Nel seguire il nobile Shiin, con lo sguardo basso, Ashur si malediva. Aveva fatto la cosa giusta, non poteva lasciarlo morire davanti ai suoi occhi ed era anche certo che poi, quei sicari, avrebbero cercato di uccidere lui. Ma ora sapeva, con assoluta certezza, che l'altro avrebbe preteso la verità in ogni modo.
Come poteva affrontarlo? Poteva mentire, o l'altro con quel suo strano dono, quella capacità che sembrava in grado di cogliere quello che si celava oltre le parole, avrebbe capito?ù
I piedi nudi dello schiavo erano silenziosi sul pavimento di legno, le mani e la veste pulite se non per qualche minuscola goccia di sangue. Il viso era calmo e nessuno avrebbe mai sospettato ciò che era in grado di fare, vedendolo così quieto e ubbidiente. Eppure il suo cuore era ancora in tumulto.
Aveva reagito istintivamente agli attacchi, mettendo in pratica l'addestramento di tutta la sua vita e togliendo le vite a quei sicari senza preoccuparsi di nulla, senza rimorso alcuno. Aveva guardato la scintilla vitale spegnersi e qualcosa, in lui, aveva iniziato a fremere. Come un frullo d'ali nere il suo sangue aveva vibrato ed era certo di aver sorriso, nell'ultimo istante di vita di quell'uomo. Aveva la mente limpida, non aveva nessun dubbio sulla correttezza del suo gesto, solo rabbia verso le circostanze che lo avevano fatto muovere.
Il dyku spalancò con forza la porta scorrevole, mettendogli una mano tra le scapole e spingendolo dentro la stanza con malagrazia. Ashur sentiva la rabbia dell'altro e l'inquietudine dell'animale in trappola gli agitò il ventre.
«Dove hai imparato a maneggiare le armi?»
«Fortuna credo, ho solo reagito.» il manrovescio lo colpì al volto, mandandolo al suolo. Ashur l'aveva visto arrivare, avrebbe potuto evitarlo, ma non l'aveva fatto. Scansandolo avrebbe solo cementato le certezze del dyku. Si rialzò, rimettendosi in piedi e guardando l'altro senza paura, senza rendersi conto di come i suoi occhi ardessero di un fuoco violento.
«Dove hai imparato? In quale Casa? Chi sei in realtà?» Shiin fissò quel ragazzo che, cocciuto, non dava segno di voler rispondere alle sue domande. Sull'onda della furia che provava lo colpì di nuovo. Stavolta Ashur non cadde, con un guizzo di orgoglio in quelle iridi fiammeggianti mantenne l'equilibrio, asciugandosi il sangue dal labbro che il colpo aveva spaccato. Lo schiavo drizzò la schiena e la luce che brillava in quegli occhi, simile a quella del riverbero di un incendio, per un istante stregò il nobile. «A quanto pare non hai intenzione di parlare.»
Shiin si avvicinò alla porta, spalancandola. Si affacciò, chiamando con un gesto una schiava che stava portando loro un vassoio carico del miglior liquore. «Tu, vai dal tuo padrone e digli di correre qua, adesso.»
Il tono era talmente carico e cupo che la ragazza riuscì solo ad annuire, scappando senza lasciare loro il vassoio, terrorizzata dal nobile. Aveva lo sguardo di un uomo pronto a uccidere, l'argento delle iridi era pallido e gelido. Shiin tornò nella stanza dove posò lo sguardo su Ashur, immobile e silenzioso. Solo una piccola perla scarlatta sul labbro, che scivolava lungo la pelle, fioriva sul viso pallido.
Non passarono che pochi, tesi e silenziosi minuti, prima che dei passi di corsa, pesanti e chiaramente agitati, si facessero sentire, così come il rumore di un fiato grosso. Shiin aprì la porta e il po'shin si prostrò ai suoi piedi, posando la fronte al suolo. Doveva essersi letteralmente precipitato, il corpo massiccio che sembrava tremolare dentro la veste.
«Mio signore, nobile Shiin, sono a vostra completa disposizione, io...»
«Tacete.» la voce del dyku tranciò le parole di Zunya. «Dove avete comprato questo schiavo?»
