-03- Parole nuove

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  Seduto a gambe incrociate davanti al piccolo tavolo, la ciotola di riso in mano, Ashur osservava dalla finestra il via vai della strada sotto la locanda.
Il loto di mare era famoso, o meglio, per essere una buona locanda che offriva anche altri, ricercati servizi, era rinomato, ma a quell'ora del giorno decisamente poco frequentato. La mano gli tremò leggermente, uno degli strascichi dell'erba nera che gli avevano fatto bere assieme all'oppio, ma stavano scomparendo. Le prime settimane erano state terribili, i dolori al ventre atroci non appena il bisogno di altra erba si era fatto sentire.
Il padrone l'aveva fatto legare allo stretto letto durante le crisi più violente e Maia era sempre stata con lui. Al pensiero di quella ragazza così decisa, che lo fissava senza battere ciglio, sempre accanto a lui, pronta a stringergli la mano o a parlargli per ore per tenere a bada le allucinazioni e il dolore, sorrise. Aspettò il tremore cessasse e riprese a mangiare lentamente. Era solo, visto che era ancora considerato malato era l'unico a oziare a metà mattina.
La via polverosa era trafficata; alcuni venditori ambulanti gridavano a gran voce la qualità della loro merce, che fosse pesce, frutta, verdura o qualunque altra cosa che si potesse desiderare. L'odore salmastro del mare, poco lontano, era radicato nella delicata brezza che soffiava verso l'entroterra. Hiyu-han era una città prospera e pacifica, governata da tre grandi case: la Fenice, la Salamandra e la Volpe. L'imperatrice aveva designato quelle casate, dando loro il potere di governare unitamente in suo nome, in modo che nessuna delle tre potesse avvantaggiarsi del potere concesso.
Questa unione veniva chiamata il triumvirato, era un equilibrio all'apparenza perfetto e che proseguiva da svariate generazioni la sua opera legislativa e di protezione della città.
Prese l'ultimo pezzo di pesce e lo masticò lentamente, osservando la striscia azzurra che si vedeva oltre gli ultimi tetti, l'oceano di smeraldo che circondava la penisola su cui si trovava la città. Lì, dal secondo piano della locanda, gli odori più sgradevoli della città non arrivavano e lui si godeva quella calma, assaporandola il più possibile, prima di alzarsi per riportare il piatto e la ciotola vuota in cucina.
Fare le scale, ora, non gli causava più tremori e questo voleva dire che quel periodo di pace era prossimo alla fine. Del resto non aveva scelta, non era nessuno, non poteva certo andare a denunciare Zunya senza testimoni. Nessuno lo conosceva e non poteva certo far chiamare la sua famiglia e, chiunque lo conosceva da prima dell'esilio, avrebbe negato di averlo anche solo mai visto. A tutti gli effetti era come se fosse nato schiavo, avvalorando quel tatuaggio che lo marchiava come se fosse sempre stato lì.
Strinse i denti a quel pensiero, ricordando a se stesso che la fine che aveva fatto era solo quello che si meritava, nulla più di quello che si era procurato da solo, cercando di fuggire alle conseguenze delle sue azioni, tagliandosi i polsi e dimostrandosi vigliacco per l'ennesima volta, sotto quell'albero. Aveva portato con le sue mani il disonore e la vergogna su di sé e sulla sua famiglia e, quella, era solo la giusta punizione per la sua codardia.
Eppure, a volte, faceva ancora incubi tremendi su ciò che la Dea gli aveva mostrato. Avrebbe voluto poterne parlare con qualcuno, capire perché si era mostrata a lui a quel modo, ma questo avrebbe voluto dire spiegare chi era stato e l'orgoglio sopravvissuto in lui glielo impediva.
«Ashur? Stai bene?»
A quella domanda alzò gli occhi di scatto, rendendosi conto di essere rimasto immobile sulla soglia della cucina, imbambolato. La cuoca, Cirea, gli si era avvicinata con sguardo attento. Era una donna sulla quarantina, dritta e dallo sguardo pieno di dolcezza che ora era puntato con preoccupazione sul ragazzo.
«Sì, scusami.» le sorrise, mostrando i piatti vuoti «Ero perso nei miei pensieri, ho riportato questi.»
