Quando Ashur tornò con il vassoio carico il dyku mangiò in silenzio, ponderando con fugaci occhiate l'aspetto del giovane. Era passato circa un anno dal suo esilio, aveva quindi compiuto il suo diciassettesimo anno di vita, eppure i suoi lineamenti mantenevano ancora una certa androginia. Cercò di immaginare quello che gli aveva detto il padre, sovrapponendo l'immagine di quella cameriera che aveva visto al Loto con quella del ragazzo, rendendosi conto che ciò che gli aveva esposto era in effetti vero. Al tempo aveva visto Ashur, eppure non l'aveva riconosciuto. Però convincere un'intera corte che si fosse portato dietro una concubina, una donna, e far sì che nessuno scoprisse l'inganno gli pareva rischioso. Aveva avuto la rassicurazione da parte del padre che, con una piccola illusione impossibile da individuare e l'abilità di Majion, Ashur non sarebbe stato riconoscibile per nessuno, eppure non ne era convinto.
Aveva chiesto al genitore perché fosse così importante non far sapere chi era Ashur, tanto prima o poi si sarebbe scoperto, e il genitore gli aveva detto che nessuno scopriva le sue carte durante la prima mano. Suo fratello aveva detto che, n effetti, poter nascondere che il ragazzo era in mano loro aveva molti vantaggi, eppure continuava a essere incerto sulla capacità del giovane di passare per donna al di fuori della penombra di una locanda.
La notte precedente, dopo l'attacco, Shiin e suo padre avevano parlato per ore. Lui avrebbe voluto dare immediatamente la libertà ad Ashur, ma Fiuren l'aveva negata. Aveva strappato un'unica concessione, ma fin quando non sarebbero stati sul campo di battaglia, probabilmente, per Ashur sarebbe stato un periodo difficile. Era quasi dispiaciuto dal sapere che quel piccolo sorriso che aleggiava sul volto del ragazzo sarebbe presto svanito.
«Ashur, vieni qua.» il giovane si avvicinò e il dyku gli porse un piccolo fagottino di foglie ripiene di marmellata e riso. «Mangia pure.»
Interdetto, Ashur si portò il dolce alle labbra. Per un attimo era stato tentato di rifiutarlo, ma non sii poteva certo dire che poter assaggiare di nuovo un dolce non lo allettasse. Mettere le mani su un pasticcino, di qualunque tipo, era un'impresa: nelle cucine erano guardati a vista con una ferocia degna di un mastino. Lo mangiò, seppellendo in un angolo della mente ogni ritrosia; era squisito e da troppo tempo non ne mangiava uno.
«Grazie.» La sua voce suonò vagamente incerta alle sue stesse orecchie. Non sapeva perché si sentisse così a disagio, quel gesto lo aveva messo in allerta. Fin da quando si era svegliato il suo padrone lo guardava in un modo strano, lo sguardo di quelle iridi d'argento era quasi offuscato dai pensieri e non lo aveva mai abbandonato, seguendo ogni suo movimento. Con un gesto Shiin gli indicò di mettersi accanto a lui e Ashur si inginocchiò vicino alle gambe dell'altro, seduto su un basso divanetto. Con gesti lenti, diversi dal solito, il nobile gli accarezzò il viso, la gola, scendendo lungo quel percorso fino al petto, aprendogli la veste.
«Il tuo collo sembra quello di una donna, il pomo è appena accennato.» la constatazione aveva un tono riflessivo, privo di qualunque inflessione, sembrava quasi didattica. «La tua pelle è candida, liscia, e hai un viso delicato.»
Piccato da quelle parole, Ashur parlò: «Però non sono una donna, padrone.» Trattenne a stento il tono, riuscendo a non far trapelare la sua irritazione, ma qualcosa doveva comunque essere passato perché il dyku lo fissò con sguardo severo.
