42. [Bevi questo, ti farà stare meglio]

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Mickey POV

23.50. Ancora dieci minuti e ho finito il turno.
Un ragazzo entra dalla porta delle emergenze urlando qualcosa su una ragazzina e un osso visibile.
Entrambi erano ricoperti di macchie scure, un misto tra sangue e fango o sporco della strada.
Immediatamente Tracy e un'altra infermiera corrono da lui, distendendo la ragazzina su una barella gialla e portandola via velocemente. Li vedo scomparire lungo la corsia del pronto soccorso, mentre il ragazzo rimane fermo, in confusione.
Mi giro dall'altra parte, continuando quello che stavo facendo prima che entrassero.
Quando passano questi dieci minuti, posso finalmente lasciare stracci, guanti e scarpe da ospedale nello stanzino e uscire da questo posto che ora puzza meno di morte e un po' più di detersivi chimici.
Ancora 170 ore e sono libero da quest'incubo.
Vado a farmi la doccia, ma ovviamente l'acqua è gelida, quindi ci metto molto poco.
Esco dagli spogliatoi con la sigaretta già in mano e lo rivedo.
Il ragazzo che era entrato con la ragazzina in braccio era ancora lì, esattamente come lo avevo lasciato.
Evidentemente non sapeva come funzionavano le cose in un ospedale.
Mi avvicino.

- Hey, sei qui da solo?
- Si, io, io... Mia sorella... - inizia a balbettare qualcosa che non comprendo. È sicuramente sotto shock.
- Ok, calma, calma. Devi andare lì, vedi? - Gli indico il bancone delle accettazioni verso metà corsia, ma lui non sembra seguire il mio indice.
- Amico, devi starmi a sentire, non puoi stare qua tutta la notte.
- Non so come... Cosa hanno fatto..
- Chi? Di cosa stai parlando?
- E poi non c'è nessuno... ormai...

Ok. Testa rossa è completamente fuori di testa. Rimetto la sigaretta in tasca e gli dico di seguirmi.
Dopo aver fatto due passi, mi giro e vedo che era ancora fermo. Alzo il sopracciglio.
Torno indietro, lo prendo per il braccio e allora finalmente si muove.

- Dottor Lee, questo ragazzo ha portato qua sua sorella e adesso... Beh, non credo si senta molto bene nemmeno lui.
- Da cosa l'hai capito?

Ecco, ci risiamo. Il dottor Lee crede di poter fare di me un medico. O almeno un infermiere. È già la terza volta in una sola sera che mi chiede dettagli sui pazienti che visita.
Un po' mi irrita, a essere sincero. Questi ricchi realizzati che mettono le mani sulle vite dei poveri del South Side... Li prenderei a pugni, tutti quanti.
Smetto di pensare alle mie mani sulla loro faccia e rispondo al dottor Lee:

- Evidente stato di confusione, incapacità di descrivere cosa è successo...
- D'accordo, diamo un occhiata a... Come ti chiami?
- ... Ian.
- Perfetto Ian. Guarda qua... Ora qua... Su... Giù... Senti male da qualche parte?
- No.. La testa..
- Cosa è successo, Ian?
- Qualcuno... Addosso a noi, per poco... Mia sorella?
- Ok. Vedi quelle poltroncine in fondo a destra? Perchè non vai a sederti lì per un po', mentre io vado ad accertarmi delle condizioni di tua sorella... Che si chiama?
- Debs.. Debbie... Gallagher.
- Ok, Ian. Non hai subito nessun danno fisico. In ogni caso, aspetta un'infermiera in sala d'attesa ok? Tra poco ritorno con notizie. - Poi si rivolse a me - Per cortesia... Milkovich, giusto? - Annuisco scocciato, già sapendo dove vuole andare a parare - Potresti restare con lui finché non arriva la prima infermiera di turno?
- Certo. -
Se solo queste ore venissero considerate come bonus per "buona condotta". Ma non lo dico.
Accompagno questo Ian fino alle poltroncine nere. Mi siedo di fronte a lui.
Lui sta zitto, io faccio lo stesso.
Lo osservo. C'è qualcosa di familiare nel suo volto, ma non capisco cosa.
Forse il cognome.
Gallagher, Gallagher.
Oh, cazzo, si. Gallagher! Il rosso della via dove vivevo da piccolo!
Lentamente mi vengono in mente ricordi della sua famiglia. Aveva una sorella maggiore, diventata famosa per essersi fatta un tizio sotto ai tavoli della mensa al primo anno... E forse aveva anche un fratello più grande. Non ricordavo fratelli più piccoli.
Lo osservo ancora, adesso anche lui mi fissa.

- Ci conosciamo?
- Nah, non che ricordi.
- Mia sorella, cos'ha?
- Non ne ho idea amico.. Non sono mica un dottore.

Mi guarda con aria interrogativa.

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