-39- L'imperatore del Caos

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  I giorni erano scivolati uno nell'altro, mentre Ashur diventava sempre di più la fedele e silenziosa ombra di Nokraal. L'eletto del caos regnava dal trono di Shandyan, privata di ogni potere e relegata nell'ala delle donne del palazzo. Lì la sua piccola corte la serviva, viveva nel benessere e nell'agio, ma al di fuori di quelle porte demoni e soldati fedeli al caos, che avevano giurato sinceramente fedeltà a quella causa, sorvegliavano la donna e chi le era devoto. Una gabbia dorata, lussuosa, piena di agi e da cui era impossibile fuggire.
Ashur aveva ucciso decine di uomini e donne, nell'ombra, su comando di Nokraal. Era diventato un assassino che vedeva in due mondi e uccideva sia creature umane che spiriti. Aveva posto termine anche all'esistenza di una donna, o meglio, di uno spirito femminile, che serviva l'imperatrice. Si chiamava Tewu ed era di una bellezza aliena, ma così unica, da averlo quasi ipnotizzato con i suoi occhi simili a sfere di ghiaccio. Era stata una lotta feroce e lunga, che lo aveva ridotto molto male: quell'essere manipolava le ombre e il ghiaccio e si era trovato a vincere solo appellandosi al potere del suo sangue, il potere di Tewu era letale e solo con enorme sforzo l'aveva sopraffatta, guadagnando una serie di cicatrici lasciate dai suoi artigli neri che avevano impiegato fin troppo tempo a guarire, anche con il potere del suo sangue. Lei l'aveva però riconosciuto e, così, ogni speranza del giovane di risparmiare una vita era stata vana. Da allora, però, Shandyan aveva smesso di mandare i suoi servitori, in qualunque forma, al di fuori del palazzo per spiare e portare ordini o messaggi.
Da dietro il grande scranno d'oro del drago, all'ombra dei drappeggi di seta alle spalle di esso, Ashur osservava la sala del trono. Gremita di nobili, servitori, guardie e, alla porta, una coppia di demoni dalle fattezze quasi umane. A parte l'altezza e la pelle scagliosa, avrebbero anche potuto sembrare due comuni soldati. Nokraal era seduto pigramente, completamente abbigliato di nero e con il volto coperto, ascoltava i suoi consiglieri, un gradino sotto di lui.
C'erano in atto piccole rivolte e alcune erano state soffocate nel sangue, dando un esempio tale di ferocia che le altre si erano spente spontaneamente, le atrocità con cui erano stati soffocati quei focolai di ribellione avevano scosso chiunque, tanto che Ashur aveva cercato di impedire il loro perpetuarsi, riscendo in certa misura ad arginare quel fiume di inumanità. Vedere uomini e donne mangiate sulla pubblica piazza, sventrati, bruciati, era stato un deciso deterrente.
Se non ci fosse stato quell'aspetto violento e brutale assieme alla presenza demoniaca e al bisogno degli stessi di nutrirsi, probabilmente il regno dell'eletto del Caos sarebbe stato simile a quello di Shandyan, governato dalla legge e dall'ordine.
Parzialmente celato dalle pieghe dei drappi, Ashur ascoltava nell'ombra, attento, quello che accadeva nell'impero, i problemi e le soluzioni proposte, annotando quello che avrebbe poi detto a Nokraal. L'eletto del Caos tendeva ad ascoltarlo quando erano soli, non per questo faceva quello che lui suggeriva, ma lo ascoltava e, a volte, metteva in pratica le sue parole.
Purtroppo, però, non capiva Nokraal, non davvero. In tutti quei mesi gli aveva affidato compiti che lo avevano portato da un lato a odiarsi sempre di più eppure, dall'altro, quegli omicidi avevano evitato spargimenti di sangue ancora più grandi. Un nobile che tramava una ribellione ucciso nella sua casa aveva stroncato la stessa, senza che venissero uccise decine o centinaia di rivoltosi, per esempio. Aveva imparato a sue spese che il suo ruolo era paragonabile a una specie di mano pietosa di Nokraal, in realtà: una vita in cambio di dieci, cento, mille. Era il suo dovere mieterla per risparmiarne altre, non di meno le sue mani erano rosse del peccato che commetteva e la sua anima si era indurita, ma con un certo orrore si era reso conto, nello trascorrere dei giorni, che ora non si odiava più.
