-13- La verità degli occhi

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  Majion cercava di non guardare continuamente fuori dalla finestra della camera di Fiuren. L'uomo aveva dovuto punire Ashur dopo che, per una settimana, Tìnqui aveva usato ogni arma in suo possesso per apparire un'innnocente vittima del ragazzo. Alla fine il nobile, per riuscire ad avere un po' di pace, aveva dovuto cedere. Del resto che il giovane concubino di suo figlio avesse schiaffeggiato la donna era stato visto, anche se non era parso a nessuno che il colpo fosse stato così forte da lasciare un simile segno. Fiuren si era accorto che la sua concubina nascondeva qualcosa, ma aveva bisogno delle sue capacità e, in quello stato d'animo, la sua veggenza sembrava sparire.
Le visioni spontanee e incontrollate di Tìnqui, di cui lei stesa era allo scuro, si manifestavano mentre dormiva ed era per questo che, solitamente, passava quasi ogni notte con lei. Nel sonno la donna parlava, dando voce ai possibili futuri: cosa che, più di una volta, lo aveva aiutato a districarsi quando scelte difficili si ponevano sulla sua strada. La completa assenza di consapevolezza da parte della stessa Tìnqui del suo dono lo rendeva ancora più affidabile. Non sapendo di avere doti di preveggenza, ciò che diceva era completamente esente da manipolazioni.
L'arrivo di Majion e la sua capacità di comprendere l'alfabeto delle streghe, assieme a quella di poter toccare i loro scritti, al momento era però più preziosa. Così Fiuren lo teneva nelle sue stanze, a lavorare in segreto con l'aiuto di una coppia di eruditi che erano arrivati mesi prima direttamente dalla capitale. Li aveva fatti chiamare nel tentativo di poter fare qualcosa ma, prima del cestrix, ogni tentativo era stato inutile ogni scritto diventava polvere tra le loro mani, qualunque incantesimo loro usassero. Eppure ora, in poco tempo, avevano fatto progressi enormi e il nobile era estremamente compiaciuto. Avevano decodificato gran parte dell'alfabeto delle streghe e tradotto un buon numero di termini. Riuscivano a dedurre il significato di molte frasi, anche se alcune parole non erano ancora conosciute. Era enormemente soddisfatto del cestrix, ma quella sera, però, trovava estremamente irritante il modo in cui lanciava continuamente occhiate furtive fuori dalla finestra che dava sul cortile centrale.
«Questo tuo atteggiamento sta iniziando a infastidirmi.»
Majion sussultò appena, distogliendo gli occhi e portandoli sulla pergamena davanti a lui. Aveva rallentato di molto il suo lavoro nelle ultime ore a causa di ciò che occupava quasi interamente la sua mente.
Fiuren gli si avvicinò, posandogli una mano sulla spalla. «È giovane, non morirà per un po' di freddo. Concentrati su quello che mi aspetto da te. Domani i due studiosi avranno bisogno del tuo lavoro per proseguire con il loro.»
«Chiedo perdono, padrone.» Majion però non riuscì a rimanere in silenzio: proseguì dando voce alle sue preoccupazioni. «Ashur è giovane, è vero, ma la neve ormai lo ricopre. Non ricordo un inverno così freddo e tardivo sulla costa in tutti gli anni che ho vissuto qua, padrone, e il ragazzo è... solo un ragazzo. Vi chiedo pietà per lui, padrone, vi supplico.»
Fiuren sollevò un sopracciglio al tono di Majion; era accorato e la preoccupazione era evidente in esso. Guardò con attenzione il giovane schiavo che, in piedi al centro del cortile, scontava la sua punizione. A piedi nudi su uno zoccolo di legno aveva sulle spalle un giogo a cui erano agganciati due secchi colmi di acqua. Il capo era chino e i capelli gli scendevano sul volto, celandolo, il nero della chioma in parte celato dal candore dei fiocchi. La sua pena consisteva nel passare tutta le ore di buio lì, nonostante la neve che aveva ripreso a scendere fitta, portando quel peso sulle spalle senza potersi muovere. Era ormai notte fonda e anche se aveva ricominciato a nevicare da poco uno spesso strato candido si era già depositato sul cortile e su di Ashur.
