32. [Prendi il mio posto]

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Da quando Ian era stato diagnosticato come bipolare le abitudini dei Milkovich e dei Gallagher erano cambiate completamente.
Mickey lo voleva con lui, sempre, quindi aveva convinto Fiona che farlo vivere con lui era la scelta giusta.
Inizialmente la ragazza era molto preoccupata per come le cose sarebbero potute andare, non avendo Ian sempre sotto controllo, ma con il passare delle settimane aveva dovuto ricredersi: con lui Ian era più tranquillo, lui stesso le aveva detto che non si sentiva più soffocare e questo l'aveva decisamente rassicurata. In fondo tutto quello che voleva era che il suo fratellino stesse bene e che qualcuno potesse prendersi cura di lui. Se lei non poteva, Mickey aveva dimostrato di volerci essere sempre. È così era stato.
A casa Milkovich vivevano ormai in 6: Mandy, i due ragazzi, Nika, Svetlana e Yev. Stavano parecchio stretti, ma era sempre meglio che niente, considerato che in quattro di loro avevano uno stipendio più o meno decente per potersi permettere la casa e tutte le spese conseguenti.
Fiona aveva parlato a Mickey anche del costo delle medicine: entrambi erano arrivati alla conclusione che era meglio non dire a Ian il vero costo della spesa, per evitare di farlo sentire in colpa o preoccuparlo per cose che comunque non avrebbe potuto cambiare.
Ian odiava sentirsi "mantenuto", specialmente perchè aveva iniziato ad esserlo dopo la malattia, quindi a 18 anni, il periodo dove avrebbe dovuto essere più produttivo che mai. Non sopportava che la sua famiglia spendesse soldi per lui, quando lui da sempre aveva cercato di dare una mano a Fiona e agli altri.
Se avesse saputo che Fiona faceva gli straordinari per poter pagare litio e antidepressivi, Ian sarebbe andato letteralmente fuori di testa e molto probabilmente avrebbe deciso di smettere di prenderle una volta per tutte.
Quindi se Ian chiedeva qualcosa, i due rimanevano sul vago o cambiavano argomento e lui era sinceramente sempre troppo stanco per insistere e fare questioni.
Quel giorno Mickey e Ian stavano andando dallo psichiatra, per la solita seduta settimanale.
Ian non aveva protestato, quando la prima volta il ragazzo aveva deciso di andare con lui, e da quel momento non ci era mai andato da solo.
Se da un lato si sentiva un bambino piccolo che veniva accompagnato all'asilo, dall'altra sapere che in tutto questo casino non era da solo lo rassicurava; anche se Mickey non entrava mai con lui nello studio del dottore, sapere che era seduto appena fuori dalla porta lo faceva sentire più sicuro.
Mickey gli aveva dimostrato più e più volte che non voleva cambiarlo, che non voleva un Ian normale, ma il suo Ian, quello che era adesso, chiunque fosse. Ian doveva solo imparare ad accettarsi, perchè lo avevano fatto tutti tranne lui.

I due erano in metro, diretti verso il centro di Chicago e Ian quella mattina era molto silenzioso. Mickey tentò di attaccare bottone, anche se nemmeno lui era in ottima forma:

- Ricordati di chiedere la ricetta,Ian.
- Oh merda, me l'ero già scordato.
- Eh, lo sapevo. - rispose divertito Mickey strattonandolo e facendogli perdere l'equilibrio.
- Hei, tutto ok stamattina? - disse preoccupato dopo che Ian non rispose allo scherzo.
- Si, sono solo stanco.

Mickey non rispose niente. Probabilmente era solo per la visita, anche se di solito non lo era mai.

- L'ultima volta non è andata così bene. - disse dopo alcuni minuti
- Ecco perchè sei uscito venti minuti prima! Come mai?
- L'ho insultato.
- Ma che cazzo. E per che motivo?
- Gli ho detto che non aveva capito un cazzo di me, che era un idiota.
- E quindi ti ha cacciato?
- No, è stato fin troppo comprensivo. Questo mi ha fatto incazzare ancora di più e quindi me ne sono andato.
- Potevi dirmelo.
- Non volevo che pensassi che sono un pazzo.
- Pfff Ian. Sempre qua ritorniamo.
- Appunto. Basta, spero solo che oggi vada meglio.

Arrivati allo studio, Mickey si accomodò nella solita poltroncina di pelle, appena fuori dalla porta dello studio e prima che Ian entrasse scambiò con lui uno sguardo rassicurante, il solito, come a dirgli "andrà bene,ti aspetto qua".