«Ombra.» Ashur fece un passo avanti e, per chiunque nella sala, sembrò essersi staccato dai tessuti alle spalle del trono, dalle tenebre tra le pieghe della seta.
Mise un ginocchio a terra, accanto al seggio, e la mano di Nokraal si posò sotto al suo mento, la maschera del giovane saldamente ferma al suo posto.
«Padrone, come posso servirvi?»
«C'è un ospite che voglio sia tu ad accogliere, Jiaren del clan del Leone è venuta in risposta alla nostra convocazione.»
Sotto la maschera Ashur strinse i denti con rabbia. Perché Nokraal giocava con lui a quel modo?
«Come ordinate, padrone. Mi reco immediatamente ad accogliere la vostra ospite.»
Fece un passo indietro, scomparendo tra le ombre e una volta dentro il panneggio si concesse un sospiro amaro, mentre prendeva uno dei corridoi secondari del palazzo simili a passaggi segreti. Erano percorsi stretti, intricati, e lui aveva appena imparato a conoscere i principali. Incrociò qualche servitore che si affrettò a spostarsi per farlo passare, mentre a passo svelto si dirigeva ai cancelli principali.
Si muoveva agilmente, la mano posata sull'elsa della katana, la lunga coda di cavallo fermata da un cordino scarlatto sulla cima della testa che sventolava alle sue spalle.
Tutto il resto di lui era celato e ne era grato.
Uscì nella grande piazza d'ingresso, lastricata di pietra, in cui una vita fa aveva visto Shandyan nelle vesti di schiavo di Shiin, prostrato in un lontano angolo assieme a Majion.
Il suo sguardo si posò in quel punto, ora vuoto, mentre il ricordo del Cestrix gli riempiva per un lungo istante l'anima. Ora che non era più con lui stava certamente bene, era la sua presenza a metterlo in pericolo. Doveva dimenticare l'amico per proteggerlo, per quanto desiderasse la sua confortante presenza, il potergli parlare, temeva che anche solo indulgere nel suo ricordo potesse in qualche modo fargli correre dei rischi. Quindi rigidamente si avviò alle porte, dove Jiaren aspettava con il suo seguito. Si fermò, osservando la sorella per un istante: indossava l'armatura e il suo capo orgogliosamente eretto era privo di elmo. I suoi occhi erano granati cupi e impenetrabili e non poté fare a meno di chiedersi quante cose avesse passato per colpa sua. Quanto sangue, dolore, morte aveva visto? Quante creature aveva affrontato e ucciso al posto suo, per colpa sua, perché il peso che avrebbe dovuto essere suo era stato messo sulle sue spalle?
Con la sua codardia aveva ucciso la ragazza che era stata la sua sorellina, calpestato quel fiore delicato e fragile, di una bellezza gentile, per far nascere una nuova Jiaren. Da quelle radici era spuntata quella donna affilata e cupa, pericolosa, un fiore ancora pieno di bellezza, ma irto di spine e veleno, con una coda di scorpione pronta a colpire in ogni momento, vigile e fatale.
Ogni morbidezza era sparita, ogni innocenza lavata via dal sangue del campo di battaglia.
Non servirono fanfare o servitori: non appena Ashur fu notato, Jiaren e il suo seguito si fecero avanti. Dall'alto del cavallo la giovane signora del clan lo squadrò da capo a piedi, nessuna paura nello sguardo che, tuttavia, l'aveva riconosciuto come la mano dell'eletto del caos.
«È questa l'accoglienza che si dà a un nobile?»
«Mia signora, c'è chi ritiene che essere accolti dalla mano sinistra del caos sia un grande onore» una piccola pausa mentre Ashur drizzava ancora di più la schiena. «Il mio padrone, l'imperatore Nokraal, vi offre la sua ospitalità e vi invita a soggiornare all'interno delle sue mura in segno di apprezzamento e rispetto.»
Jiaren sorrise freddamente, squadrando quella figura di cui tutti parlavano con malcelato terrore. «La mano sinistra dicono sia quella del disonore.»