«Mi pare che tu tenga davvero molto a lui.»
«In un certo senso sì, padrone.» Majion alzò gli occhi sul nobile, sorridendo appena. Non voleva mostrare appieno l'affetto che provava per quello sciocco e cocciuto ragazzo, piegò quindi le labbra con malizia, cercando di dissimulare i suoi veri sentimenti. «Come si può non avere un occhio di riguardo per un simile fiore?»
Fiuren scoppiò a ridere, il malumore dissipato dalla provocazione mirata dell'altro. Anche se simulata, quella malizia era stata capace di distrarlo e divertirlo.
«Quel fiore ha causato un danno non da poco: il livido sul volto di Tìnqui ha cominciato a sgonfiarsi solo in questi giorni.»
«Sapete anche voi che non è stato Ashur, padrone. Ha un sacco di difetti, ma non avrebbe mai usato tutta quella forza su di una donna... e anche se hanno visto tutti il gesto, hanno anche detto che non sembrava affatto essere così violento da lasciare un simile segno.»
«Non è solo la sua parola contro quella di lei, ci sono i testimoni che han visto lui colpirla e l'unica prova, il livido, dà ragione alla mia favorita. Non credere, però, che non conosca la mente scaltra e sempre pronta a modificare gli eventi a suo favore di Tìnqui. Ora torna a scrivere, Majion, la notte non è ancora al suo culmine e il ragazzo è ancora ben dritto.»
Il cestrix ubbidì, cercando di non distrarsi continuamente al pensiero di Ashur, incatenato al ceppo sul quale posava i piedi, costretto a stare immobile al freddo. Era una punizione che non lasciava segni sul corpo come il bastone, ma che lui giudicava ancora più crudele. Il freddo e la fatica, il peso dei grossi secchi d'acqua attaccati al giogo, ma soprattutto la neve che rubava al corpo ogni calore. Non aveva mai visto un'ondata di gelo così tenace e tardo, quel nuovo abbassamento della temperatura stava causando non pochi danni alle colture nell'entroterra e già i più poveri si ammassavano alle porte della città, elemosinando cibo e calore in un periodo dell'anno dove la terra solitamente incominciava a riprendere un iniziale vita.
Majion temeva che Ashur potesse morire assiderato, nonostante Fiuren sembrasse certo dell'impossibilità della cosa. Il gelo, nel palazzo della Fenice, era tenuto a bada grazie a un grande dispendio di legna e carbone nelle stufe e nei camini; sui tetti delicatamente incurvati carichi di neve i comignoli gettavano continuamente fumo e, nella notte, il legno scricchiolava sotto quel candido e spesso peso. Passò altro tempo, Majion proseguì con il lavoro rimanendo inginocchiato al basso scrittoio illuminato da un'abbondante luce date dalle lampade a olio. Decise a un certo punto di concedersi solo un'occhiata per rassicurarsi sullo stato di Ashur. Sbatté gli occhi, rendendosi conto che dalla finestra non vedeva più il giovane. Senza rendersene conto corse al vetro: nella neve disteso immobile c'era l'amico.
«Padrone! Credo sia svenuto, morirà se rimane disteso nella neve!»
Fiuren sbuffò, irritato. «Cosa vorresti fare, Majion? Uscire e liberarlo dalla catena? Portarlo al caldo?»
Gli occhi verdi dello schiavo si fecero duri come gli smeraldi a cui assomigliavano. «Sì. Non posso lasciarlo morire così, non abbandonerei neppure un cane a morire solo e assiderato. Con il vostro permesso sarebbe meglio, ma sono pronto a farlo anche senza.»
Dopo un secondo il nobile scoppiò a ridere scuotendo piano il capo. «Sei insolente, lo sai? Insolente e sfrontato.»
«Me lo hanno spesso rimproverato, padrone.»
«Sei disposto a pagare il prezzo di questa concessione?»
Quella domanda spiazzò il rosso tanto era venata di malizia. Inclinò il capo da un lato, riflettendo per un solo attimo, poi annuì con decisione. «Sì.»