«No, so benissimo cos'hai tra le gambe. Ma so anche che al Loto passavi tranquillamente da donna, e lo sa anche mio padre.» Shiin fece una piccola pausa, chinandosi un poco verso Ashur, che mostrava imbarazzo e collera nello sguardo. «Ed è quello per cui sarai fatto a passare a palazzo, Ashur.»
Sgranando gli occhi il ragazzo si scostò, sfuggendo alle dita del suo padrone. «No.»
«No, Ashur?» Shiin fissò duramente il ragazzo. «Fiuren non è solo mio padre, è il signore della Fenice, il mio signore e quindi anche il tuo. Ha dato un ordine, non sta certo a te obbiettare. Metterà una leggera illusione che modificherà il colore dei tuoi occhi, farà il modo che certi dettagli non siano notati, ma tu dovrai giocare bene la tua parte. Sarai la mia concubina.» quell'ultima parla fu pronunciata con enfasi e Ashur strinse le labbra.
«Come il mio padrone ordina.» disse, gelido.
Ashur non poté fare a meno di chiedersi se quello che era avvenuto dall'armaiolo non fosse altro che una messa in scena, ma a che scopo? Indorare la pillola amara e umiliante che era costretto a ingoiare? Dubitava che a Fiuren interessasse che a lui piacesse o meno un ordine, il nobile aveva chiaramente dei progetti per cui non voleva assolutamente che lui fosse riconosciuto ed era certo che anche il dono dell'arma ne facesse parte. Così come era sicuro che Shiin stesso non vedesse chiaramente la portata dei piani del padre. Era una pedina, la spada che ubbidiva ai comandi, non una mente pensante. Il giovane dyku era un ottimo condottiero, un buono stratega, ma la sua abilità era data soprattutto dall'aiuto che il dono della sua famiglia di concedeva. Non era un politico lungimirante, non gli interessava neppure esserlo, in realtà. Ashur l'aveva chiaramente capito, il dyku trovava non solo noiosa, ma addirittura incomprensibile in molti suoi aspetti la politica, gli intrighi dii corte e i giochi di potere, i sottili segnali su cui si basavano alleanze e accordi non erano cose che lui riuscisse facilmente a cogliere. Spesso era stato lui stesso a imboccarlo su risposte ai suoi occhi talmente ovvie da essere scontate, senza che Shiin si rendesse davvero conto di come gli avesse fatto capire la risposta a certi quesiti.
Ashur chinò docilmente il capo, sentendo però lo stomaco annodarsi per la rabbia che reprimeva, mentre le mani del suo padrone continuavano ad accarezzarlo.
Erano partiti alle primissime luci dell'alba, mantenendo un trotto veloce e divorando le distanze. Shiin conosceva bene quella zona e procedeva sicuro della direzione, ripensando alla rabbia e alla vergogna che aveva visto negli occhi di Ashur la sera precedente si sentì in parte dispiaciuto, ma aveva degli ordini e doveva ubbidire. Fiuren, prima di essere suo padre, era il suo signore e tutti coloro che facevano parte del clan gli dovevano obbedienza.
Il nobile voleva che nessuno sapesse che l'esiliato figlio di Taone era con loro, ma giocare a quel modo sotto gli occhi dell'imperatrice era rischioso. Cosa pensava di ottenere, davvero, suo padre?
Raggiunsero il gruppo solo a tarda serata, si erano accampati attorno a una piccola stazione di sosta. Nel raggiungere lo spiazzo libero antistante l'entrata il dyku andò immediatamente in cerca del suo signore, lasciando solo Ashur che, come prima cosa, andò a cercare Majion. Trovò il cestrix nelle stalle, dove si era fatto un letto tra la paglia in un punto riparato. Majion nel vederlo gli sorrise ma, notando il viso rabbioso del ragazzo, inclinò il capo, l'espressione che diventava quasi esitante.
«Cosa succede?» chiese, perplesso.
Ashur non gli rispose, gli saltò quasi addosso, afferrandogli il bavero della casacca e strattonandolo con irruenza.