«Ho il regolare contratto, mio signore, è stato acquistato da dei mercanti di passaggio, se volete vi posso dare i documenti così che possiate leggerli.»
Lo sguardo di Shiin si assottigliò e incupì maggiormente. «Odio le menzogne e le riconosco. Ora ditemi la verità e vi giuro sul mio nome che non muoverò un dito contro di voi, che non ci saranno conseguenze. Ma fate attenzione, voglio tutta la verità, o potreste trovarvi al mercato degli schiavi, e non come compratore.»
Il corpo del po'shin ondeggiò tanto era forte il tremore che l'invadeva e Ashur, davanti a quella scena, provò quasi pietà per lui. Fortunatamente neppure Zunya sapeva molto sul suo passato.
«È un senza nome, mio signore. Una coppia di mercanti di schiavi, una coppia poco onesta, in verità, lo ha trovato e approfittando del fatto che fosse senza protezione o legami lo ha drogato e portato qua sulla costa per venderlo. So che non avrei dovuto, ma un ragazzo così bello avrebbe aiutato molto la mia fortuna. Il Loto ha di certo beneficiato della sua presenza.»
«Da quale città? Da dove arriva e chi è in realtà?»
«Io non lo so, mio signore. Non sono a conoscenza di nulla e non ho mai dato importanza al suo passato. È solo un senza nome, ed è stato fortunato a finire qua invece che morire di fame per strada.»
A quelle parole Ashur strinse le labbra, trattenendosi a stento dal replicare. Fortunato, come no. Era una visione che non condivideva, ma vide Shiin annuire, percependo l'assoluta verità di quelle parole.
«Vendetemelo.» a quelle parole Zunya alzò la testa di scatto, con gli occhi sgranati. «Il doppio di quello che avete speso per lui, credo sia un'offerta vantaggiosa.»
Ashur impallidì e strinse i pugni vedendo la scintilla di avidità balenare negli occhi del suo padrone. «Il doppio di ciò che ho speso per lui, mio signore? Delle spese che ho dovuto sostenere...?»
«Sì, ma ricorda sempre con chi stai trattando.»
Il po'shin aspettò un cenno e si alzò goffamente, annuendo e strofinando per un istante tra loro le mani. Ogni onestà nell'uomo spariva in vista di un possibile profitto e Ashur si sentì perduto. Come poteva tenere per sé il suo passato, ora?
«Quando volete siglare il contratto, mio signore?»
«Ora, non ho intenzione di perdere altro tempo.»
Zunya sorrise e si inchinò leggermente. Ogni paura era scomparsa in lui, sostituita dalla scaltrezza dell'uomo d'affari. «Se volete seguirmi nel mio ufficio, possiamo svolgere immediatamente ogni pratica, se avete con voi il vostro sigillo.»
«Certamente.»
Si avviarono e il dyku fece cenno ad Ashur di seguirli. Facendosi forza, pallido, rabbioso e disperato, costringendosi al silenzio, il ragazzo ubbidì al nobile.
Davanti ai suoi occhi avvenne la trattativa che non fece che aumentare la sua furia. Lui era solo un oggetto, solo quello. Non riusciva ancora ad accettare quell'orrenda verità, perfino un senza nome poteva avere più valore di uno schiavo. Era libero, poteva costruirsi una famiglia e un nome nuovo, ed era quello che a lui sarebbe piaciuto fare da quando aveva aperto gli occhi grazie a Majion. Aveva coltivato una segreta, piccola speranza. Aveva riposto in essa la sua fiducia. Comprarsi la libertà era possibile, se nulla andava storto. Poteva trovare poi il modo di guadagnarsi da vivere, magari sposarsi, poter vedere anche solo da lontano, ancora una volta, la casa della sua nascita. Ma dubitava fortemente che Shiin gli avrebbe mai dato la libertà. Percepiva qualcosa, in lui, come se l'intera sua persona fosse un uccello rapace che ghermiva la preda ed era certo, con tutto se stesso, che tra i suoi artigli ci fosse lui.