«Sai dove vanno.»
Il ragazzo annuì, entrando nella cucina indaffarata dove una decina di persone, tra schiavi e servi, stavano lavorando, per depositare nella tinozza le stoviglie. Si voltò per tornare nella sua stanza, non aveva la libertà di andare dove volesse e quello era uno dei pochi posti dove poteva rimanere da solo.
«Ashur...?» fermandosi guardò la cuoca, impegnata a impastare una quantità ragguardevole di farina. Sicura di avere l'attenzione del giovane, continuò «Il padrone ha detto che se eri in forma voleva parlarti, mi sembra che tu stia abbastanza bene. É nelle stanze sul retro, sta facendo l'inventario del mese.»
«Vado subito.»
La donna annuì, tornando a concentrarsi completamente sull'amalgamare farina, acqua e lievito.
Se il padrone aveva qualcosa da dirgli, Ashur aveva una mezza idea dell'argomento e non ne era molto felice. Uscì dal retro delle cucine, attraversando il piccolo cortile interno che ospitava la cisterna di acqua pulita e si scoprì nervoso. No, non era solo quello, era una sensazione che sembrava alleggerirgli la testa, un'apprensione così pesante, venata di una specie di paura, da seccargli la gola e fargli tremare le gambe, tanto che si dovette fermare.
Ancora una volta era un vigliacco.
Strinse i pugni e si decise a fare i pochi passi che lo separavano dalla stanza dove il padrone passava le sue giornate, tra le carte contabili e le liste. La porta era aperta e una piccola gallina bianca che stava razzolando lì davanti si allontanò sdegnosa al suo arrivo.
«Padrone, mi avete fatto chiamare...?»
L'uomo alzò gli occhi dalle carte sul tavolo, ammirando per un attimo il giovane incorniciato dalla luce che sostava nel rettangolo della soglia. La veste di uno scolorito blu si incrociava sul davanti, lunga fino alle caviglie, stretta sui fianchi da una cintura di stoffa che faceva diversi giri. Osservò come quella bellezza fosse resa ancora più accattivante dal pallore che ancora aleggiava sul viso di Ashur, e annuì tra sé. Non aveva più avuto crisi da diversi giorni ed eventuali, minimi, tremiti non erano un problema; era ora che il suo acquisto cominciasse a fruttare.
«Entra, forza.» a quell'incitamento, con un paio di passi, Ashur si trovò davanti a Zunya, che riprese a parlare «Sai per cosa ti ho comprato, vero?»
Ashur chinò in capo, in un gesto d'assenso «Sì, padrone.» mormorò dopo un attimo, vergognandosi del vago tremore nella propria voce.
«Odio ripetermi, anche se sono un uomo paziente, quindi questo discorso spero di dovertelo fare solo una volta. Non sono un uomo malvagio, ma ho a cuore i miei interessi, e questo vuol dire che non accetterò comportamenti che in qualche modo possano infastidire i clienti. Inizierai lavorando in locanda e Majion ti insegnerà. Ascolta i suoi suggerimenti e i suoi consigli e potresti comprarti la libertà, un giorno.
«Sei giovane, bello, e hai un'ottima educazione. Ti ho osservato e sai leggere e scrivere, è evidente che hai un'origine altolocata. Puoi sfruttare queste qualità per avere un valore maggiore agli occhi dei clienti, per non essere solo un paio d'ore di divertimento senza nome, ma qualcuno con cui passare l'intera notte, da cui tornare, da cui si può avere qualcosa di più che un po' di sesso. Ma ricordati che ti è vietato chiedere direttamente a loro soldi o regali, ogni transazione passa dalle mie mani o da quelle di mia moglie e ogni disobbedienza in tal senso mi irrita molto, tienilo presente. Non puoi chiedere nulla a un cliente, ma se ti viene fatto spontaneamente un dono puoi tenertelo.» Zunya si interruppe, osservando il volto chinato del giovane e le dita che, parzialmente nascoste dalle maniche, torturavano la stoffa della veste «Ci siamo intesi?»
«Sì, padrone.»