«Cosa succede?» sibilò, irato, dando uno scossone all'altro che socchiuse gli occhi, posando la mano sul petto di Ashur e spingendolo. «Succede che hai parlato a Fiuren di come posso passare da donna!» il sussurro del giovane era un soffio furente che gli usciva tra i denti e Majion lo fissò, a sua volta rabbioso.
«Mi ha fatto domande, molte, nel tempo. Ti ha visto al Loto vestito da donna e ha fatto da solo i collegamenti, non avevo motivo di mentirgli! Cos'è, Shiin ti ha chiesto di mettere la gonna e ti senti umiliato?»
Le parole del rosso erano piene di scherno. Non capiva l'atteggiamento di Ashur nei suoi confronti, avrebbe dovuto sapere che non avrebbe mai detto nulla per danneggiarlo, ma non poteva neanche mettersi a mentire su ogni cosa che ferva il delicato onore di quel maledetto ragazzino!Capiva come quella non era una cosa che gli piacesse, però non era certo colpa sua se Fiuren ne aveva parlato a Shiin e il nobile si era fatto strane idee.
«No, non capisci!» Ashur si guardò attorno e abbassò nuovamente la voce, sussurrando. «Vogliono che per tutto il tempo che staremo a palazzo finga di essere una donna! La concubina di Shiin! Questo vuol dire che se non sono nel suo letto mi tocca stare con le donne, a corte la divisione dei sessi è abbastanza rigida in certi campi e se mi scoprono rischio la castrazione! Non è uno scherzo e io non sono una fottuta femmina!»
Majion impallidì e mise le mani sulle spalle di Ashur, facendolo sedere nel nido di paglia e coperte. «Cazzo.» mormorò, mentre la faccenda prendeva una piega completamente diversa. «Per tutti gli dei, ma che gli prende a questi?»
«Hanno in mente qualcosa, sono solo una pedina e ci sono cascato. Mi ha riempito di belle parole, poi mi fa fare questo, certo... se questo è essere grati per avergli salvato la vita, spero di non farlo più.»
«Non dire queste cose.» sussurrò allarmato Majion. «Non così, almeno. Vedrai, non ti farai scoprire. Tu conosci la vita di corte e sarai irriconoscibile.»
«Non basta,» Ashur l'interruppe. «posso fingermi donna per qualche ora, ma per intere giornate, giorno dopo giorno... io non so fare niente di quello che fanno loro! Le donne della mia casa ricamavano, cucivano, facevano cose di cui non so neppure il nome e io... io non so nulla di tutto quello, nulla! Mi scopriranno subito!»
Il gemito che uscì dalle labbra del ragazzo era disperato. Majion si morse il labbro, non poteva dargli tutti i torti, la prospettiva della castrazione non avrebbe lasciato nessuno indifferente.
«Troveremo il modo, io non penso che ti lascerebbero scoprire.»
«Io credo non ci abbiano neanche pensato, che credano basti sembrare una donna per ingannare chiunque. Posso ingannare per un'ora, magari un giorno, ma poi?» Ashur si prese la testa tra le mani. «Se anche per una sola notte, per qualunque motivo, non dormirò con Shiin mi scopriranno. Se mi vedono senza abiti o trucco mi scoprono. Non riesco neanche a pensarci!»
Majion strinse le labbra. «Hai parlato di questo a Shiin?»
«Ci ho provato. Mi ha detto che sono gli ordini di Fiuren, che devo obbedire.» Ashur sospirò, anche se sembrava più un gemito. «È tutto il giorno che ci penso, non riesco a trovare una via d'uscita.»
«Non credo tu possa evitare di farlo, sai? Puoi provare a far cambiare loro idea, magari.» Majion si grattò la guancia, pensieroso. «Oppure puoi cercare di fare in modo che ti venga dato ogni aiuto. Meno tempo passi in quel posto meglio è, no? Con le donne, intendo.»