Parlarono, ma il ragazzo non riuscì a seguire quei discorsi, completamente rapito da una visione apparsa dal nulla e che si sovrapponeva alla figura del dyku. Come se scaturisse dalla sua persona, nascendo dalla sua carne, una figura femminile con ali d'aquila e un viso da uccello, pareva condividere quello stesso spazio. Era fatta di linee di luce e ombra, di un nero luminoso e vivo e, per quanto la fissasse, non riusciva a capire cosa stesse guardando e se quell'essere esisteva davvero. Era una visione spettrale e lo riempì d'inquietudine, facendogli dimenticare la sua situazione.
Perse la nozione del tempo, arrivando a dimenticare perfino la sua situazione, osservando come quella creatura che pareva in simbiosi con Shiin sembrasse guidarlo, quasi gli desse lei stesa i suggerimenti necessari a capire quando l'altro cercava di mentire. Sfiorava con le mani dalle unghie simili a quelle di un rapace l'aria attorno al viso del nobile, come in un linguaggio segreto. La testa della donna si voltò a guardarlo e Ashur fu certo che stesse osservando proprio lui. Aveva gli occhi enormi, simili a quelli dei rapaci nella forma, dello stesso argento di quelli del dyku. Ashur rabbrividì, chiudendo di scatto gli occhi, quando il suono del suo nome lo riportò alla realtà. Riaprendo le palpebre non vide più quella figura ma, in qualche modo, era certo di non aver avuto un'allucinazione.
«Se hai delle cose che vuoi portare via vai a prenderle ora, intanto che arriva la portantina.»
Il giovane, alle parole di Zunya, impiegò un secondo a focalizzare. Sentiva ancora il brivido che quello sguardo gli aveva lasciato. Deglutì e si impose di non pensarci, almeno per il momento. «Andiamo via subito?»
Shiin si voltò verso di lui, gli occhi d'argento che brillavano decisi. «Non appena la portantina è qua.»
Ashur annuì, inchinandosi leggermente e tornando alla locanda. Voleva salutare almeno Maia e corse nelle cucine, trovandola impegnata a lavare i piatti. Le mise una mano sulla spalla e lei alzò gli occhi verdi su di lui, sorridendo. «Ashur, che ci fai qua?»
Non aveva tempo per lunghe spiegazioni, le prese una mano bagnata tra le sue e la strinse. «Zunya mi ha appena venduto.» disse a denti stretti, l'ira gli balenò negli occhi. «Devo andare via, e devo farlo adesso. Volevo salutare almeno te, però.»
Vide gli occhi della ragazza farsi enormi e riempirsi di lacrime, il suo labbro tremare. L'abbracciò, tenendola stretta e affondando il viso nei corti capelli di lei. Aspirò il leggero profumo di sapone e quello più sottile che era solo suo. Una fragranza delicata simile a quella di un bocciolo sul punto di aprirsi. «Grazie Maia, grazie di tutto, non ti dimenticherò mai.»
«Ashur...» la voce di lei si crepò e sentì che iniziava a singhiozzare. «Ho sentito che è successo qualcosa con il nobile Shiin della Fenice, è per questo che ti mandano via?»
La strinse a sé con più forza, sentendo il corpo magro e forte della ragazza premuto contro il suo e le mani di lei che si stringevano sulla sua schiena. «Mi vendono a lui.» Mormorò Ashur, con le lacrime che gli pungevano gli occhi e sentendo un dolore ancora più grande provenire da Maia. Le voleva bene, era l'unica vera amica che avesse avuto lì dentro oltre Majion e le doveva moltissimo. «Ashur, neanche io ti dimenticherò mai. Magari un giorno ci rivedremo.»
«Sì, ci rivedremo, vedrai.» le diede un bacio sulla fronte, asciugandole le lacrime con le dita, e le sorrise. «Te lo prometto, Maia, te lo giuro.»
La ragazza annuì, sciogliendosi dall'abbraccio ma stringendo ancora per un secondo le mani di lui. «Vai.» mormorò asciugandosi gli occhi e regalandogli un ultimo sorriso.
«Sì.» Ashur la guardò ancora per un istante, poi le posò un veloce bacio sulla guancia. «Ci rivedremo, ricordalo.»