«Vai a prenderlo, allora, e portalo qua.»
Senza perdere tempo Majion si precipitò all'esterno mentre Fiuren, dalla finestra, l'osservava. Il cestrix ci mise parecchio a togliere i ceppi dalle caviglie del ragazzo, per poi afferrarlo come un sacco e caricarselo sulle spalle. Uscì dal cortile centrale e in un attimo ritornò nella stanza, pallido per il freddo.
«Spoglialo, mettilo davanti al camino e aiutalo a scaldarsi, in pochi minuti si riprenderà. Il suo sangue è forte, ci vuole molto di più per ucciderlo.»
Nel dire quelle parole gli occhi del nobile avevano guardato il giovane con un'intensità spaventosa: sembravano trapassarlo. Majion però decise di ignorare quel brivido che gli era corso lungo la schiena a quello sguardo, ubbidendo all'uomo e distendendo Ashur nudo davanti alle fiamme alte. Lo avvolse in una coperta, ma dopo un attimo cambiò idea, prendendolo tra le braccia e strofinandogli gli arti per aiutare la circolazione del sangue.
«Forza, ragazzo.» gli mormorò all'orecchio. «Sei al caldo, adesso, vedi di riprenderti.»
Continuò a scaldarlo, sentendo la pelle di Ashur gelata sotto le dita che frizionavano con forza. Nella sua terra natale la neve era una visitatrice che a ogni inverno lasciava una coltre anche alta metri al suolo. Nelle tormente si poteva morire e il freddo uccideva lentamente, togliendoti ogni forza. Majion ebbe cura di massaggiare con cura le estremità, le mani e i piedi del giovane che teneva praticamente in grembo, per preservarle dal gelo. Gli sembrava così sottile e fragile, in quel momento, che desiderò ancora di più proteggerlo. Ci volle solo una decina di minuti perché il tremito cessasse e, lentamente, il colore cominciò a riapparire sulle gote di Ashur che aprì gli occhi.
Quelle iridi rosse erano confuse, stralunate, e ci volle più di un tentativo perché riuscisse a parlare. «Majion?» disse il suo nome, come se non fosse stato certo di quello che vedeva.
«Sì. Ti ho portato al caldo.»
«Non ricordo. Quando?»
«Non puoi ricordare, eri svenuto.» fu la voce di Fiuren, decisa e seccata, a rispondere ad Ashur. Il nobile chiuse il rotolo che stava leggendo. «Majion con il mio permesso ti ha portato dentro, temeva per la tua vita. Credo sia il momento di ripagarmi della mia gentilezza, ti ho evitato tutta la punizione nonostante il danno che hai fatto a Tìnqui.»
Il nobile andò a sedersi in una poltrona più vicina al camino e osservò attentamente Ashur. Sua moglie aveva ragione, ne era certo. Il sangue di quel ragazzo vibrava di potere, ma non era ancora il momento di usare quell'informazione: al momento solo lui e Shirèn sapevano. «Mio figlio ha buon gusto, decisamente.» disse invece. Accarezzò, sporgendosi in avanti, la testa del giovane, passando le dita tra i capelli umidi e scendendo fin sulla spalla e sulla schiena, sfiorando il tatuaggio che ora mostrava il marchio della Fenice. Risalì lungo la pelle fredda fino al volto, premendo appena con i polpastrelli sulle labbra dello schiavo, saggiandone la morbidezza. Si drizzò, adagiandosi con la schiena contro la spalliera imbottita della poltrona. «Majion, mostrami un po' questo fiore che vuoi proteggere a ogni costo. Voglio sentire la sua voce mentre grida di piacere, voglio godere dello spettacolo del suo corpo mentre lo possiedi. Fammi vedere qualcosa che possa giudicare meritevole.»
Majion spalancò gli occhi, deglutendo. «Padrone, io...»