Ashur annuì, poi fissò l'altro con aria atterrita. «Hai intenzione di consigliare a Shiin ti scoparmi a ogni ora del giorno e della notte? Avrà da fare anche altro, immagino, una volta là.» la voce del giovane grondava acidità.
«Beh, non è una delle peggiori soluzioni.» l'uomo rise nel vedere l'espressione dell'altro poi, tornando serio, proseguì. «Se non sei con lui sei obbligato a stare con le altre concubine?»
«Non sono solo concubine, sono le donne del palazzo. Serve, dame di coorte, donne di diversi ranghi. Quando non fanno... cose... stanno assieme nei loro quartieri, non so bene come funzioni. Non mi interessava, capisci?»
«Un mondo di donne e tu sarai l'unico uomo, beh, puoi approfittarne. Sei tu che dici che le preferisci.»
«Mi vuoi aiutare o mi vuoi far morire?» Ashur lo guardò. «Perché non mi pare tu stia sfornando grandi idee e tutto questo è colpa tua.»
«Piano con il darmi le colpe, ragazzo!»
«Se tu non avessi detto nulla a Fiuren, non ci avrebbe pensato!»
Majion alzò gli occhi al cielo. «Quando ne abbiamo parlato tu eri ancora al Loto, Ashur!» l'uomo premette l'indice sul petto di Ashur. «Come potevo sognarmi che tu, che, beh, tutto questo? Se vuoi colpe da dare non sono quelle e non a me.»
«Lo so!» il sussurro era affranto, entrambi stavano cercando di mantenere la conversazione al livello di bisbiglio, in quell'angolo della stalla, cercando di non attirare l'attenzione degli altri. «Mi ha vietato di parlargliene ancora, non so che fare. Posso fingere quanto vuoi, ma non sono una donna e non so nulla di quello che fanno. Non so neppure cosa facevano mia madre e mia sorella quando con le dame stavano nelle loro stanze; ho qualche memoria di quando ero davvero piccolo e stavo lì anche io, ma cosa vuoi che siano? Io ricordo solo che giocavo.
«Mi scopriranno, mi castreranno nel migliore dei casi e mi uccideranno torturandomi nel peggiore. Non so nemmeno quale finale sia il meno orrendo, e tutto perché quell'idiota non mi ascolta!»
«Dobbiamo parlarne con Fiuren, ma se provo io da solo non credo mi ascolterà, dobbiamo metterlo davanti all'evidenza della stupidità della sua idea. Ho idea ti voglia nei quartieri delle donne anche per altri motivi, sai?»
«Ovvio, quello non è una fenice, è una volpe. Non so cosa pensa di ottenere, non lo so davvero. Non è quello il modo, però, ne sono sicuro.»
Ashur si rannicchiò con le ginocchia al petto e Majion gli passò un bracco sulle spalle. «Comincio ad avere un'idea. Fidati di me.»
«Mi fido sempre di te.» borbottò il ragazzo, guardando davanti a sé. In quel modo non vide l'espressione dell'altro, quel misto di meravigliata felicità che per un istante gli passò sul viso. Ashur riprese a sussurrare: «Non mi fido di Fiuren. Shiin è solo una sua pedina, un bravo e leale figlio che ubbidisce al padre.» l'asprezza nella voce di Ashur, a quell'ultimo commento, fece riflettere il cestrix.
«Un tempo non avresti mai detto una cosa simile, eri tutto onore, lealtà, regole.»