Si allontanò, salendo le scale e andando in nella minuscola stanza in cui dormiva a prendere le poche cose che possedeva, chiudendole con dello spago in un piccolo fagotto. Si guardò attorno, lo sguardo che sfiorava ogni angolo di quello che era poco più di un ripostiglio, imprimendosi nella memoria ogni dettaglio. Con il misero fagotto sotto il braccio scese, passando dal retro tornò nell'ufficio, dove il nobile e il po'shin parlavano. Rimase in piedi, poco fuori dalla soglia, sapendo di essere stato notato dai due ma ignorato. Alzò gli occhi al cielo terso, guardando le stelle e chiedendosi se negli astri, davvero, ci fosse scritto il futuro di tutti gli uomini. Se era così, perché alla sua nascita nulla di tutto quello era stato previsto?
Invece avevano detto che il suo destino sarebbe stato glorioso, una vita lunga e felice, fortunata. A lui non pareva che fosse così.
Vide avvicinarsi una delle schiave che servivano nella locanda, che gli lanciò un'occhiata malinconica, per poi inchinarsi sulla porta. «Padrone, la portantina è arrivata alla porta sul retro, come avete ordinato.»
Shiin si alzò immediatamente e si avviò all'uscita secondaria, dopo aver salutato con un cenno del capo Zunya che si inchinava ripetutamente. Il ragazzo si accodò al suo nuovo padrone, sentendosi agitato e teso.
«Tu sali con me.» il tono perentorio di Shiin era ancora venato di rabbia.
«Sì, padrone.» Ashur rispose, cercando di imitare il più docile dei toni, ma ricevette in cambio una fugace e scettica occhiata.
La portantina era trasportata da quattro uomini e nella cabina potevano starci comodamente più di due persone. Il dyku osservò la struttura ordinaria storcendo appena le labbra poi salì, seguito da Ashur, a cui venne ordinato di tirare le tende interne. Immediatamente si misero in marcia e il movimento ondeggiante iniziò subito a far venire la nausea ad Ashur.
«Odio questi cosi, ma non voglio che mi si veda lasciare il Loto.» Shiin sospirò e le iridi d'argento si posarono con durezza su Ashur. «E ora che ne faccio di te?» disse a mezza voce, passandosi le dita tra i capelli.
«Potevate fare a meno di comprarmi, se non sapete che farci con me.» Ashur sbottò e immediatamente si morse la lingua.
«Bada a come parli. Preferivi forse stare lì?» evidentemente irritato per la mancanza di rispetto il nobile sembrava pronto a colpire nuovamente lo schiavo seduto davanti a lui. Aveva tutta l'aria di trattenersi a stento, in realtà, dallo schiaffeggiarlo nuovamente.
«Lì, magari, un giorno mi sarei ricomprato la libertà. Padrone.»
«Potresti anche guadagnartela con me.» nelle dimensioni ristrette della portantina erano fin troppo vicini l'uno all'altro e, facilitato dalla prossimità, il nobile passò le dita sul volto di Ashur in una rude carezza. Percorse i segni che le sue mani avevano lasciato quando l'aveva colpito, sentendo che l'altro in quel momento ribolliva sotto la sottile patina di sottomissione.
«Come?»
«Iniziando con il dirmi chi sei.»
Le labbra di Ashur si strinsero cocciutamente. «Sono solo il vostro schiavo, padrone, nulla di più.»
«Uno schiavo bugiardo e ostinato.» la mano del dyku afferrò la nuca del giovane spingendolo ancora più vicino a sé, fissandolo con durezza. «Uno schiavo che conosce i modi di una Casa nobile e conosce le arti marziali delle Case. Dal linguaggio forbito e colto, a cui è stato tolto il nome. Sai maneggiare la spada bene almeno quanto me, ti ho visto. Hai ucciso il primo uomo nel tempo del battito di un cuore, hai afferrato la sua katana e hai ucciso il secondo. Hai reagito prima di me e mi hai salvato la vita.» Shiin diede un leggero strattone ai capelli di Ashur, che piegò un poco la testa all'indietro. «Per quello ti sono grato e quindi pazienterò ancora un po', ma mi aspetto la verità, Ashur. La esigo.»