«È un ordine, non una richiesta.» l'interruppe Fiuren, notando lo sguardo sconvolto di Ashur. Era evidente che il giovane non sapeva come reagire. Ancora intirizzito nella mente e nel corpo, il ragazzo sembrò così spaesato da indurre un moto di tenerezza nel nobile. Quello, però, non fece che ravvivare la curiosità e il desiderio dell'uomo. Guardò quelle iridi piene di riflessi rubino percependo, ora che sapeva cosa cercare, quello che rendeva così speciale quel giovane. Con un sorriso che le ombre nate dalle fiamme rendevano quasi oscuro, Fiuren si sciolse i capelli, porgendo il lungo nastro blu che li aveva tenuti legati a Majion. «Sai come voglio che lo usi.» mormorò, guardando poi Ashur, ancora tra le braccia del cestrix.
Lo sguardo che Majion rivolse ad Ashur era di scuse. Il ragazzo lo guardava: sembrava sconvolto, come se solo in quel momento avesse capito quello che Fiuren voleva da loro. Scosse appena il capo e i lunghi capelli neri scivolarono sulla sua pelle in una carezza umida e fredda. Il ragazzo deglutì, sentendo il suo corpo ancora rigido e la mente ovattata.
Con delicatezza il cestrix prese il nastro, attorcigliandolo alle sue dita, e fece scivolare la spessa veste dalle spalle fino a che non si depositò in un frusciare appena percettibile sullo folto tappetto dove era seduto. Il suo viso si fece distante, mentre un leggero sorriso si disegnava sulle sue labbra. Del resto non poteva disobbedire; non solo non aveva alternative, aveva accettato di sua spontanea volontà senza sapere a cosa aveva dato il proprio consenso. Però non era nulla di così grave, almeno secondo lui, anche se temeva che l'amico potesse non prenderla troppo bene.
Con delicatezza prese tra le mani il viso di Ashur che si scansò di poco, gli occhi talmente spalancati da essere il ritratto della confusione e dello smarrimento, prima che lui stringesse la presa tenendolo fermo. Avvicinò le labbra all'orecchio del ragazzo, mormorando più piano che poteva: «Mi dispiace, Ashur. Fingi sia un cliente, se può aiutarti. Non posso disobbedire e non puoi neppure tu, lo sai. Rilassati, fingi che non sia io se ti aiuta.»
Sentì il corpo del ragazzo farsi teso sotto le sue mani, poi percepì che si rilassava contro di lui, abbandonandosi alle sue mani. Con delicatezza iniziò a baciare la pelle dietro l'orecchio del giovane, scostando le lunghe ciocche scure in modo da poter avanzare, tracciando una scia di baci che da lì scendeva lungo il collo e si dirigeva verso la gola. Con la sinistra raggiunse il ventre, iniziando ad accarezzare il sesso del ragazzo, stuzzicando con i polpastrelli la pelle morbida e calda. Tra le sue dita penzolava quel lungo nastro blu e, man mano che sentiva la carne dell'amico risvegliarsi, si malediceva per quello che gli era stato ordinato di fare. Sapeva che quella era una tortura, l'aveva provata fin troppe volte sotto le attenzioni di Fiuren. Il nobile amava vederlo contorcersi tra piacere e dolore, negandogli ogni soddisfazione fino a farlo supplicare, tremante, ai suoi piedi. Odiava quell'aspetto del suo padrone: non era neppure reale malvagità, solo il piacere estremo del vedere il potere che aveva su di lui.
Guardando il viso dell'amico, Majion pregò di riuscire ad agire come aveva lui stesso consigliato ad Ashur ma, per quanto si sforzasse, sotto le sue dita non riusciva a immaginare un anonimo cliente. Si sentiva attratto dalla bellezza del ragazzo, quello da sempre e non l'avrebbe mai negato. Non l'aveva mai neppure nascosto ad Ashur, ma tra loro c'era sempre stato un confine: Majion sapeva che per il ragazzo gli uomini erano un obbligo sempre e comunque e aveva rispettato i suoi desideri, evitando in ogni modo di portare su quel piano la loro amicizia. Aveva dovuto insegnargli, ma quello era stato diverso: non l'aveva posseduto, gli aveva solo mostrato come muoversi, a volte toccato, più spesso parlato. Mentre massaggiava l'erezione sempre più desta di Ashur, allontanò quei pensieri e concentrò i suoi baci sulla gola e sul collo del giovane, sentendo che rabbrividiva di piacere.