«Se così vi aggrada pensare, mia signora, non sarò certo io a discutere con voi la mia posizione. I servitori vi attendono e l'ala a voi riservata e pronta ad accogliere voi e il vostro seguito.»
«Immagino di dovervi ringraziare.»
Un piccolo inchino di Ashur, mentre uno dei maggiordomi di alto rango si faceva avanti, segnò la fine della loro discussione.
Facendosi indietro, Ashur attese il momento migliore per andarsene, dopo aver osservato a lungo la sorella dall'ombra del muro, mentre smontava e affidava il cavallo a uno stalliere. Vedeva il suo potere, la sua forza, eppure in lei sentiva mancare qualcosa, un freddo pungente sembrava sfiorarlo, proveniente da Jiaren. Sotto la maschera il suo viso si fece pensoso, malinconico, quando infine se ne andò si diresse ai suoi doveri, parlando con nobili spaventati e che indossavano maschere di orgoglio e spavalderia per celare la loro paura.
Li capiva, nei loro panni anche lui si sarebbe temuto, non poteva negarlo. Da quando era diventato la mano sinistra di Nokraal aveva portato la morte rimanendo tra le ombre, l'omicidio, il rapimento. Lo vedevano, a torto o ragione, dietro ogni avvenimento e ogni coltello; compariva e scompariva apparentemente dal nulla, eppure in lui non c'era nulla di magico, non fino a quel punto. Il sangue del Leone era imbevuto della potenza del Corvo, la dea non poteva togliere ciò che aveva dato e lui di certo non si era più fatto particolari scrupoli nell'usare ciò che era suo. Aveva pagato per quel potere con il suo onore, con il futuro della sua casa, con la serenità di sua sorella e la vita dei suoi genitori. Aveva pagato con ogni cicatrice che portava sulla schiena, con ogni uomo e donna che aveva soddisfatto al bordello, con ogni punizione e umiliazione ricevuta.
La dea l'aveva voluto rendere forte? Forse lo era diventato, forse era ancora il ragazzino vigliacco che non aveva raccolto la spada, sopraffatto dalla brutale visione del campo di battaglia e dal dolore delle morti di centinaia di uomini. Ormai, però, quello che aveva ricevuto era suo e l'unica cosa che poteva fare era usarlo.
S'incamminò attraverso i corridoi del palazzo imperiale senza degnare di uno sguardo chi si scansava al suo passaggio, inchinandosi, per poi fuggire via. Attraversò le corti e i giardini interni fino a giungere al portale sorvegliato che portava al castello dell'eletto del Caos, attraversandolo con un unico passo, per trovarsi in altri corridoi vuoti. Ovunque dominava il basalto nero, pareti scolpite e pavimenti di lucidi che mandavano un oscuro riflesso della sua figura. Camminava, seguendo con passo sicuro un percorso che conosceva a memoria.
Aprì la porta e sostò dietro la tenda tirata oltre di essa, nelle stanze personali di Nokraal.
«Padrone» disse, stando dietro il tessuto sottile. Nessuna luce illuminava la stanza e, all'ampio balcone che si apriva al termine della camera, si intravedeva la figura dell'altro, illuminata dalla luna. «Ho svolto i miei doveri, la signora del Leone è giunta e l'ho accolta, gli altri nobili da cui volevate passassi hanno consegnato il dovuto, non ho notizie rilevanti per voi.»
Ci fu un lunghissimo silenzio, ma senza essere congedato Ashur sarebbe rimasto lì. A volte rimaneva in piedi per ore, come se Nokraal l'avesse dimenticato, eppure sapeva, con ogni fibra del suo essere, che l'eletto del Caos non si scordava mai di nulla, semplicemente lo ignorava.
«Vedo cose che non capisco, a volte...» la voce dell'eletto, dal balcone, era strana. Sembrava pervasa di una malinconia inconsapevole e immensa. «Volti di donne sorridenti, pieni d'amore, di bambini felici. Sento parole e nomi, eppure non ne ho una vera memoria, sono sfumature tra le pieghe dei pensieri e, quando mi soffermo, svaniscono come la bruma mattutina ai primi raggi del sole. Sono confuso da tutto questo, ed è iniziato con il tuo arrivo. Cosa mi stai facendo, figlio dei corvi?»