«Un tempo non ero uno schiavo e la vita era diversa. Poi ho iniziato a vedere un bel po' di cose, compreso cos'è il vero coraggio.» il giovane lanciò un'occhiata all'amico, che sorrise con un angolo della bocca. «Qualcuno mi ha fatto capire che le cose non sono sempre come sembrano e che cosa ha davvero valore. Altre che mi hanno detto che hanno importanza ma che, alla fine, lasciano il tempo che trovano. Sai dove sono stato con Shiin?» Majion scosse negativamente il capo e Ashur proseguì. «Mi ha portato in un posto famoso per i suoi armaioli, Warau. Mi ha detto che meritavo di più per avergli salvato la vita due volte. Che non poteva darmi la libertà, però poteva darmi la possibilità di rifarmi un nome, di avere di nuovo onore. Al momento non capiva più niente, ero davvero felice, e ho accettato quello che mi ha donato. Una katana in cambio di una promessa di lealtà. Ora capisco che era solo un modo come un altro per manipolarmi. Non so bene cosa so fare, o cosa posso fare, ma loro sì, ne sono certo. Sanno di me più di quanto sappia io e hanno deciso di usarmi contro quella che era la mia famiglia o qualcosa di simile, ne sono sicuro. La cosa che mi fa infuriare è che non posso fare nulla per evitarlo. Posso cercare di scappare, ma sarei ripreso, punito e magari ucciso e non ho più voglia di morire come una volta. Non posso neanche arrabbiarmi davvero con Shiin, lui è solo stupido, non vede il quadro generale o, se lo vede, non gli interessa davvero. Oppure, peggio, non lo capisce.
«Non conosco suo fratello maggiore, ma non mi pare subdolo come Fiuren. Se il signore della Fenice morisse, sarebbe tutto decisamente più facile. Non penso neppure che sia malvagio di per sé, quanto privo di veri scrupoli e profondamente avido di potere.»
Majion annuì. «Anche quella è una forma di malvagità.» commentò, colpito dall'analisi che il giovane stava facendo. A volte dimenticava che aveva alle spalle un'educazione che, evidentemente, gli aveva insegnato anche a capire la politica e probabilmente molto altro. Non solo come si serve alla tavola di un nobile.
«Non lo nego, il male non è certo difficile da trovare.» Ashur sbuffò. «A corte si respira solo avidità e sete di potere, perfino l'ultima delle sguattere di cucina trama, a modo suo. È un posto infido e io non sono preparato a... fingermi altro. Non so cosa voglia, ma posso scommettere che desidera che non si sappia che sono in mano sua e che io raccolga qualche tipo di informazione o qualcosa del genere. Non sono una spia, non sono neanche poi così furbo, lo so. So affettare benissimo un nemico, non tessere intrighi.»
«Sei quello che sei.» il rosso strinse un po' di più Ashur a sé, che non si oppose, perso nei suoi pensieri. «E a me va benissimo così.»
Ashur si voltò, fissando con aria interrogativa l'altro. Sospirò e strinse le labbra. «Che intendi? Non ti stai facendo strane idee, vero?»
«Nessuna strana idea, ma mi piaci come sei. Anche se all'inizio ti avrei volentieri preso a bastonate, così convinto che tutto il male del mondo fosse solo sulle tue spalle. Eri un bambino viziato che batteva i piedi.»
«È passato un anno, da quando sono andato via da Shua-long. Sarò cambiato almeno un po', che dici?»
Sbuffando con un mezzo sorriso il cestrix annuì. «Anche più di un po'.»
Immagini di Ashur, di quella notte, gli balenarono in mente. Il modo in cui si era abbandonato tra le sue braccia, il viso arrossato dal piacere, la sua voce che come una carezza si levava in gemiti. Il suo corpo reagì ai ricordi e con forza li scacciò, imponendosi di calmarsi. Il ragazzo era stato chiaro, non era quello che voleva. Si impose di pensare ad altro, a come si stesse aprendo con lui, come gli stesse dimostrando fiducia. Con piccoli commenti quasi casuali gli stava svelando il suo passato, la sua famiglia, la sua vita. Erano piccole confidenze preziose, e lui non ne lasciava sfuggire una, immagazzinandole con attenzione nella memoria.
Sentiva il respiro del ragazzo contro il suo fianco, quasi accoccolato, abbassò lo sguardo e vide che gli occhi erano chiusi. Si era addormentato contro di lui: a volte, come in quel momento, gli pareva ancora un bambino. Aveva un lato profondamente innocente, candido, privo di ogni malizia che emergeva solo con lui. Quella, pensò Majion, era la vera prova della fiducia che provava nei suoi confronti. Cos'avrebbe pensato sapendo che i suoi pensieri erano tutt'altro che puri quando se lo trovava così, abbandonato contro il suo corpo, il viso a un soffio dal suo?