Ashur teneva gli occhi serrati, imponendosi di non pensare. Aveva visto il rammarico negli occhi di Majion e l'altro aveva ragione, non potevano rifiutarsi. Il gelo di quelle ore passate sotto la neve era ancora un ricordo fin troppo vivo, così come il dolore alle mani e ai piedi, alla pelle ghiacciata e alla schiena dolorante per l'immobilità e il peso che aveva dovuto sopportare. Aveva pensato che la frusta sarebbe stata meglio di quello: certamente sarebbe stata più rapida. Il tormento del freddo era subdolo, lento, diventava un fuoco che divorava la carne, che faceva perdere la sensibilità e allo stesso tempo la acuiva. Era una tortura che aveva odiato, perché quella punizione poteva essere solo definita a quel modo. Quindi no, non avrebbe protestato, non si sarebbe opposto. Non voleva tornare in quel cortile, con le caviglie incatenate in modo che solo qualche minimo movimento gli fosse possibile.
Il suo corpo era ancora pesante, il freddo era stato scacciato ma gli sembrava ancora di avere i muscoli fatti di legno. Lì, tra le braccia di Majion, si abbandonò all'altro completamente, fidandosi dell'amico in maniera cieca e istintiva. Sentì il profumo della pelle del cestrix solleticargli il naso e allungò le braccia, passandogliele attorno al collo. Era in braccio all'altro, una posizione che, in qualunque altro momento, con la mente più lucida, l'avrebbe imbarazzato risvegliando in lui la rabbia. Eppure in quel momento tutto era lontano, ovattato. Aprì gli occhi e guardò il viso avvenente di Majion delineato dalla luce delle lampade a olio e del fuoco. Per un solo istante posò lo sguardo su Fiuren e la paura gli bloccò con un pugno lo stomaco. Sopra l'uomo aleggiava quella stessa forma che quasi dieci giorni prima aveva visto sopra Shiin. Quella specie di donna aquila. La sensazione di essere in trappola lo fece tremare violentemente, mentre chiudeva di scatto gli occhi. Si concentrò sulle mani di Majion per dimenticare, per mettere a tacere la voce nella sua mente che gli diceva, subdola, che stava diventando pazzo.
Gemette, gettando la testa all'indietro quando la mano dell'altro aumentò il ritmo; sentiva il piacere scaldarlo dall'interno mentre cercava di dimenticare chi era che lo causava, quello che aveva visto, mentre cercava nell'abbandono più totale un rifugio dalla sua mente inquieta. Poi le dita del rosso si allontanarono e si trovò ad aprire gli occhi, umidi di piacere, cercando il motivo di quell'abbandono in un momento così vicino al culmine. Ashur vide lo sguardo dolente e colmo di scuse di Majion mentre iniziava ad avvolgere un nastro alla radice del suo fallo, stringendo fino a farlo gemere di dolore. Il ragazzo affondò le dita nelle spalle del cesrix, serrando i denti mentre l'altro avvolgeva l'asta e i testicoli con più e più giri, mescolando al male i residui di piacere. Il suo ventre pulsava, desideroso di attenzioni eppure, al contempo, mandava fitte di tormento. Scariche che gli strapparono un verso pieno di sofferenza.
«Cosa...?» mormorò appena, con la voce strozzata, incerto e spaventato. Majion come unica risposta lo baciò, facendolo distendere sotto di lui e bloccandogli i polsi sopra la testa con una mano quando Ashur cercò di raggiungere il nastro.