«Ottimo. Inoltre, quando sarà il momento, dovrai obbedire a ogni richiesta del cliente docilmente, per quanto possa non piacerti.» la voce dell'uomo si ammorbidì «So com'è il pensiero dei guerrieri su certe pratiche, ma non è più affar tuo, ora non sei più uno di loro. Non soffrire per cose così sciocche come la morale di una casta a cui non appartieni più.»
A capo chino, Ashur sapeva di dover rispondere e ringraziare, o qualcosa del genere, Zunya, ma non ci riusciva. Sentiva lo stomaco contratto alla sola idea di quello che voleva da lui, poteva non avere più un passato, non essere più un guerriero e un nobile, ma rimaneva un uomo. Era cresciuto sapendo che un vero uomo non avrebbe mai accettato quel disonore, che era tra le peggiori vergogne per un guerriero. E ora gli veniva detto che erano sciocchezze e che non doveva soffrirne. Ma come poteva?
Zunya attendeva una sua reazione e Ashur vedeva chiaramente che la pazienza dell'altro si stava già esaurendo.
«Sì, padrone.» mormorò alla fine, incapace di dire altro. Non poteva permettere che l'uomo si arrabbiasse con lui, aveva il terrore che attuasse la minaccia di riprendere a dargli l'erba nera. Ricordava benissimo cosa gli aveva detto, quando ancora in parte confuso dalle allucinazioni, aveva cercato di attaccarlo e fuggire.
"Se non impari a stare al tuo posto e ubbidire userò l'erba nera. Non mi piace, ma lo farò. Ti renderà docile e arrendevole, una bambola. È questo che vuoi?"
E Ashur era terribilmente certo che, se si fosse opposto, Zunya l'avrebbe fatto. Inoltre le allucinazioni e i dolori causati dall'erba nera gli avevano fatto compagnia già per troppo tempo e non voleva ripetere l'esperienza.
«Ottimo, va a cercare Majion, quel pelandrone starà ancora dormendo, il suo cliente se n'è andato dopo l'alba. Portagli la colazione e digli che di giorno sei al suo servizio, mentre la sera sei alla locanda, lui capirà. Prima era la piccola Rika che si occupava dei suoi capricci, ma è diventata una delle dame di mia moglie.» Zunya sospirò, sorridendo bonario «Una brava bambina, mi spiaceva lasciarla con un uomo dal caratteraccio simile... ma lui mi porta così tanti soldi che preferisco viziarlo. Ora vai, che ho da fare.»
L'uomo guardò l'abaco davanti a lui con aria avvilita, Ashur si inchinò e uscì dalla stanza, tornando verso le cucine.
Aveva intravisto Majion una volta.
Era uno di quegli stranieri del nord, alto, dalla chioma rossa e gli occhi di un azzurro intenso che virava nel verde. L'aveva trovato strano, con quella grazia così simile a quella di un predatore, inquietante. Aveva poco più di due decadi e, a quanto gli aveva detto Maia, era lì da metà della sua vita. Quando tornò in cucina, dicendo che doveva portargli la colazione, Cirea gli affidò un vassoio carico di cose dolci. Sottili frittelle, miele e marmellata di rosa canina, assieme a un fragrante tè nero. Gli disse dove si trovava la stanza e Ashur annuì, avviandosi. Sapeva che Majion era tenuto in gran conto e il fatto che avesse una stanza nella zona alta della casa lo dimostrava. Salì, oltrepassando la stanza comune della locanda e salendo oltre la balconata interna, dove si trovavano le piccole sale da pranzo private per chi poteva permettersele. Arrivò sul retro dove c'erano le camere che i clienti potevano affittare a ore, da soli o in compagnia, o semplicemente per alloggiare, e fece slittare una porta a pannello laccata di rosso, salendo una stretta scala di legno.
Arrivò sul pianerottolo, ignorando le porte che sapeva essere una di un magazzino e l'altra vuota, aprendo quella di Majion. Certo, era nel sottotetto, ma era una stanza decisamente grande, anche se gli scuri chiusi facevano vedere decisamente poco delle spazio disponibile. Posò il vassoio su un basso tavolino accanto la porta e andò ad aprire le finestre, facendo entrare l'aria del mezzogiorno e la luce intensa del sole. Accostò le sottili tende interne e un brontolio irato gli fece capire che l'uomo era ora sveglio.
