuta di mamma mi riportò con i piedi per terra. Il pane si era bruciato all'interno del tostapane e il caffè era fuoriuscito dalla vecchia moka sui fornelli.

Mi alzai dalla sedia, osservando rammaricata il disastro combinato.

«Elizabeth devi stare attenta! Che ti prende?» mi domandò lei, gettando nella pattumiera la fetta carbonizzata.
Boccheggiai, cercando delle parole sensate da poter pronunciare.

«Sono... sono solo stanca»

«Finché torni a casa alle sette di mattina, ci posso credere» non aspettò nemmeno un secondo nel borbottare quella infantile frecciatina, facendomi inevitabilmente alzare gli occhi al cielo.

Non le risposi, scappando in silenzio verso il salotto. Purtroppo mia madre non si sarebbe mai arresa e, ancora prima che potessi sprofondare nel divano, me la ritrovai alle spalle.

«Ho ventun anni, mamma. Il concerto è semplicemente durato più del previsto e anche senza una spiegazione penso di essermi meritata la tua fiducia in tutti questi anni» non la guardai nemmeno in faccia; odiavo mentire, sopratutto a lei.

«Garrett è rientrato alle cinque, tu due ore dopo. Scusa se mi sono preoccupata!»

Trattenni il fiato, stringendo uno dei tanti cuscini colorati del sofà.
Portai le ginocchia al petto e facendomi sempre più piccola, sperai di scomparire.

«Hai parlato con Garrett?!»

«No. Quando l'ho chiamato lui non mi ha sentito, è subito rientrato in casa»

Sospirai, felice di non dover più avere alcun contatto con quel verme senza palle.

«Questo però non giustifica il fatto che tu abbia girato da sola per la città!»

La sua espressione era tirata e i suoi occhi erano stanchi. Dopo nove ore di turno in ospedale era in piedi a farmi la predica e non avevo nemmeno il coraggio di immaginare cosa avesse pensato nel vedermi rientrare così tardi.

Proprio io, ragazza che aveva passato la sua adolescenza in casa o nella stanza di Amanda.

«Sto bene mamma, sono viva»

«Chicago ti sta dando alla testa»

«Come scusa?»

«Ti sei sempre fidata di noi, ci hai sempre raccontato tutto... ma ora sei così! Sei cambiata!»

«Io non sono cambiata» sussurrai, spostando lo sguardo dal suo.

Prima che il vulcano potesse esplodere per davvero, dal corridoio comparve papà vestito in giacca e cravatta e pronto per andare a lavoro.
Mi lasciò un delicato bacio sulla guancia sussurrandomi all'orecchio "sono felice che tu stia bene"

Appoggiò una mano sulla schiena di mamma e uno al fianco dell'altra ritornato in cucina.
Leggeri mormorii provenivano dalla stanza, il rumore delle tazze o delle pagine del giornale sfogliate accompagnavano la mia silenziosa colazione, rendendo tutto estremamente tranquillo.
L'orologio alla parete segnava le otto e venticinque, la testa pulsava ma l'adrenalina nelle mie vene pompava ancora senza sosta.

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