Majion sentiva il corpo dell'amico tremare sotto di lui, lo sguardo sperduto e indifeso che gli rivolgeva in quel momento gli lacerò il cuore. Si rese conto che erano i postumi del principio di assideramento a renderlo così vulnerabile. Le difese di Ashur erano completamente abbassate: sembrava incapace di reagire con la sua solita forza e decisione. Baciò di nuovo le labbra morbide del ragazzo che si schiusero per lui, accogliendolo con una dolcezza che il rosso non avrebbe mai sospettato essere possibile. Sotto quel fuoco, quella rabbia, ora ne era corto, si celava un'anima con un lato colmo di insospettabile tenerezza. Colpito da quella comprensione così inaspettata e profonda dell'animo dell'altro, Majion si soffermò a sfiorare con grazia quel volto, strappando dolci sospiri da quelle labbra. Con le dita dell'arto libero accarezzò il viso di Ashur, scendendo lungo il petto e fermandosi sui capezzoli. Lì iniziò a pizzicarli piano, accarezzandoli e stuzzicandoli, facendo in modo che Fiuren, dalla poltrona, potesse avere un'ottima visuale di Ashur. Il giovane stava inarcando la schiena, trattenendo a tratti i versi di piacere. Era una visione decisamente erotica: il corvino aveva i lineamenti quasi illuminati dalle sensazioni che provava, mentre si dimenava sotto Majion. I versi che uscivano dalle labbra che continuava a mordicchiarsi, però, non erano solo piacere. Stretto a quel modo dal nastro, continuamente stuzzicato, provava anche dolore. Majion notò un cenno del suo padrone e lo vide scostarsi i lembi della veste. L'erezione di Fiuren era svettante e il gesto era stato chiaro. Il cestrix lasciò i polsi dell'amico e, afferrandogli la nuca con delicatezza, gli voltò la testa in modo che vedesse l'inturgidimento del padrone e gli si avvicinò all'orecchio. «Vuole te. Che lo soddisfi tu.»
Ashur fissò Majion, lottando tra dolore e piacere. Con i muscoli che ancora rigidi faticavano a obbedirgli si mise a gattoni, sentendo il corpo indolenzito. Si avvicinò lanciando uno sguardo al nobile, un'occhiata colma di fuoco, celato sotto una patina di lussuria e ubbidiente sottomissione. Quell'immagine che aveva visto c'era ancora, ma era così sbiadita che per lui era facile, ora ignorarla. A quel punto prese in bocca il sesso dell'altro, iniziando a succhiare e leccare con lentezza, percorrendo con la lingua l'intera lunghezza. Quando sentì le dita di Majion invaderlo si irrigidì per un lungo istante, costringendosi poi a rilassarsi. Continuò a lambire e lusingare, dedicandosi con ogni attenzione a quella carne, vezzeggiandola, concentrandosi su quello per non sentire il dolore al proprio sesso, il nastro che gli affondava nella carne dolorosamente. Strinse gli occhi quando il tocco del cestrix raggiunse quella parte di lui che dall'interno faceva sbocciare il piacere. Come ondate che si infrangevano su uno scoglio, però, il piacere non trovava vero sbocco a causa del fiocco che lo stringeva. Era un tormento e un piacere e si rese conto di mugolare e di dimenarsi lascivamente. Con rabbia si impedì di emettere altri suoni, aumentando il ritmo con cui si prendeva cura del sesso del nobile, fin quando non sentì le mani di Fiuren bloccargli la testa e un fiotto caldo riversarsi nella sua gola.
Venne scostato mentre la nausea lo assaliva. Non si sarebbe mai abituato a quello: lo disgustava profondamente.
Majion riprese a muovere le dita nel corpo del ragazzo, spingendosi a fondo, preparandolo. Ashur teneva i fianchi in alto, posando il proprio peso sui gomiti. Aveva ripreso a gemere, odiandosi per non riuscire a trattenere la voce che, roca, gli usciva dalle labbra.
«Lasciati guidare.»
La voce di Majion raggiunse in un sussurro Ashur che, ubbidendogli, assecondò i movimenti dell'altro. Il cestrix si sedette, posando la schiena contro le pietre laterali del camino dietro di loro e accompagnò lentamente Ashur con le mani. In ginocchio davanti all'altro, Ashur gli dava la schiena. Sentiva l'erezione del rosso accarezzargli l'apertura, si sentì spingere verso il basso e, lentamente, con lo sguardo di Fiuren che sembrava divorarlo, si impalò.