Si voltò per recuperare il vassoio, osservando quell'uomo alto, sdraiato scompostamente sul basso e ampio letto, dall'aria decisamente comoda, che lo fissava con un occhio aperto.
«Che cazzo vuoi?»
«Mi ha mandato il padrone a portarti la colazione.» facendo una pausa si guardò attorno, in quel disordine caotico, individuando il basso tavolo accanto alla finestra sepolto sotto una pila di stoffa. La spostò, sistemando il cuscino che fungeva da sedia vicino a esso, e portò lì il vassoio.
«Se hai fatto vattene, e chiudi la finestra.»
«Non credo sia quello che il padrone intendeva dicendomi di portarti la colazione e di riferirti che di giorno sono al tuo servizio, mentre la sera sono alla locanda.»
Stiracchiandosi e grattandosi Majion si alzò, lanciando continue occhiate tra il curioso e l'irritato ad Ashur che lo fissava senza battere ciglio. All'uomo quel ragazzo sembrava decisamente infelice di trovarsi lì, con lui, e quell'idea lo divertiva.
Bevve una lunga sorsata d'acqua da una brocca e si sedette davanti alla colazione, ignorandola per riempire invece il fornelletto di una lunga pipa di tabacco.
«Ti chiami Ashur, giusto?» il ragazzo annuì, in piedi accanto alla porta, con un'aria tra la disapprovazione e l''imbarazzo sul volto che mostrava ancora i tratti dell'adolescenza «Siediti qua, mi dai fastidio là, in piedi come uno spaventapasseri.»
Ashur obbedì in silenzio, inginocchiandosi dall'altro lato del tavolo, guardando l'altro che, con la veste aperta che a malapena copriva le parti intime, fumava. Ashur non sapeva cosa dire o fare, non apprezzava che Zunya l'avesse messo a servire quell'uomo. Osservò Majion aspirare con evidente piacere le prime boccate di tabacco e lo vide rilassarsi visibilmente.
«Cosa devo fare per te?»
Rimanere seduto lì, a osservare l'indolenza dell'altro lo stava innervosendo, ma l'occhiata che gli venne rivolta era infastidita e decisamente stizzita.
«Intanto stare zitto. La mattina meno mi parli, meglio è.»
«Mattina? È ora di pranzo, sai? Il sole è bello alto.»
«Senti, ragazzino, sono andato a dormire che quel cazzo di sole era già sorto da un po'. Il cliente non voleva saperne di dichiararsi soddisfatto e lasciarmi in pace. Quindi se dico che adesso è mattina, vuol dire che per me lo è. Mi stai già irritando troppo, rivoglio Rika, lei stava zitta e metteva a posto senza fare tutto questo rumore con la bocca.»
Lo sguardo azzurro di Majion fissava gelido Ashur, che strinse le labbra e annuì.
Schiavo di uno schiavo, fantastico!, pensò, e oltretutto è pure irritante...
Senza però dire nulla si alzò, iniziando a mettere in ordine la stanza, trattenendo la rabbia. Non notò che lo sguardo dell'altro non lo abbandonava per un solo istante. Arieggiò il letto, sistemò le lenzuola e fece ordine, piegando gli abiti accatastati in giro e mettendoli nel grosso baule spalancato.
Si chinò a raccogliere un grosso bracciale di rame e argento, per sistemarlo assieme ad altri che aveva visto raccolti in una scatola di legno laccato, quando il tremito l'assalì e gli sfuggì di mano. Stringendo le labbra si accovacciò, imprigionando le mani traditrici sotto le ascelle e stringendo le braccia al corpo.
«Erba nera?»
Incapace di trattenersi fulminò con lo sguardo l'uomo, che scoppiò a ridere.
«Non ci trovo nulla di divertente!» disse rabbioso, trattenendosi dall'aggiungere altro.
«In effetti non c'è nulla di bello, i tremiti a volte tornano a distanza di anni, dipende per quanto tempo te l'anno data.»
«E tu che ne sai?» sbottò Ashur, sentendo il tremito che lentamente si calmava.