Il ragazzo non mosse un muscolo, sentendo la presa svanire dopo pochi istanti. La nausea si stava facendo forte a causa del continuo ondeggiare della portantina e l'aria viziata della piccola cabina non l'aiutava. Deglutì, chinando il capo più per nascondere il suo volto che per segno di ubbidienza.
Passò diverso tempo; Shiin sembrava perso nei suoi pensieri e, quando parlò, fu inaspettato. «Al momento credo che l'ala dei concubini acquisterà un nuovo elemento. Tìnqui darà in escandescenze e mio padre dovrà farle un regalo per calmarla, mia madre piangerà o qualcosa di simile.» Shiin, che aveva parlato a mezza, voce, sospirò. «E pensare che è l'ultima cosa che volevo. Troppe grane. Senza pensare a quello che mi dirà mio fratello, le sue battute e quelle delle mie sorelle. Sei proprio un problema, Ashur, e non provare a ribattere di nuovo: la mia pazienza ha un limite.»
Il ragazzo rimase in silenzio, lanciando un'occhiata perplessa e infelice al dyku. Non sapeva che avesse fratelli e sorelle, ma sopratutto si era sentito torcere per un momento lo stomaco quando aveva capito che sarebbe diventato l'amante ufficiale, per quanto potesse esserlo uno schiavo concubino, di Shiin. O che, per lo meno, sarebbe stato spacciato per tale. Suo padre aveva qualche concubina, ricordava la loro bellezza e i loro giochi nella piccola ala della casa a loro riservata. Quando era un bambino troppo piccolo per capire lo coccolavano, vezzeggiavano e giocavano con lui. Poi gli era stato negato l'accesso a quel lato dell'edificio e la conoscenza di cosa suo padre facesse quando andava là si era fatta strada in lui.
Era una vita che dipendeva unicamente dalla capacità di appagare il proprio padrone, senza altro scopo o obbiettivo. Con un piccolo scossone si fermarono, la portantina venne posata al suolo e la pota aperta. Shiin scese quasi di corsa, mettendo in mano all'uomo oltre al costo del viaggio una lauta ricompensa e proseguì con un passo rapido e deciso oltre una porta secondaria, sorvegliata da un paio di guardie che scattarono sull'attenti. Appena oltrepassata si trovarono in un orto, nel retro delle cucine della casa. Seguendo il suo nuovo padrone, rabbrividendo per il freddo e con il fagotto dei suoi beni sotto il braccio, Ashur si guardò attorno come poteva. Alcune piccole lampade illuminavano qua e là i corridoi e dopo pochi passi venne loro incontro un uomo, che il giovane riconobbe come il padre di Shiin.
«Ho ricevuto il tuo messaggio, ti ha preceduto di poco.» Fiuren abbracciò il figlio con forza, lo sguardo venato di preoccupazione. «I cadaveri dei sicari saranno esaminati meglio domani, ma come immaginavi non hanno nulla che possa ricondurre al mandante, indosso.» poi lo sguardo dorato dell'uomo più maturo, dai tratti del viso marcati, si posò su Ashur. «E tu hai invece salvato la vita a mio figlio.»
Fiuren lasciò Shiin, avvicinandosi ad Ashur e studiandolo, mettendogli il volto vicino alla luce mentre le sue iridi, per un attimo, parvero splendere. «Shiin, il tuo intuito è molto accurato. Ora portalo nell'ala dei concubini, ho fatto chiamare Tìnqui e sono certo avrà svegliato tutti con i suoi strepiti.»
«Padre, credo che voi dovreste...»
«Che io sia dannato se metto piede lì, con Tìnqui in preda all'ennesima crisi! Shiin, tu lo hai portato, tu ascolterai i suoi schiamazzi!» Shiin annuì e Fiuren gli mise la mano sulla spalla. «Io farò in modo che la notizia giunga a tua madre. Credo che potrebbe ridere una volta saputa tutta la storia, una volta ripresa dallo spavento, intendo. Domani ricordati di andarla a trovare.»
«Certo, padre.» L'uomo si voltò, scomparendo lungo un corridoio mentre un servitore, rimasto in disparte, si affrettava a precederlo con una luce.