«Cosa...?» in in gesto inconsapevole Ashur fece un passo indietro, scuotendo il capo in una negazione. «Ho giurato fedeltà e non sto facendo nulla, padrone. Non saprei neanche fare una cosa simile, io... non so nulla di magia e voi lo sapete bene!»
«Vieni qua.»
Lentamente i passi di Ashur lo portano oltre la tenda, al fianco dell'eletto del Caos. La luna illuminava la figura dell'altro e con un brivido il giovane lo fissò: era privo di maschera e solo una leggera veste lo copriva, rivelando tra le ombre della notte molto più di quanto abbia mai visto di lui.
Il silenzio parve interminabile e, quando Nokraal voltò il capo, gli occhi che fissavano il giovane Leone erano pozzi neri. «Hai mai ricordi?»
«Ricordi? Io... sì...» incerto e perplesso, lo sguardo di Ashur scivolò lungo il viso dell'altro, studiandolo alla scarsa luce. Un viso che dimostra una trentina d'anni, squadrato, i dettagli celati dalle ombre. Intravede sul collo dei minuscoli punti di luce e ricordò quando aveva visto la mano. Abbassò gli occhi e vide quel minuscolo cielo stellato, tenebra su tenebra, dai confini sfuocati dalla notte che erano le mani dell'altro. Piccole galassie rinchiuse in una pelle trasparente, che avevano come confine solo le maniche lunghe della veste.
«Cosa ricordi del tuo passato?»
«Tutto, credo, padrone. A parte gli anni in cui ero veramente troppo piccolo. Non capisco le vostre domande, però, e non so come vi posso rispondere al meglio...»
«Da quando sei stato scelto hai mantenuto intatta la tua memoria?»
«Sì...» la voce di Ashur divenne più fievole, mentre l'incertezza vibrava nelle sue parole. «Voi non ricordate, padrone?»
«Vattene.»
L'ordine colpisce il giovane come uno schiaffo in pieno volto, tanto la voce di Nokraal vibra rabbiosamente. Priva, ora, di ora, di qualunque malinconia, mostrava appieno la forza che contraddistingueva l'eletto del Caos.
Chinando il capo Ashur si allontanò, uscendo poi dalla stanza e dirigendosi a quelle attigue a lui riservate. Non aveva mai visto Nokraal privo di maschera e quel viso era così comune, in un certo senso, da risultare deludente... ma gli occhi, quelle orbite completamente oscure, fredde e distanti, rimanevano impresse nella sua mente.
Cosa voleva dire con quelle parole? Perché quel tono? Cosa voleva dire quella domanda?
Nokraal aveva perso ogni memoria diventando un eletto?
Sdraiato sul letto, con la maschera posata sul pavimento, Ashur si sfregavò il volto, cercando risposte a quelle domande.
Perché, poi, aveva incolpato lui? Anche se non l'aveva accusato seriamente, o sarebbe probabilmente ancora lì, sotto interrogatorio, perché aveva pensato fosse tutto collegato a lui?
Aveva detto che era iniziato con la sua presenza, ma a lui non sembrava di aver fatto qualcosa, se non obbedire agli ordini che gli venivano dati.
Si rigirò nel letto più e più volte, stanco, eppure incapace di dormire.
Infine prese sonno e le immagini della sorella si sovrapposero a quelle di Nokraal, rendendo il suo riposo irrequieto e l'alba lo trovò già sveglio, fuori dalle sue stanze, mentre si dirigeva al passaggio magico che collegava i due palazzi per svolgere le sue mansioni al palazzo imperiale.
Aveva appena varcato la soglia quando, appena al di fuori della zona che sorvegliavano i demoni, un servitore dall'aria terrorizzata gli venne incontro.
«Mio signore, Jiaren del Leone pretende di poter vedere l'imperatrice e siamo sull'orlo di uno scontro! Non c'è stato ancora modo di convincerla ad abbandonare le sue intenzioni.»
«Non ascolta, quindi. E non siete in grado di fermarla con il buon senso?»
