27.

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Aprile.
Aprile fu duro, in una nazione in cui non tornavo da quasi una decina di anni, dove a malapena ricordavo la lingua, dove non conoscevo nessuno, siccome avevo perso tutte le amicizie.
I miei pomeriggi li passavo in una piazzetta fuori città, in chiamata con Mireia, o chattando con il giovane calciatore, che non esitava ogni giorno a scrivermi, insistendo a volte.
La scuola era praticamente una sofferenza unica, senza alcun che conoscessi, sola come un cane, nel mio umile banchetto, rinchiusa in una bolla, allontanata da tutti. Avvolte mi capitava di sentire, ragazze che per quanto potessero essere interessate al calcio, si basavano soltanto sulla bellezza di un singolo giocatore, infatti durante la ricreazione continuavo a parlare di "Pablo Gavi" e di quanto sarebbero state in grade di conquistarlo.
Per me, tutto ció, creava una rabbia allucinante, rendendomi furiosa e nervosa durante le giornate, seppur non potessi fare nulla ed ero impossente davanti a mia madre, che quando dettava gli ordini erano sacrosanti.
Il tempo meteorologico non era male, anzi, le giornate erano spesso soleggiate e miti, di temperatura, ma non c'era nessuna attività intraprendente da svolgere o sui cui informarsi.
Era tutto tornato noioso, monotono, proprio come i miei primi decenni di vita in questo Paese.
Barcellona e Siviglia mi mancavano più dell'aria, più di qualunque altra cosa, volevo tornare a casa!
Verso la fine di questo mese primaverile, Pablo smise completamente di scrivermi e la cosa mi preoccupò, infatti, decisi di non scrivergli io, per vedere se un domani avrebbe nuovamente ripreso a scrivermi, ma non fu così. Tutto ció mi stressava, avrei soltanto voluto che tutto questo viaggio non fosse mai successo. Ormai, ogni giorno lo passavo litigando con mia madre sopratutto, per poi passare le notti a consolare mio fratello, che pochi giorni prima fece tredici anni. Lui, puntualmente verso le ventuno si presentava in camera mia, già con le lacrime sgocciolanti dal mento a causa dei suoi sogni infranti...avrebbe voluto continuare a giocare al Barça, ma non si arrese. Seppur fosse di un terribile umore giornalmente, continuava ad allenarsi con frequenza a casa, rifiutando qualsiasi contratto di altre società, lui voleva soltanto la sua squadra blaugrana, e anche io.
I giorni si alternavano così: litigi con mamma, pomeriggi sommersa da compiti e chiamate con Mira dalla mattina alla sera. Ero diventata scansafatiche, peggio di prima.
E dopo che Eneas si addormentava tra le mie coperte, era il mio turno di piangere, sfogandomi e soffocando le lacrime nel cuscino, pensando sopratutto a quella fatidica domanda che mia madre mi chiese in aereo: "Siete amici o lui ti vede come un'amica?".
Perché Gavi non rispondeva più? Era colpa mia? Per quale motivo mamma ci ha portati qui? Per soffrire?

Millions -'ღ'- GaviDove le storie prendono vita. Scoprilo ora