Prima di quella notte era sempre riuscito ad accantonare ogni simile pensiero, ma dopo aver assaggiato quel frutto non poteva fare a meno di desiderarne ancora qualche morso. Non credeva fosse amore; era abbastanza smaliziato e onesto con se stesso da capire che era amicizia e una grande attrazione fisica. Un'amicizia particolare, profonda, ma l'amore era una cosa diversa. Quando sentiva gli altri parlarne lo giudicava stupido, inutile. Quel sentimento portava solo alla confusione.
Lui non era incerto, almeno al momento. Sapeva benissimo cos'avrebbe volto fare con quelle labbra così vicine, con il corpo di Ashur. Sapeva, e sospirò. Era un gesto meschino, ma Ashur dormiva, non se ne sarebbe mai accorto. Si chinò, sfiorando le labbra dell'altro con un delicato bacio, poi si rimise dritto e impallidì.
«M-mio signore!»
Davanti a lui Shiin lo fissava, gelido.
Ashur aveva aperto di scatto gli occhi, trovandosi davanti il suo padrone, con l'aria decisamente alterata, e si affrettò a scendere dal cumulo di paglia. «Padrone, scusatemi, se mi avete chiamato non ho sentito.» Lo sguardo del dyku lo stava mettendo a disagio.
«Seguimi.» Ashur si affrettò alle calcagna di Shiin, aveva aperto gli occhi sentendo che qualcuno lo baciava, era certo fosse stato Majion e, davanti, si era visto comparire il nobile.
Arrivarono alla stanza riservata Shiin: era piccola, ma scrupolosamente pulita, con un modesto camino. Il nobile si voltò verso Ashur e immediatamente uno schiaffo violento colpì sul volto il ragazzo.
«Sai esattamente cosa vuol dire concubino, giusto?»
Il ragazzo deglutì, spalancando gli occhi. Capì immediatamente cosa doveva essere successo e capì di essere nei guai. «Sì, padrone. Vi chiedo scusa, io, ecco, io stavo solo giocando con Majion, non era nulla.»
Maledizione a quel cestrix, pensò furioso, non poteva certo dire che era stata un'idea dell'altro o anche Majion sarebbe stato punito. Quello glielo doveva, e qualche schiaffo non aveva mai ucciso nessuno; era certo Shiin non si sarebbe spinto molto più in là.
«Sei mio, Ashur, una mia proprietà e solo io posso scoparti. Solo io posso baciarti. Sono certo che tu lo sappia.» la mano di Shiin gli afferrò il volto, stringendo. «Quanto in là vi siete spinti?»
Ashur impallidì appena, era certo Shiin sapesse quello che suo padre aveva fatto, ma ora gli era venuto il dubbio. Poteva essere un modo per minare un po' il rapporto tra i due, forse?
Non era una cosa che avrebbe fatto, solitamente avrebbe taciuto. Eppure perché doveva farlo? Lui rispondeva solo alla domanda del suo padrone, Fiuren non gli aveva mai detto di tacere.
«Non mi ha più toccato dopo la notte in cui il nobile Fiuren ci ha ordinato di consumare davanti a lui. Né mai avevamo consumato prima, padrone.»
«Cosa? Quale notte?» Shiin lasciò la presa e fissò Ashur. «Spiegati.»
Ashur abbassò gli occhi, doveva riuscire a manipolare l'altro. Assumendo la sua espressione più innocente, vergognosa e sperduta, gli raccontò quello che era accaduto, notando come gli occhi del dyku si accendessero di rabbia. Alla fine del racconto l'uomo lo spinse contro la parete, bloccandolo lì con il proprio corpo.
«Perché non me lo hai detto?»