«Signore...» Ashur non aveva smesso di camminare e il servitore lo guardava sempre più spaventato «quella donna ha il potere del suo clan, ha dato un ultimatum ai nostri soldati e preferiamo non coinvolgere i... le forze personali dell'imperatore Nokraal.»
«Mi stai chiedendo di intervenire personalmente?» la voce che usciva dalla maschera era così gelida che il pover'uomo sbiancò ulteriormente, cosa apparentemente impossibile. Ashur si fermò, squadrandolo. «Fammi strada» ordinò infine, con voce imperiosa.
«Grazie, grazie, signore, grazie!» il sollievo era palpabile, tra la paura, mentre quasi correndo l'uomo faceva strada attraverso i corridoi.
Ben prima di arrivare la voce di Jiaren, stentorea, arrivò alle orecchie di Ashur: intimava di spostarsi ai soldati, non voleva fare loro del male, ma la sua pazienza era al limite.
«Divertente, mia signora. Un ospite che dà ordini nella casa del proprio sovrano, uno scherzo che trovo di pessimo gusto.»
Jiaren si voltò di scatto, in armatura completa, fissandolo mentre sul suo volto si disegnava una smorfia irritata che non si preoccupò di celare. Con una vaga soddisfazione Ashur capì che la sorella non temeva per nulla l'Ombra.
«Pretendo di vedere l'imperatrice Shandyan, è mio diritto in quanto nobile e sono ancora, inoltre, una delle dame del suo seguito: nonostante tutto quel ruolo non mi è stato tolto.»
«Sono perfettamente consapevole di chi voi siate e dei vostri titoli, sono però sorpreso di come il vostro comportamento non si confà a essi. Minacciare soldati che svolgono il loro dovere, terrorizzare i servitori della casa del mio padrone... perché ora questa è la dimora dell'imperatore Nokraal, ricordate gli avvenimenti dell'ultimo anno, spero. Mi pare proprio di avervi visto prestare giuramento sul campo di battaglia assieme agli altri nobili.»
Un lungo e gelido silenzio intercorse tra i due, mentre il potere della giovane ribolliva sulla sua pelle. Infine la sua mano lasciò l'elsa della katana.
«Mostratemi la mia signora, allora.»
«Tornate qua in un orario e con abbigliamento più consono all'ala delle donne e sarò io stesso a scortarvi, mia signora.»
Quelle parole pesarono sull'anima di Ashur, ma non poteva in nessun modo far correre a Jiaren il rischio che i demoni guardiani intervenissero: sarebbe stato costretto a lottare e quello l'avrebbe indubbiamente fatto scoprire, almeno da lei, con tutte le conseguenze che voleva assolutamente evitare.
«Sarò qua poco prima dello zenit.»
«Come desiderate, sarò presente per scortarvi.»
Con un gesto di comando la giovane signora del Leone segnalò agli uomini che l'accompagnavano di seguirla e con passo deciso, il mento sollevato fieramente, iniziò ad allontanarsi mentre il sollievo si scatenava nel petto di Ashur: l'ultima cosa che desiderava era uno scontro con la sorella. Non era solo la paura di essere scoperto, anzi, la certezza, ma la consapevolezza che avrebbe vinto, anche se non facilmente, e che se la frenesia della battaglia l'avesse consumato avrebbe finito per uccidere lui stesso Jiaren. Avrebbe affondato la spada in lei, rendendosi conto solo dopo di cosa aveva fatto.
Quella consapevolezza era un peso che gli affondava gli artigli nell'anima ed era deciso a non correre quel rischio per nessun motivo.
Guardando Jiaren che si allontanava con i suoi uomini, iniziò a fare un breve elenco mentale di quello che doveva fare prima di quell'orario, mentre i servitori iniziavano a disperdersi chiamò il più alto in grado dei soldati lì radunati.
«Se per caso Jiaren del Leone cercasse di fare altri scherzi, mandatemi immediatamente a chiamare. Fate in modo che l'ala del palazzo che la ospita sia meglio sorvegliata: com'è potuta arrivare fin qua con quindici uomini senza che nessuno la fermasse? E perché c'era solo un domestico spaventato ad aspettarmi? Sapete come contattarmi in caso di necessità.»
L'uomo impallidì visibilmente e piegò un ginocchio a terra. «Non lo so, nessuno li ha visti arrivare... abbiamo sistemato degli uomini di guardia e non capisco come siano sfuggiti alla sorveglianza...»
«Interrogateli e scopritelo, voglio delle risposte prima di vedere nuovamente quella donna, sono stato chiaro?»
«Agli ordini, signore!»
Scattando in piedi si diresse verso gli altri soldati, mentre Ashur dava le spalle a quel corridoio, dirigendosi verso la sala del consiglio, la maschera saldamente sul suo viso come sempre.
Nel tragitto, quando era certo di non essere visto, prese un corridoio laterale, entrando in una stanza in disuso, dove si appoggiò al muro, incrociando le braccia. Aveva imparato a controllare la sua vista, decise quindi di usarla, per vedere se, in qualche modo, gli spiriti del palazzo avevano preso posizione decidendo di aiutare Jiaren. Non sapeva controllarli, non conosceva la magia, ma alcuni di quegli spiriti sembravano più inclini di altri ad ascoltarlo e quindi li chiamò. Non erano esattamente parole; per evocarli aveva imparato che pensare intensamente a loro, figurandoseli nella mente e aspettando, li faceva arrivare, con un po' di pazienza. Così accadde e dopo un'attesa non eccessivamente lunga uno spirito, simile a un gatto, si mostrò. Aveva colori strani, una striatura impossibile ed enormi occhi di un verde luminoso, come dei fari.
Tese la mano, accarezzandolo, e lo spirito gatto si strusciò contro la sua mano «Qualcuno ha aiutato Jiaren a uscire non vista dai suoi alloggi?» gli domandò, osservando quella creatura con un piccolo sorriso.
Lo spirito si sedette, la lunga coda ad anelli blu e neri che sferzava l'aria. «Jiaren?»
Il nome della sorella, pronunciato dallo spettro, sembrava una specie di miagolio. Ashur annuì e grattò il gatto sotto il mento.
«Cosa è? Si mangia? Come il pesce?»
«No...» il giovane, accucciato, presse un respiro profondo. Che i nomi propri non avessero significato per quello spirito era sensato. «È come me, ma donna.»
«Oh, l'altra che vede e non vede. No, ha fatto tutto lei con la musica, gran bella musica... aiuta a dormire.»
Ashur strinse le labbra, «musica? Ma in che senso?»
«Quella che si ascolta, no?» Il gatto gli morse un dito e poi, lentamente, scomparve.
Ashur tentò più volte di richiamarlo, ma alla fine dovette arrendersi. Musica, quindi?
Prendendo i corridoio secondari arrivò nella sala del consiglio, aveva il dovere di presenziiare fino all'arrivo di Nokraal ed era già in ritardo. Arrivò, trovando i vari membri intenti a parlare, le ricche vesti di seta ricamate in oro e porpora che rendevano ancora più maestose le figure di molti di loro.
Nokraal ancora non era arrivato, quindi Ashur si posizionò al posto vuoto alla sua sinistra e, lentamente, ogni chiacchiera tacque.
«Il mio signore arriverà presto, iniziate pure a presentare a me i punti del giorno.»
Il più anziano, lisciandosi i lunghi baffi bianchi, si alzò. La testa calva e la pelle rugosa macchiata dall'età gli davano un che di fragile, ma in realtà la sua mente era tra le più pericolose e affilate, anche se ormai il corpo non ne reggeva più il ritmo come un tempo.
«I resoconti dai confini non presentano nessuna novità, sono tutti tranquilli e sotto controllo. Le vie commerciali ritornano a essere frequentate, le tasse agevolate stanno ridando fiducia al commercio. Il... tributo... viene versato con schiavi e prigionieri, con i condannati a morte. Il numero è quello preventivato. L'unico problema è presentato dalle città indipendenti del Triunvirato. Pare che il potere abbia subito una variazione e che il signore della Fenice sia caduto. Il suo erede, Kaidao, non pare accettare i compromessi che avevamo stipulato con il padre.»
«Nulla che gli possiamo offrire lo spingerebbe a unirsi al consiglio?»
L'anziano consigliere strinse gli occhi cisposi, «stiamo indagando. Tutti gli uomini hanno un prezzo, o un punto di rottura.»
«Trovatelo» ordinò, pregando, però, che Kaidao resistesse a qualunque offerta o minaccia. «Iniziate con le offerte, non vogliamo alleati troppo riluttanti.»
Accanto ad Ashur un'oscurità prese ad addensarsi e lo scranno imperiale venne avvolto per un istante da cupe ombre che, dissipandosi, mostrarono la figura di Nokraal. Il giovane scostò la sua sedia e piegò un ginocchio a terra, mentre l'eletto del Caos annnuiva.
«Lasciaci, mia Ombra. Hai svolto egregiamente le mie veci e so che hai altro da fare.»
Sbagliava, o c'era una punta di divertimento nella voce dell'altro? Ashur si rialzò e annuì. «Grazie, padrone.»
Scomparve tra le ombre dei panneggi alle spalle dello scranno, addentrandosi nuovamente per i corridoi secondari, accantonando il pensiero del Triunvirato e cercando di risolvere il mistero di quella musica di cui gli aveva parlato lo spirito.
Si avvicinò sempre di più alla zona riservata al Leone; aveva imparato come non farsi notare e aveva capito che era una specie di conseguenza del suo potere. Era come se dicesse "non guardatemi". Certo, non funzionava perfettamente, ma se si muoveva con circospezione la gente spesso si limitava a non notarlo. Non aveva idea del meccanismo esatto, era come usare gli occhi, o l'udito, concentrandoli su un particolare. Non sapeva come, ma lo faceva.
Una musica delicata, uno scrosciare di note di uno shamisen, l'accolse nei pressi della zona riservata a Jiaren. Si appostò lì, chiedendosi se in qualche modo quella musicista avesse qualche capacità magica. Era quasi ora del suo incontro con Jiaren quando sentì la musica variare. Sbatté gli occhi, per un attimo confuso, poi si rese conto che qualcosa era cambiato: il tappeto davanti alla stanza era stato spostato e lui non aveva visto nessuno farlo e, soprattutto, non cera più alcuna musica. Si guardò attorno, cercando di capire, poi si precipitò al luogo dell'incontro giungendovi da un corridoio laterale assieme a Jiaren, vestita di tutto punto, elegante e regale in un abito di seta scarlatta con i ricami della casata in filo dorato.
«Credevo vi avrei trovato qua.»
Ashur accennò un inchino, «non avete dovuto aspettare, non di meno vi domando scusa.»
«Non fatemi attendere ora, allora. Portatemi dalla mia signora.»
Ashur si inchinò di nuovo, portandosi al fianco di Jiaren e avviandosi lungo i corridoi. «Seguitemi, mia signora.»
Nel seguito della sorella, stavolta composto da sole donne, c'erano un paio di musiciste. Non le avrebbe mai sottovalutate perché non erano guerriere armate, aveva visto con i suoi occhi che in qualche modo la musica l'aveva influenzato: non aveva visto passare quel piccolo corteo, si era reso conto che qualcosa era accaduto solo per caso e al suo istinto.
Camminando in silenzio guidò la sorella fino alla zona del palazzo riservata a Shandyan e al suo seguito. Sorvegliata dai demoni e dai soldati fedeli a Nokraal, era una prigione da cui era impossibile fuggire. Le guardie si fecero da parte al suo arrivo, inchinandosi.
Ashur si fermò davanti alla porte facendosi da parte mentre, dall'interno, un'ancella spalancava i battenti lignei scolpiti e dipinti di scarlatto.
«Quando vorrete tornare ai vostri appartamenti, sarete riaccompagnata da uno degli uomini. Vi auguro una piacevole giornata, mia signora.»
«Sono certa lo sarà.»
Il tono freddo di Jiaren lo sfiorò mentre la giovane entrava con passo regale e Ashur osservò le porte chiudersi dietro di lei. Avrebbe chiesto a Nokraal se sapeva nulla di una magia che coinvolgeva la musica perché, per quanto potesse sembrargli strano, era l'unica cosa plausibile che gli veniva in mente.  

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