Ian non raccontò nulla a Fiona o a Lip di quello che era successo in carcere. Non aveva voglia di ripensare alla faccia seria del suo ragazzo - o ex ragazzo - che dietro al vetro gli chiedeva di alzarsi, andarsene e non tornare più.
Non aveva voglia di ricordare quanto male gli aveva fatto uscire senza avergli detto tutti i suoi progetti per il futuro, il loro futuro. Ian avrebbe voluto sistemare le cose, ma evidentemente Mickey non la pensava nello stesso modo.
Quando rientrò a casa Fiona era già uscita per andare al lavoro. A parte Frank che dormiva nel divano in salotto, in casa non c'era nessuno.
Ian si trascinò lentamente verso camera sua, consapevole già nel momento in cui era entrato, che non sarebbe riuscito a trattenere le lacrime.
Non era abituato al rifiuto. Non da parte di Mickey, almeno. Certo, si ricordava benissimo di quel pomeriggio dove il ragazzo gliene aveva date tante da spaccargli due denti e incrinare due costole.
Quel pomeriggio Ian aveva preteso troppo da lui, lo sapeva bene.
"Dillo. Di che sei gay. Dillo, almeno questa volta."
Mickey non era pronto e non ci era voluto molto per farglielo capire nel peggiore dei modi.
Ma poi Mickey era tornato da lui, aveva fatto coming out, aveva deciso che potevano essere una coppia e da quel momento in poi Ian aveva imparato a poter contare su di lui, sempre più spesso, fino a che la sua presenza era qualcosa di quotidiano, di necessario.
Lentamente tra le lacrime riemersero tutti i ricordi che Ian sembrava essersi dimenticato: le sere passate a fumare dietro al campo di atletica, quelle volte in cui Mickey rimaneva a casa dei Gallagher e passavano la notte in salotto, perchè lui si vergognava di dormire abbracciato a Ian in camera con i suoi fratelli.
E quella volta che Mickey gli aveva preparato i biscotti e la torta di compleanno?
E quando Mickey per la prima volta da quando lo conosceva si mise a piangere di fronte a lui, dopo che Terry gli disse che sua madre era morta? Non aveva mai pianto di fronte a nessuno in vita sua.
Ian si stava rendendo conto di qualcosa che non ava ancora mai capito: non era stata la malattia a dividerli. Non sarebbe mai stata la malattia a separarli. Era stato lui stesso, nella sua più sincera spontaneità, a fare tutto quel macello.
Ian aveva scelto di separarsi da lui volontariamente. Non poteva incolpare il disturbo bipolare. Non poteva incolpare Monica o il South Side. Era colpa sua. E questa consapevolezza lo stava divorando.
~
- Milkovich, Mickey. Numero 22164.
Il ragazzo alzò la testa per capire chi lo stava chiamando.
- Sono John Stone, il suo avvocato di ufficio. Si accomodi prego, dobbiamo preparare la sua difesa.
- Sappiamo entrambi come sono andate le cose non è vero?
- Devo trascriverle e ho bisogno di alcune firme.
- Sono tutte stronzate, lo sa vero?
- Non è con questa attitudine che uscirà di prigione in anticipo, lo sa... Mickey? Posso chiamarla Mickey?
- Può chiamarmi come cazzo le pare.
L'avvocato lo osservò con aria esasperata, rimpiangendo di aver rifiutato quella scrivania a New York poche settimane prima. Si doveva essere dimenticato della gente che viveva nel South Side.
- Si rende conto della pena che rischia vero?
- Si, certo. - Adesso Mickey era di nuovo serio.
- Non crede che sia il caso di collaborare?
- Io ho già detto tutto quello che dovevo dire. Quella puttana ha tentato di uccidermi.
- Perchè lei ha tentato di ucciderla prima!
- Se l'è meritato.
- E come, se posso saperlo?
Per un momento Mickey era tentato di raccontare tutta la storia. Spiegare come Sammi aveva consegnato Ian alla polizia militare, per pura vendetta verso Frank e tutti i Gallagher. Ma come spiegare tutte queste stronzate ad un uomo a cui non interessavano affatto? E soprattutto, come spiegarlo senza mettere in mezzo anche Ian?
Decise che il silenzio era molto meglio.
Di nuovo l'avvocato alzò gli occhi al cielo, vista la poca collaborazione che stava ottenendo.
- Stia molto attento alle sue mosse, Mickey Milkovich, se non troviamo un accordo lei rischia di rimanere chiuso qua dentro per decenni.
- Non c'è niente che mi aspetta fuori.
- Io non ne sarei troppo sicuro. Quanti anni hai? Venti? Ventidue? Ti entusiasma tanto rimanere qui dentro per tanti anni quanti quelli che hai adesso? - concluse l'uomo, lasciando Mickey solo nella stanza.
~
Venti anni. Senza mettere piede fuori. Venti anni senza vederlo.
Devo dimenticarlo. Immediatamente. Ho fatto bene, ho fatto fottutamente bene a dirgli di alzarsi e portare quel culo fuori da qui. Un taglio netto e preciso. L'unica cosa utile che mi abbia mai insegnato Terry. Fottuto stronzo.
Mi manca. Mi manchi Ian. Spero che tu stia bene. Spero che tu non stia scopando con il primo che capita. In ogni caso non sono più affari miei. Non saranno mai più affari miei.
20 anni.
20 cazzo di anni.
Se non ti avessi detto di andartene tu saresti rimasto qua. A fare cosa? A venirmi a trovare ogni giorno, per venti anni? L'avresti mai fatto? Oppure una volta alla settimana che poi sarebbe diventata una al mese e poi una all'anno? E poi un giorno non vedendoti più mi sarei accorto che abbiamo solo perso tempo? Nah, fanculo. Non è così che funziona. Ti lascio andare Ian, così stiamo di merda adesso e poi ci passa.
Mi piacerebbe che tu capissi. Che tu mi potessi sentire.
Ma sto parlando con la mia stupida testa e mi sono rotto il cazzo di fare il melodrammatico.
Come faccio venti anni senza ti te? Come ho sempre fatto prima. Ma adesso è tutto fottutamente diverso.
Te n'eri andato, maledetto stronzo. Già sapevo che non ti avrei più visto. Ma poi sei tornato. Ieri sei venuto a trovarmi e porca puttana, quanto avrei voluto spaccare quel vetro e toccarti. Credevo di essere quasi capace di farlo. Tirare una gomitata al vetro e abbracciarti. Non riesco a dimenticare la tua faccia. Triste, preoccupata. Come stai Ian?
Ho fatto la cosa giusta, vero? Oppure no?
Fanculo, cazzo, fanculo.
~
Ian tornò altre due volte da Mickey, ma non venne nemmeno accettato all'interno della struttura.
Non sapeva come stava, non sapeva come si stava accordando con l'avvocato, sperando che ne avesse uno decente.
Non sapeva niente di Mickey da quasi un mese.
Un pomeriggio, proprio quando si era appena disteso sul divano, qualcuno suonò il campanello.
- Debs! Vai tu per favore?
- Oh, Ian! Che pigro che sei - Sbuffò la sorella scendendo le scale.
- Ian Gallagher vive qui?
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Gallavich fanfics
Fiksi PenggemarFanfiction piccoline sulla mia OTP Non sono collegate tra di loro! È improbabile che quello che scrivo abbia un finale negativo, sono ancora piuttosto sconvolta da come è finita la quinta stagione. Alcune volte possono essere un po' OOC. Lasciatemi...