«Padrone, non pensavo che non sapeste, credevo erroneamente che non vi avevate dato importanza.» guardò attraverso le ciglia il volto di Shiin, posandogli le mani sulle spalle, vicino al collo. «Sono solo uno schiavo, padrone. Non potevo certo oppormi agli ordini di vostro padre, non potrei mai.»
Shiin ringhiò e diede un pugno alla parete, accanto alla testa di Ashur che sussultò ad arte, guardando con aria spaventata l'altro. «Vi prego, non punitemi per quella notte, padrone!»
«No, sarebbe sbagliato, obbedivi a mio padre. Prima, però, non obbedivi a nessuno.»
«Perdonatemi, vi prego, era solo uno stupido gioco.»
Il nobile si mosse e un altro schiaffo piovve sul viso di Ashur, che si morse il labbro per non muoversi, per stare immobile e non reagire. Cominciava a credere di aver sbagliato nel cercare di aizzare la gelosia del nobile.
Il dubbio divenne certezza quando Shiin lo spogliò con violenza, afferrandogli dolorosamente i capelli e strattonandolo verso il letto. Il dyku lo baciò, mordendogli le labbra fino a farle sanguinare, assaporando quella bocca con ingordigia.
Suo, Ashur era solo suo.
Gli allargò le gambe, sentendo che si irrigidiva per un istante, cercando di portarsi una mano all'apertura per prepararsi ad accoglierlo, ma glielo impedì. «Sei mio, voglio che lo ricordi.»
Ashur desiderò sputargli in faccia. Se lo sarebbe ricordato in ogni caso, anche senza quel dolore in più. Non aveva scelta, però: era evidente che quello era il modo dell'altro di punirlo. Poteva solo cercare di rilassarsi quanto più poteva e così fece. Non riuscì a trattenere un grido quando il sesso di Shiin lo violò, sentì la sua carne aprirsi dolorosamente e venire violentemente dilaniata dai movimenti brutali del dyku. Non si era mai comportato così. Decisamente, cercare di farlo ingelosire non era stata un'idea geniale, Ashur pensò mentre un nuovo grido di dolore gli saliva alle labbra.
Strinse tra le dita le coperte sotto di lui, avvinghiandosi a esse per non spingere via il suo padrone, per non allontanarsi. Doveva rimanere lì, a gambe aperte per l'altro, lo sapeva benissimo eppure ogni volta era una lotta che lo straziava internamente. Mostrava un aspetto abbandonato, lascivo e desideroso, ma dentro la sua rabbia montava sempre di più.
Inarcò la schiena in un gesto involontario, cercando di sfuggire a quella tortura che era solo dolore, ma il nobile lo spinse di nuovo contro di sé, affondando in lui. Shiin sembrava assaporare il suo dolore, il modo in cui lo stava spezzando, dominando, fissava il suo volte abbeverandosi dei suoi sforzi per non gridare. Ashur dovette chiudere gli occhi per celare l'odio che era certo fiammeggiasse in essi.
Finalmente sentì l'altro che si svuotava, la pausa che accompagnava quel picco di piacere, poi Shiin lo liberò dalla sua presenza.
«Voltati.» Ashur si mise a sedere, per poi dare le spalle al suo padrone. «Il bastone o la frusta sarebbero troppo, non trovi?»
«Padrone, solo voi lo potete giudicare.» rispose, cercando in tutti i modi di apparire umile e pentito, spaventato, non furioso come in effetti era.
«Quando un bambino fa una piccola marachella, non lo si punisce come un uomo, giusto? Un gioco innocente, un bacio senza importanza se non quella di una disobbedienza.»
«Sì, padrone, era solo uno stupido gioco.»
Il dyku spinse Ashur prono sul letto e un colpo violento, a mano aperta, colpì le sue natiche. Furono poche le percosse che gli vennero riservate, ma Shiin usò tutta la forza che aveva, sapendo benissimo che quello che avrebbe bruciato maggiormente, per il suo schiavo, sarebbe stata l'umiliazione di quella punizione.