«Me l'hanno data per mesi e mesi, durante la traversata dalla mia terra a questa, e poi per altri mesi ancora una volta arrivato qua. Ho girato diverse locande prima che mi comprasse Zunya, è stato lui che ha smesso di darmela. All'inizio l'ho odiato, stavo malissimo, ma in realtà è stata la cosa più buona che qualcuno abbia mai fatto per me.»
Il viso di Majion era calmo mentre gli raccontava quello, iniziando a stuzzicare il vassoio di cibo.
Ridotto al silenzio da quelle parole, Ashur si vergognò, ma neppure troppo, della sua reazione. Poteva evitare di ridergli in faccia, se sapeva quanto era brutto.
Eppure quelle frasi avevano destato la sua curiosità e, cogliendo l'apparente disponibilità dell'altro, gli fece una domanda.
«Quanti anni avevi?»
«Quando sono arrivato al loto di mare, dici?» Majion soffiò il fumo, che si disperse nella brezza che entrava dalle finestre, sorridendo con un angolo delle labbra al giovane che lo guardava cercando di non mostrare la sua disapprovazione.
Deve essere uno decisamente rigido, si disse, non sarà facile per lui, ma ha un che di raffinato ed è indubbiamente bellissimo. Sembra quasi una di quelle bambole di porcellana.
«Anche, ma intendevo quando sei arrivato qua...»
Portandosi alle labbra il tè, il volto dell'uomo si fece assorto. Ashur, il tremito finalmente cessato, riprese a sistemare quel disordine caotico.
«I pirati sono arrivati al mio villaggio che avevo tredici anni, una razzia. Ero sceso ad affrontarli con mio padre e lo hanno ucciso. Hanno depredato il villaggio, preso me e un sacco di altri ragazzi della mia età, tutti quelli su cui potevano mettere le mani. Mia madre e mia sorella, assieme a un altro po' di gente, credo siano riuscite a nascondersi. Poi sono stato portato in questa città e ho girato un paio di padroni e a quattordici, quasi quindici anni, Zunya mi ha comprato.»
Ashur annuì, riflettendo.
Se lui era stato male per settimane per un paio di mesi in cui gliela avevano somministrata, lui che l'aveva presa per quasi due anni probabilmente ne era quasi morto. Lo guardò, i lunghi capelli di quel colore così unico, di un rosso inteso, erano arruffati e con la lunghezza sfioravano il suolo, nella posizione mezza sdraiata in cui l'altro stava.
Sembrava non avesse un solo pensiero al mondo, pacifico e tranquillo, eppure non era certo fosse proprio così. Continuò a sistemare finché la stanza non fu in ordine, nel silenzio interrotto solo dai suoni della strada, diversi metri più in basso. A quel punto si fermò, guardandosi attorno per poi chiedere: «Cos'altro devo fare?»
Majion lo fissò, lo sguardo da vago si fece improvvisamente penetrante, poi sospirò.
«Credo che Zunya sia un gran vigliacco, lascia che sia io a dirti la parte meno simpatica e a farti da insegnante. Del resto a lui non è mai interessato quello che dobbiamo fare perché i clienti gli riempiano le tasche.» Ashur lo fissò, avvicinandosi quando l'altro gli fece un cenno e accomodandosi al tavolino. Lo guardò finire il tè e lasciare quasi intatto il cibo, inginocchiato comodamente su un cuscino, con le mani in grembo, cercava di non pensare a nulla, di godersi solo il profumo del mare.
Alla fine della colazione, dopo essersi nuovamente riempito la pipa, Majion annuì tra sé.
«Bah...» sospirò «da dove iniziamo...» lo squadrò con attenzione «sei vergine?»
«Co...» Ashur chiuse la bocca, poi accennò a un sì, muovendo la testa quasi impercettibilmente.