Il ragazzo uscì 45 minuti dopo, con la ricetta in mano e un'espressione decisamente meno preoccupata di quando era entrato. Mickey se ne accorse subito:

- Avete parlato di qualcosa di interessante?
- Si, questa volta abbiamo parlato di motivazione e autostima. È stato interessante davvero.
- Si vede - sorrise.
- Andiamo a fare colazione?
- Mhm.. Si, non ho molta fame, ma ti accompagno.
- Se vuoi prendiamo da portare via.
- Meglio.
- Ok. Starbucks?
- Sei tu che devi mangiare, bello!
- Andiamo lì allora, così poi passiamo in farmacia e prendiamo 'ste cazzo di pillole.
- Va bene.
- Sei taciturno pure tu adesso?
- Sono stanco mi sa.
- Prima sembravi più sveglio.
- Si, boh. Non so che cazzo ho.
- Magari se prendi un caffè stai meglio. Offro io...?
- Tranquillo Ian, credo che andrò solo a dormire.
- Bene meno male, perchè non ho un centesimo!

Mickey tirò fuori alcune monete, abbastanza per pagare il frullato alla fragola con panna. Il sorriso che Ian gli fece era abbastanza per ripagarlo per un mese intero.

Riprendendo la metro per tornare a casa Ian si fiondò sull'unico posto libero e iniziò rumorosamente a bere il suo frullato con la cannuccia, mentre Mickey lo prendeva in giro altrettanto rumorosamente, tanto che le persone attorno a loro iniziavano a guardarli male.
Quindi i due rimasero per gran parte del tragitto in silenzio, con mille pensieri per la testa.
Ad un certo punto Ian alzò lo sguardo e si accorse che Mickey era pallido, molto più del suo solito.
- Mick, stai bene?
- Oh, ancora?! Ti ho detto che sono solo stanco! - rispose sbuffando, sulla difensiva. Non era abituato ad avere persone che si preoccupavano per lui, non sapeva come reagire.
- Sei pallido. Voglio dire, mi piaci pallido, ma sei quasi bianco... Non è che hai la febbre?
- Boh, non so, può essere.
- Vieni qua, fammi sentire - disse il rosso avvicinando la sua mano alla fronte del ragazzo, che si ritrasse immediatamente
- Ian che cazzo fai? - disse Mickey osservando sospettosamente se qualcuno si fosse accorto di loro. Le dimostrazioni di affetto in pubblico erano qualcosa di inconcepibile per lui.
- Non ti stavo mica baciando o cose eh! Voglio solo sentire se hai la febbre.
- Siamo in metro. A casa ci sarà un cazzo di termometro no?
- Si ma devo saperlo adesso. - questa volta lo avvicinò a lui improvvisamente e con più forza, Mickey non fece in tempo ad accorgersi che la sua mano era già sulla sua fronte. Non gli restò altro da fare se non sbuffare imbarazzato.

- Mick, ma tu scotti! - disse Ian alzando il tono di voce
- Ah si?
- Ma come hai fatto a non accorgerti!

Mickey non disse niente, ma girò lo sguardo verso un punto indefinito del vagone. Ian comprese.

- Lo sapevi già che avevi la febbre vero? Ma sei venuto lo stesso.
- Non sto così male...
- Che cazzo Mick! - disse, alzandosi - Vieni qua, prendi il mio posto.
- Siamo quasi arrivati, lascia il tuo culo lì dov'è.
- Manca mezz'ora Mick. Vieni. A. Sederti.
- Anche tu sei stanco Ian. E stai bevendo.
- Ma io non ho la febbre. E sono in grado di bere anche in piedi sai?
- Non serve.
- Come non serve che tu vieni con me. Non serve eppure serve. Prendi il mio posto Mick.

Ian avrebbe voluto dire altre cose, molte altre.

"Mickey tu mi aiuti sempre, io cosa faccio per te? Niente. Vorrei per una volta essere io quello che ti da una mano, se possibile. Voglio fare qualcosa per te. Anche lasciarti il posto, anche una qualunque cagata. Solo per farti sapere che anche io ci sono."

Non disse niente, perchè Mickey non aveva più obiettato, era seduto e sembrava già meglio di prima. Sul suo volto si era formato un sorriso, di gratitudine e sincero affetto, che venne immediatamente ricambiato da Ian.
Mickey aveva già capito tutto quanto.

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