Ashur inarcò la schiena, gemendo e sentendosi riempire calò sempre più in basso. In quel momento la sua mente urlava in bilico tra piacere e tormento, le fitte che salivano dal suo sesso erano scosse abbaglianti e l'invasione che saliva dentro di lui da dietro faceva fiorire lungo la sua schiena un rampicante di piacere che gli toglieva ogni forza. In un gesto dettato dal bisogno di liberarsi si portò le mani al nastro, ma Majion gli afferrò i polsi con forza, bloccandoglieli lungo i fianchi e spingendosi in lui completamente con un'unica spinta.
In quella posizione ogni movimento del cestrix andava a stimolarlo profondamente e Ashur si trovò a tremare di piacere, arrivando a gridare a ogni pressione in preda a un tormentoso piacere che non aveva mai provato prima. Aprendo gli occhi pieni di lussuria e desiderio, Ashur li posò sul nobile che lo osservava massaggiandosi l'erezione. Il ragazzo supplicò con lo sguardo e con la voce: una preghiera priva di parole scaturì dalle sue labbra.
Sentendosi svuotato di ogni forza, Ashur continuava a gemere in preda al desiderio di liberarsi, di raggiungere l'apice che il nodo gli impediva di toccare.
«Ti prego...» gemette verso Fiuren, riuscendo finalmente ad articolare delle parole comprensibili. Mosse i fianchi sul sesso di Majion, salendo e scendendo lungo la carne dell'altro, la testa abbandonata ora all'indietro, ora in avanti, con i lunghi capelli che scivolavano come un velo d'ombra sulla sua pelle.
Finalmente il gesto che Majion attendeva arrivò e liberò i polsi di Ashur, andando al sesso del giovane e sciogliendo il nodo del nastro, che cadde a terra. Gli bastò sfiorarlo per sentire l'umido frutto del piacere sulla punta. A quel punto uscì dal corpo di Ashur, ribaltandolo con delicatezza al suolo e afferrandogli una caviglia piegò la gamba, in modo da facilitargli l'accesso. Lo penetrò nuovamente, guardando quel viso contorto dal piacere e accarezzando il fallo e i testicoli del giovane, continuando a muoversi sempre più velocemente fino a quando non si liberò con un grido, poco dopo aver visto il piacere sbocciare nel più giovane.
Fiuren sorrise, il ragazzo riverso sul tappeto era uno spettacolo dalla bellezza sensuale e delicata. La lunga chioma era sparsa sul tappeto chiaro e gli occhi del ragazzo sembravano tizzoni ardenti. Erano ancora velati dal piacere e dimostrava completamente la sua giovane età, in quel momento.
Ashur si mosse, mettendosi in ginocchio davanti al nobile e tenendo il capo chinato, in silenzio. Non aveva idea di cosa dire o fare, ora che la sua mente stava riprendendo a funzionare stava assimilando quello che era successo. Soprattutto, però, temeva di guardare Fiuren e vedere di nuovo quella figura. Stava impazzendo, probabilmente. Da una decina di giorni, da quando Shiin lo aveva comprato, ogni tanto vedeva cose strane e inspiegabili e più cercava di ignorarle, più si facevano vivide. A volte vedeva forme nelle ombre delle persone, immagini sovrapposte a loro, cose. Sentì la presenza di Majion accanto a sé e si arrischiò a guardarlo con la coda dell'occhio. Anche lui era inginocchiato, una posizione identica alla sua, davanti al nobile.
«Andatevene.» la voce del triunviro era divertita. Fiuren guardò Ashur vestirsi in fretta, imitato dal cestrix, pensando alle parole della moglie.
Shirèn era sempre stata un'osservatrice molto migliore di lui, una fisionomista eccellente. Il giorno stesso che aveva visto Ashur, una volta passata la crisi di tosse che l'aveva indebolita per ore, aveva chiesto di vederlo.