«Lo immaginavo. La cosa rende il tutto più difficile per te e più vantaggioso per Zunya. Bene. Che merda. Inutile girarci attorno, no?» prese una boccata dalla pipa e dopo aver soffiato il fumo riprese a parlare «Alla locanda, fino a quando non deciderà che è il momento, ti limiterai a servire ai tavoli e i clienti più o meno abituali cominceranno a vederti in giro. Sei bello, hai degli occhi di un colore davvero unico e sei fatto bene, lui spargerà la voce sulle tue qualità, sottolineando il fatto che tu sia un fiore inesplorato.» all'espressione di Ashur si mise a ridere «Chissà come la prenderai quando qualche cliente vorrà assicurarsene!» rise ancora di più, quasi senza fiato, vedendo il modo in cui Ashur si accigliava. Alla fine la crisi di ilarità si spense, con sollievo del ragazzo, e Majion si posò le dita sul collo, sull'anello che gli circondava la gola, aperto di poco sul davanti e riccamente lavorato.
«Quando deciderà che hai passato abbastanza tempo a servire in locanda ti metterà uno di questi. Nel codice della casa i colori indicano per quali servizi sei stato addestrato e i decori più sono elaborati, più sei costoso. La sorella di Rika, Rinne, ad esempio va solo con le donne, e il suo anello è di ferro. Appena il padrone troverà un uomo disposto a sborsare la cifra che chiede per la sua verginità e lei la perderà, la farà lavorare anche con gli uomini e le metterà un anello dorato, come il mio.
«Ferro, stesso sesso di chi lo indossa, rame solo sesso opposto, dorato ambedue i sessi, chiaro?»
Ashur, sempre più a disagio e reprimendo un misto di vergogna, umiliazione e rabbia, annuì.
Quello era il suo destino. Come aveva detto l'altro era inutile girarci attorno, no?
«Perché mi hai chiesto se sono vergine?»
«Anche se non dici "vergine" come se potesse strozzarti, va bene lo stesso.» Majion sorrise, divertito allo sguardo cupo dell'altro «Visto che lo sei Zunya terrà un'asta, e non inizierai a lavorare con i clienti fino a quando non ci sarà un vincitore. Insomma, il tuo culo è al sicuro ancora per un po'!»
All'espressione del giovane l'uomo rise di nuovo, così forte da lasciarsi cadere con la schiena a terra, rimanendo senza fiato.
«Ridi tanto, tu.» non riuscì a trattenersi, sentendo nelle sue stesse parole un tono così tagliente da stupirlo.
«Ridere è una delle cose che non ci possono togliere, meglio che te lo ricordi.» l'uomo si rimise seduto, scrocchiando il collo. «Ti insegnerò quello che posso, tanto dipende da te se avrai successo o no. Più vali, meglio sei trattato, e non restiamo belli per sempre. La bellezza e la gioventù se ne vanno e, per quel momento, spero di avere abbastanza denaro da comprarmi la libertà e da poter aprire una piccola attività.»
«Allora è vero? Si può davvero comprarsi la libertà?»
«Certo, i regali sono nostri, ma se non te li guadagni nessuno te li farà, Ashur. Sorridi, corteggiali o fa il timido, trova il tuo modo ma sii unico e speciale ai loro occhi, fa che ti vogliano non solo per il tuo corpo e per poche ore, ma per quel qualcosa di indefinibile che provano solo con te. Le donne amano essere ascoltate, corteggiate, coccolate, gli uomini... beh, a loro piace sapere di essere al di sopra di un altro uomo, di solito. Ma non sempre quello che ti ho detto è adatto a chiunque, le persone sono tutte diverse, impara a valutare chi ti sta davanti. Ci sono donne, e uomini, che vogliono solo essere scopati come se non ci fosse un domani, altri che desiderano solo parlare o che sono attratti da modi eleganti e raffinati, altri che vogliono modi rudi e sfrontati. Ti insegnerò a capire come inquadrare chi hai davanti, ma se poi tu non agirai di conseguenza sarà solo affar tuo. Tuo e di Zunya, che potrebbe pensare che non ti impegni abbastanza o che non vali il prezzo che ti ha pagato, e allora prenderebbe provvedimenti.
«Sa essere gentile, è onesto e mantiene la sua parola. Ma, Ashur, non sfidarlo mai.» Majion si voltò, mostrandogli la schiena e abbassando la veste, mostrando all'altro una serie di sottili cicatrici scolorite che segnavano anche il tatuaggio, era stato frustato «Ha speso una cifra decisamente alta che ho dovuto ridargli, sacrificando i regali che mi venivano fatti, per farmi curare in modo che non rimanessero segni, anche se qualcosa è rimasto. Altrimenti sarei già libero.»
«Non lo sfiderò...»
«Lo spero per te. » L'uomo sorrise, sedendosi in modo da essere vicino ad Ashur, e gli posò la mano sul viso, il palmo sulla guancia e le dita aperte che si inoltravano tra i capelli. Gentilmente premette, facendogli piegare il viso verso il basso per poi accarezzargli quei fili di seta nera. Dopo alcuni minuti di quel silenzioso trattamento, a disagio, Ashur si agitò, sottraendosi a quei tocchi.
«Non mi piace.»
«Un vero peccato...» la mano dell'uomo tornò ai capelli di Ashur, prendendone una ciocca e arrotolandola sul dito «Vedi di fartelo piacere.»
Gli occhi del ragazzo si socchiusero, ma non disse una parola, rimanendo immobile sotto quelle attenzioni, guardando con una certa apprensione l'uomo.
Quelle carezze continuarono e Ashur si morse un angolo del labbro inferiore, artigliando la stoffa della veste per non allontanare l'altro da sé. Nessuno lo aveva toccato così tanto, mai, neppure sua madre. Era un'esperienza dissociante, che lo inquietava e spaventava. La mano destra di Majion scese lungo il collo, sfiorandogli la pelle sotto l'orlo della veste, infilandosi dentro e facendola scivolare sulle spalle, scoprendogli il torace e la schiena. Poi l'uomo si mosse, andando a sedersi dietro ad Ashur e spostò i lunghi capelli del ragazzo sul davanti, seguendo con una carezza i bordi del tatuaggio. A un certo punto Ashur sobbalzò, sentendo il fiato di Majion sul collo scoperto. Rabbrividì, stringendo le mani a pugno e tremando per la voglia di muoversi e andarsene che non poteva assecondare.
«Perché tremi? Non è paura, non sei uno che ha paura, tu.»
Ashur rise. Una risata secca, breve e amara.
«Sbagli, io sono un vigliacco.» la mano di Majion, a quelle parole, si fermò per un istante, abbandonando il suo percorso lungo la schiena.
«Perché?»
«Se non lo fossi non sarei qua, non sarei disonorato.»
«L'onore è sopravvalutato...» l'uomo sfiorò con le labbra il collo di Ashur, per poi continuare a parlargli nell'orecchio in tono basso e calmo «cosa se ne fa una puttana dell'onore? A te serve coraggio, e quello lo hai. Sei ancora vivo, giusto? Ci vuole coraggio per vivere, non per morire.»
Rimase in silenzio, lui non aveva cercato di vivere, lo avevano costretto, almeno all'inizio. Ma ora? Ora voleva vivere?
Sì, si disse con decisione.
A cosa serviva l'onore a lui, ormai? Aveva solo una cosa, la sua vita, e voleva tenersela stretta. Aveva la speranza della libertà, anche se comprarsela era un percorso disdicevole e disonorevole. Ma lui non era più Ashur del Leone, era solo Ashur lo schiavo.
Chinò il capo in avanti, i capelli scivolarono ai lati del suo viso come una cortina nascondendo l'improvviso umidore dei suoi occhi.
Quelle carezze continuarono per altri lunghi minuti, poi Majion sospirò.
«È quasi un peccato...» mormorò l'uomo. Infine si spostò, rimettendosi seduto accanto ad Ashur «Impara almeno a fingere di apprezzare di essere toccato, ragazzo. Per l'amore degli dèi, sorridi quando lo fanno. O arrossisci, qualcosa di più attinente alla parte, ma non scoppiare a piangere!»
Ashur annuì, non aveva intenzione di spiegargli nulla e, in effetti, qualche lacrima gli era scappata.
«Non fare quella faccia, non sarò io a prenderti la verginità, anche se Zunya ha deciso che sarò io a insegnarti, quindi fattene una ragione. Ora prendi i lacci, che non posso scendere con i capelli così dai clienti, e voglio anche farmi un bagno, prima.»
Ashur annuì, obbedendo all'altro, sentendosi nuovamente quel vuoto oscuro crescergli dentro, quell'apatia che minacciava continuamente di divorarlo graffiargli l'anima con artigli crudeli.  


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