Seguendo il suo nuovo padrone attraversò l'intera lunghezza del palazzo della Fenice, preceduti da un silenzioso servo con una lanterna, Ashur capì molto poco di quello che lo circondava in quell'oscurità. A un certo punto iniziarono ad avvertire una voce femminile stizzosa e irritata e Ashur sentì distintamente il sospiro di Shiin. «Tìnqui sa rendere la vita insopportabile ai nuovi arrivati... tu bada a non risponderle mai, è pur sempre la preferita di mio padre. Non mancarle di rispetto e vedi di assecondare i suoi capricci finché rimane nei limiti leciti. Gli altri sono tranquilli.»
Aprì una porta scorrevole laccata di rosso, ornata dal disegno di un pavone, e immediatamente si fece loro incontro la donna più bella che Ashur avesse mai visto. Occhi enormi, dalle iridi del colore delle ametiste e altrettanto forti in un viso talmente perfetto da essere divino.
«Tìnqui, questo è il nuovo...»
«Vostro o di Fiuren?» l'interruppe lei.
Shiin la fissò, poi alzò gli occhi al cielo. «Per ogni dio, Tìnqui, è mio. Sei più tranquilla, ora?»
La donna si rilassò visibilmente e si esibì in una riverenza aggraziata e perfetta. «Mio signore, è un onore poter accogliere il vostro primo concubino in queste sale.»
«Certo. Vedi di non avvelenarlo nel sonno, mi piace e vorrei non doverlo seppellire tra una settimana.» Il dyku posò una mano sulla spalla di Ashur, sussurrandogli in un orecchio. «Domani spero che ti deciderai a parlare.» con quelle parole si voltò e Ashur si trovò solo con la donna, nel corridoio vuoto. Lei iniziò a esaminarlo con attenzione e posò le dita sul collare che il ragazzo aveva al collo, facendo una smorfia.
«Un'altra immondizia da bordello. Un rozzo prostituto senza arte né parte, ecco a cosa si sta riducendo questa casa, ad accogliere puttane da strada. Spero proprio che tu sia l'ultimo scarto rognoso che mi portano qua.»
«Come se dipendesse da me.» replicò Ashur a mezza voce, guardandola con un sopracciglio alzato.
«E pure tu sei uno che risponde. Non vi hanno insegnato niente nel buco dove vi hanno tenuto fino a ora?»
«Mi hanno insegnato che il veleno sulle labbra di una donna cancella anche la più fulgida bellezza, Tìnqui.»
«Almeno sai parlare.» si limitò a dire lei pur arrossendo di rabbia. Solo in quel momento sembrò guardarlo davvero e spalancò gli occhi. «Ma i tuoi occhi sono rossi! Sembrano dei granati!»
«Non ti vanno bene?» il giovane sbottò, irritato, e Tìnquì lo fisso gelidamente.
«Benissimo, solo che non ho mai visto iridi di questo colore, ma sono sprecate su uno come te. Ora seguimi, non c'è stato tempo di prepararti una stanza, credo dividerai il materasso con il rosso, almeno per stanotte.»
Ashur non disse nulla, improvvisamente esausto desiderava solo un po' di pace e silenzio. La cattiveria di Tìnqui era fastidiosa e irritante, in contrasto con quell'aspetto così regale e meraviglioso. Seguì la preferita di Fiuren, che si diresse in fondo al lungo corridoio e vide la luce filtrare dalla porta che lì si trovava. Lei diede un colpetto sul legno e senza aspettare risposta aprì, spingendo dentro Ashur. «Stanotte lui rimane con te, presentatevi, io vado a dormire.»
Ashur sbatté le palpebre, per un istante accecato dalla luce, poi spalancò la bocca trovando un'identica espressione nell'uomo seduto sul cuscino per terra.
«Ashur?!» Majion si alzò, abbracciando il ragazzo che dopo un istante iniziò a tremare, sentendo le lacrime rigargli il volto e ricambiando la stretta con forza.
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L'ultima moneta
FantasyAshur ha compiuto il peccato peggiore possibile: ha avuto paura. Davanti alla Dea dai mille e nessun nome è fuggito, portando il disonore sulla sua famiglia. Ora ciò che lo aspetta è solo l'esilio, mentre suo padre, il generale delle mille fiere, gl...
