42. Ultimo capitolo

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Sei mesi dopo

Il sole è appena sorto, e l’aria sa di erba bagnata e fiori.

Scosto la tenda e guardo fuori: la campagna si estende davanti a me, immobile e rassicurante, come se il tempo qui avesse un ritmo diverso. Sei mesi fa non avrei mai immaginato di trovarmi qui, a respirare questa quiete. Sei mesi fa tutto dentro di me era caos e dolore.

Mi giro verso il letto e allungo una mano sul comodino. Lì dove c'è il mio taccuino. Lo apro, sfogliando le pagine riempite giorno dopo giorno. Appunti sparsi, pensieri confusi, riflessioni nate durante le sedute di terapia. Leggerli adesso è come osservare un’altra me stessa, una versione spezzata che ha provato a rimettere insieme i pezzi.

Una voce mi richiama dal piano di sotto. È mia madre.

«Ambra, vieni a fare colazione!»

Sorrido appena.
È un traguardo.
Mesi fa non avrei mai pensato di riuscire a sorridere ancora.

L’odore di caffè e pane tostato riempie la cucina, mentre il sole del mattino filtra attraverso le tende leggere, disegnando ombre morbide sul tavolo di legno. Il suono delle stoviglie e delle tazze riempie il silenzio, un sottofondo familiare che mi fa sentire al sicuro più di qualsiasi altra cosa.

Mia madre è ai fornelli, mescola un impasto giallognolo in una ciotola, sta facendo una torta, come faceva quando io e mia sorella eravamo bambine. I suoi capelli castani sono raccolti in una coda disordinata, e la sua espressione è tranquilla, serena. Finalmente.

Mio padre, seduto a capotavola, legge il giornale, anche se so che ascolta ogni parola che diciamo. Indossa una camicia di flanella a quadri, e ogni tanto solleva la tazza di caffè con un gesto lento e abitudinario.

Emma, la mia sorellina capricciosa, è seduta accanto a me, con i capelli ancora arruffati dal sonno e una tazza di caffellatte tra le mani. «Sai, mamma, potresti almeno provare a fare il cappuccino come al bar,» dice con un sorriso di sbieco.

Mamma sbuffa, ma le si accende un sorriso affettuoso sulle labbra.
«Se vuoi il cappuccino, Emma, sai dove sta la macchina del caffè.»

Emma ridacchia e mi lancia un’occhiata.
«Almeno il caffè è buono. Sai quante mattine a New York ho rischiato di uccidere qualcuno prima di trovarne uno decente?»

Scuoto la testa, divertita. È bello vederla così, spensierata. Per un attimo, mi chiedo se io lo sia altrettanto.
Ha messo in pausa l'università per me. È tornata a casa nonostante io le avessi detto di non farlo.
Non dimenticherò mai tutto l'aiuto che mi hanno dato in questi mesi. Tutte le volte che ho pianto tra le loro braccia. Tutte le volte che tornavo a casa dalla terapia e mi prendeva il panico perché mi convinceva che non sarebbe riuscita ad aiutarmi.
E invece… Sorrido mordendomi le labbra, non sapevo ancora quanto mi sbagliassi.
Certo c'è ancora un po' di lavoro da fare per una completa guarigione, ma sono fiera di me stessa e dei miei risultati.
Mi siedo e bevo un sorso di caffè.

Mio padre abbassa il giornale, i suoi occhi neti mi osservano con attenzione, scrutandomi come se volesse leggermi dentro.
«Dormito bene?»

Annuisco, portando una fetta di pane imburrato alla bocca.
«Abbastanza.»

Certo, ci sono ancora notti in cui i pensieri si fanno pesanti, in cui i ricordi mi tengono sveglia. Ma sono meno frequenti di prima.

Mia madre si siede accanto a me e mi sfiora piano la mano, il suo tocco caldo e rassicurante.
«Ti vedo meglio, tesoro.»

Sorrido appena. «Ci sto provando.»

Emma prende un biscotto e lo sgranocchia rumorosamente.
«Mamma dice che vuoi restare ancora un po’.»

Salvezza E CondannaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora