- 20 - I venti che ci guidano

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Shandyan cavalcava alla testa dell'esercito, gli stendardi imperiali sventolavano dietro di lei e ogni inutile sfarzo era stato lasciato a palazzo. Andava in guerra, aveva detto ai cortigiani sconvolti, non a un ballo e in combattimento si moriva. Sete e ricami erano adatti alla vita di palazzo, non alla battaglia. Aveva portato con sé poche dame, le più fedeli, quelle che sapevano maneggiare un'arma e che avrebbero potuto difendersi e difenderla. Alcune veterane della vecchia guerra e alcune nuove che l'avevano sorpresa, nel tempo, impegnandosi in quell'arte che spesso veniva più che scoraggiata in una donna.
Erano guerriere fiere, forti, con pochi uomini che potevano essere loro pari. Ognuna di loro si era specializzata in una diversa arma diventando vere maestre nella disciplina che avevano scelto, tanto che venivano anche da lontano per chiedere loro di essere maestre. La fedeltà all'imperatrice, il loro impegno, veniva però prima di ogni altra cosa e nessuna aveva mai accettato un discepolo. Quelle donne sapevano ricamare con delicata maestria la più sottile pezza di seta, così come uccidere un uomo recidendo con ferocia la carne senza nessuna remora. Si fidava di ognuna di loro, di ogni sua dama di quella compagnia d'onore, che seguiva la sua imperatrice con la stessa composta grazia tra i giardini di palazzo come sui terreni di battaglia.
Accanto a lei c'era il generale dei lupi, Sujiang. L'uomo era fiero e serio, mentre cavalcava l'imponente sauro addestrato alla battaglia. La rivelazione di Fiuren della Fenice, la decodificazione del codice del linguaggio delle streghe, aveva dato a quella guerra una speranza che prima non c'era. Se si poteva capire il nemico, capire i suoi piani, prevedere le sue mosse, si poteva battere anche in inferiorità numerica.
«Mia signora, siamo a metà strada dal confine, l'esercito viaggia a tappe forzate da una settimana, potremmo accamparci prima, oggi, e concedere agli uomini un po' di riposo. Arrivare stremati ai passi non aiuterà nessuno.»
Shandyan ponderò per lunghi attimi la proposta dell'uomo, poi annuì. Il generale si inchinò in sella, uscendo dalla fila per comunicare agli sbandieratori l'ordine di fermarsi e accamparsi. Attorno a loro il sole della primavera illuminava ampi prati adibiti a pascolo, il luogo perfetto per far fermare l'esercito. Erano in pieno territorio imperiale, ancora, quindi molte difese non sarebbero state erette, ma questo non esentava gli uomini dal costruire un accampamento militare ineccepibile.
Lungo l'ampia strada sopraelevata un ristretto gruppo di nobili attendeva, a cavallo, che le prime tende venissero erette. La tenda imperiale assieme a quelle dei generali erano al centro, ogni quadrante era di una Famiglia e al centro dello stesso c'era la tenda del loro dyku. Un agglomerato squadrato, tagliato da due vie principali che si intersecano al centro formando una croce. Gli stendardi delle Famiglie erano già piantati e con una velocità impressionante ogni quadrante veniva completato attorno a essi.
Non troppo lontano da Shandyan attendeva Jiaren. Vestita di rosso, con l'armatura recante i simboli del Leone, ricopriva il ruolo di dyku del suo clan. Accanto a lei c'era una delle dame più fidate dell'imperatrice che ricopriva la funzione di consigliera per la giovane. Nonostante l'orgoglio, Jiaren non era sciocca e si rendeva perfettamente conto di non essere ancora in grado di ricoprire quel ruolo, di aver bisogno di una persona fidata accanto e la sua mentore non poteva farlo, non in quel frangente. Fino all'ultimo Taone aveva cercato di farcela, di partecipare a quella guerra, ma ormai era così debole che non riusciva neppure a uscire dal suo letto e la moglie non lasciava mai il suo capezzale. La giovane era andata a trovare i genitori prima della partenza, vedendo in loro solo due vecchi stremati dal dolore del corpo e dell'anima, le pallide ombre delle persone che l'avevano cresciuta. Il grande generale Taone era ridotto a uno scheletro che respirava solo per ostinazione. Lui l'aveva guardata, lottando per parlare, e lei si era sporta portando l'orecchio accanto alla sua bocca, vedendo la morte nelle ombre di quel viso ormai così simile a un teschio.
L'aveva benedetta, le aveva fatto promettere di seguire i precetti che governavano l'onore di un nobile, di essere giusta e saggia.
Aveva affermato di essere orgoglioso di lei, di amarla, poi il respiro era diventato un rantolo e si era accasciato tra le coltri, privo di forza. Allora lei aveva guardato sua madre alla ricerca di conforto, ma la donna aveva occhi solo per l'uomo che amava, colmi del dolore dell'inevitabile perdita, e lei si era sentita dimenticata, già orfana. Erano ancora vivi eppure erano già morti, era sola. Allora aveva salutato la sua famiglia, seppellendo con ogni stilla di volontà il senso di vuoto che le invadeva l'anima, radunando ciò che serviva e guidando l'esercito del clan, tacendo a tutti la presenza di Ashur.
Cercò di soffocare il dolore e l'amarezza quando vide, in una posizione esterna al gruppo, il dyku della Fenice avviarsi, andando a guidare gli ultimi preparativi del suo quadrante, seguito da Ashur. Sui due si era posato anche lo sguardo dell'imperatrice. La donna notò come Ashur, al fianco, portasse una spada e a Shandyan non sfuggì lo sguardo di gelido odio che Jiaren gli rivolse. Lo sguardo dell'imperatrice si indurì: nonostante le sue parole la giovane non riusciva a vedere oltre i sentimenti che l'accecavano. Decise di fare ancora una volta un tentativo, di cercare di farle comprendere quello che pur essendo evidente negava, e le si avvicinò.
«Jiaren, dimmi, quali sono i precetti per un buon condottiero?»
La ragazza, che non aveva fatto caso all'avvicinarsi del cavallo dell'imperatrice, la fissò spaesata per un attimo, per poi recitare: «Onestà e giustizia, eroico coraggio, compassione, gentile cortesia, completa sincerità, onore, totale lealtà.»
«Quindi le ricordi. Perché non le metti in pratica? Non ti ho forse insegnato il significato di ognuna di quelle leggi?»
Davanti a quelle parole la giovane arrossì. Non era vero che non rispettava le leggi dei condottieri, era scrupolosamente fedele a ognuna di esse, non avrebbe mai disonorato il nome del Leone e portato vergogna sulla sua maestra, nonché imperatrice, infrangendole. «Non voglio mancare di rispetto, ma non capisco, mia signora. Ho mancato in qualche modo?»
«Sì, Jiaren.» Shandyan si avvicinò ancora di più, affiancandosi alla sua pupilla. «Hai deciso di ignorare la compassione e la gentile cortesia nei tuoi gesti verso chi è sfortunato.»
«Quello schiavo.»
«Esatto. Nella tua posizione non può certo essere onorevole usare ogni pretesto per umiliare quel giovane, non trovi? Non appena ne hai l'occasione, anche se non è certo un tuo servo, usi la tua posizione per affidargli i compiti più ingrati al solo scopo di dimostrare a te stessa e a lui la tua supremazia. Credi lui non lo sappia, che non sia chiaro agli occhi di tutti chi lui sia e chi sia tu? Non ti fa onore ciò che fai. Ricorda che la forza deve essere usata per il bene del prossimo, non deve mai mostrarsi crudele o arrogante, né in guerra né in pace. La grandezza non dipende solo dal valore in battaglia, dipende soprattutto dal modo in cui interagisci con gli altri. Mostra rispetto per il nemico anche dopo averlo sconfitto e Ashur lo è. Lui ha perduto ogni cosa, ogni onore, non perdere il tuo mostrandoti insensibile. Usa la compassione, non la rabbia. Quell'emozione appanna la tua mente e il tuo cuore.»
L'imperatrice mise una mano sulla spalla della ragazza: la vedeva fremere, incapace di accettare che Ashur facesse parte della schiera di coloro che lei avrebbe dovuto proteggere. Per lei il fratello era solo una dolente spina nel fianco che sarebbe stato meglio estirpare. Non potendolo fare, però, riversava il suo veleno affibbiandogli compiti più stancanti e umilianti non appena ne aveva l'opportunità.
«Merita davvero la mia compassione?» Sibilò, cercando di trattenere l'astio nella voce, sentendo la presa sulla sua spalla farsi più salda.
«Non negare ciò che vedi, qualcosa al di sopra del nostro controllo deve essere accaduto. Non puoi fingere di non capire, Jiaren. Nonostante all'apparenza non abbia superato la prova la mano della dea è su di lui, avete combattuto: neghi che possieda il dono del clan?» Jiaren scosse il capo e Shandyan continuò. «Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Cerchi di evitarlo, raggirarlo, proseguire verso il punto da te scelto, ma il vento cambia per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo e subito il vento muta direzione per adattarsi al tuo percorso, continuando a spingerti verso il punto che lui sceglie, per quanto tu possa lottare. Questo si ripete infinite volte, come una danza sinistra con il dio della morte prima dell'alba. Perché quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te: è qualcosa che hai dentro. Perciò l'unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto, affrontando ciò che viene posto sulla tua strada. Ricorda, Jiaren, il destino soffia potente sulla tua Famiglia e ci sono forze che ancora non comprendo all'opera. Non incolpare tuo fratello per aver ceduto a una forza che non può contrastare. Chiediti, piuttosto, quale sia il più grande disegno di cui è una pedina.»
La ragazza rimase in silenzio, sapeva benissimo che le parole dell'imperatrice erano vere, erano giuste, ma quando vedeva il volto di Ashur l'unica cosa a cui riusciva a pensare era il viso di suo padre morente e il dolore in quello della madre. Non era giusto dargli la colpa, a quel punto perfino lei non poteva negare che non era Ashur a non aveva superato l'iniziazione. Non l'aveva completata nel modo tradizionale, ma se la mano della dea era su di lui, se il potere del corvo si manifestava, avrebbe dovuto esserci lui al suo posto. Così, però, non era. Quell'esilio era assoluto, non esisteva perdono imperiale che potesse rimettere al suo posto Ashur.
Però poteva dare una possibilità al fratello. Quello lo poteva fare, per quanto sentisse la rabbia e l'odio verso di lui, Shandyan aveva ragione: c'erano troppe cose inspiegabili in quello che stava succedendo perché potesse prendersela solo con lui. Riversare quei sentimenti su chi non aveva colpe, se non quella di avere un destino che lo manovrava come un burattino, era ingiusto quanto quello che era accaduto a lei.

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