Senza preamboli gli aveva domandato se avesse fatto davvero caso agli occhi dello schiavo che aveva salvato la vita del loro figlio e lui aveva annuito. Aveva elogiato quel colore così unico e lei gli aveva scoccato un'occhiata piena di commiserazione. Ricordava ancora con precisione le parole che gli aveva rivolto. "Fiuren, non ti ho chiesto un elogio alla bellezza. Dopo tutti questi anni credi mi interessi davvero sentirti magnificare un concubino? No, io ti chiedo di pensare a chi ha gli occhi rossi. A chi ha quel tratto distintivo nella sua linea di sangue."
Il nobile sospirò. Sua moglie aveva la capacità di farlo sentire come uno scolaretto colto in fallo: il più delle volte, però, aveva ragione quando lo faceva. Solo in quel momento, ragionando sulle parole di lei, aveva collegato i pezzi chiedendosi come aveva potuto essere così cieco. Il clan del Leone presentava quasi sempre iridi di quel colore nella sua linea di discendenza. Certo, c'erano delle eccezioni, ce n'erano sempre, in ogni famiglia. Eppure non era stato capace di vedere l'ovvietà che aveva sotto gli occhi. Aveva conosciuto Taone durante la guerra, provava stima e rispetto per il generale del Leone, assieme a una certa invidia per la posizione di privilegio che le gesta eroiche dell'uomo sul campo di battaglia erano fruttate a quella famiglia. Non poteva fare a meno di considerarlo un uomo d'onore, stimandolo profondamente, ma quello non l'avrebbe certo fermato. Grazie alla guerra Taone era diventato uno dei più stretti consiglieri militari dell'imperatrice, diventando molto più influente di quanto a Fiuren piacesse pensare. Spesso il triunviro aveva trovato nel generale un'alleato, molto più spesso era stato un avversario politico dalla scaltrezza non indifferente.
Il triunvirato governava la città, le rotte commerciali marittime e parte di quelle di terra e le terre attorno, come se fosse un piccolo regno. Taone aveva lottato perché il potere delle tre famiglie a capo di quel territorio fosse limitato mentre lui, e gli altri due rappresentanti del triunvirato, desideravano in realtà affrancarsi dal regno e fare di quelle terre un'oasi commerciale di cui sarebbero stati gli unici padroni. Erano giunte nell'ultimo anni voci confuse riguardanti una misteriosa malattia di Taone e la scomparsa del suo erede e, a quanto pareva, la risposta a quel mistero era sotto il suo tetto. Ashur non era scomparso, era stato cacciato e privato del suo nome, ma il dono del Leone scorreva forte in lui: una capacità che poteva piegare e mettere al servizio della Fenice. Sul viso dell'uomo si disegnò un nuovo sorriso, scaltro e soddisfatto. Aveva visto poco di quella dote durante la guerra, ma nel sangue di quel clan scorreva la potenza delle dame corvo della dea dai mille e nessun nome. Per lui quella non era una leggenda: aveva visto con i suoi stessi occhi Taone evocare la magia del sangue e tenere, da solo, testa a decine di streghe. Ricordava distintamente la furia bruciante e l'inarrestabile sete di sangue dell'uomo, come nulla sembrasse capace di fermarlo. Nessun arma, nessun attacco e nessuna ferita lo rallentavano, mentre attorno a lui un'aura nera e scarlatta, oscura, sembrava librarsi, come immense ali tenebrose. L'immagine di Taone, avvolto da quella forza, sporco di sangue e circondato da cadaveri gli tornò in mente, strappandogli un brivido. Sentiva la stessa forza in Ashur, quella stessa vibrante e selvaggia potenza. Avrebbe trovato il modo di imbrigliare quella forza e dominarla, di usarla. Ashur ora era uno schiavo e nessuno poteva toglierlo dalle loro mani.
Si chinò, raccogliendo il nastro abbandonato e osservandolo. Lo gettò nel fuoco, guardandolo ardere tra le fiamme. Aveva ai suoi ordini uno schiavo che poteva fargli raggiungere la sala del trono, poteva far sì che il suo clan diventasse così potente da poter obbligare l'imperatrice stessa ad accettare il suo primogenito come consorte. La Fenice e il Drago uniti: a quel pensiero gli occhi dorati di Fiuren si accesero, contemplando un futuro in cui il suo clan era legato a quello imperiale per matrimonio.  


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