Vide il ragazzo sussultare sotto i colpi, la pelle farsi violacea e intravide l'espressione sotto la maschera: lo stava detestando, Ashur in quel momento l'odiava. Un ultimo schiaffo colpì una natica e l'uomo affondò le dita nei fianchi del giovane, costringendolo ad alzarli.
«Spero ricorderai a chi appartieni, ora.»
«Sempre, padrone.» mormorò, cercando di mettere a tacere il ruggito d'ira che gli premeva nel petto. Era stato punito come un bambino e Shiin l'aveva fatto apposta per umiliarlo. Sentì l'altro premere nuovamente eccitato contro la sua carne e si morse il braccio per non urlare quando lo penetrò.
I suoi glutei pulsavano di dolore e le sue viscere martoriate continuavano a essere torturate senza pietà. Arrivò la notte prima che Shiin lo lasciasse stare, cacciandolo dalla stanza. Ashur camminò lentamente, trattenendo le smorfie di dolore a ogni passo, raggiungendo la stalla. Majion non era lì, ma le coperte sì, sul cumulo di paglia. Si avvolse in esse maledicendo tra sé il nobile e il cestrix, sentendo delle lacrime piene di rabbia pungergli gli occhi.
Stravolto, stanco per la cavalcata massacrante di quel giorno e non solo, si addormentò sognando confusamente campi di battaglia e corvi che banchettavano sui cadaveri.
Fu il suono dei movimenti mattutini nella stalla a svegliarlo, prima dell'alba. Decisamente non stava dormendo abbastanza, in quel periodo, pensò sbadigliando. Gli occhi appannati dal sonno saettarono lungo la costruzione, senza vedere Majion. Temeva che la rabbia e la gelosia di Shiin potessero ripercuotersi anche sull'altro, era meglio stargli il più lontano possibile, anche se quello significava una bella dose di solitudine. Sbadigliò nuovamente, sussultando quando si mise seduto e imprecando tra sé contro Shiin si alzò, muovendo passi cauti e cercando di non far notare il modo attento con cui si spostava. Cavalcare sarebbe stata un'agonia non da poco.
Preparò il suo cavallo e quello del suo padrone, andando poi a mangiare qualcosa e salendo di corsa alla stanza del nobile per svegliarlo. Lo trovò in piedi, che si allacciava la cintura attorno alla veste. Si inchinò, ma non aprì bocca, lo sguardo dell'altro era torvo, cerchiato, e gli intimava il silenzio. Le ampie maniche nere e viola della veste erano spiegazzate e il ragazzo gliele sistemò, poi si mise in ginocchio, finendo di chiudere i lacci ai polpacci dei pantaloni morbidi e larghi, anch'essi neri, e poi aiutando il dyku a mettersi gli stivali.
«Dove hai dormito?»
Ashur guardò per un istante l'altro, mentre si alzava per sistemargli i giri della cintura di scuro cuoio borchiato. «Nella stalla, padrone, dove mi avete trovato ieri.»
«Con Majion?»
Ashur scosse il capo. Decisamente non avrebbe dovuto aizzare la gelosia dell'altro. «No, padrone. Non c'era.»
Shiin annuì e allontanò Ashur, uscendo dalla stanza e, fermandosi nella sala comune, mandò il ragazzo a prendergli la colazione sedendosi accanto al fratello.
«Hai dormito male?» l'apostrofò con un sorriso divertito Kaidao.
«Diciamo di sì.» Shiin abbassò la voce e si voltò verso il fratello, squadrandolo. «Sapevi che nostro padre ha, diciamo usato, Ashur?»
«Usato?» Kaidao sollevò un sopracciglio. «Lo stiamo usando tutti, in qualche modo, che intendi di preciso?»
«L'ha fatto scopare con il rosso, aveva voglia di guardare, immagino.»
«E quindi? Shiin, non dirmi che sei geloso, è uno schiavo. Poteva essere anche un re, ma ora è un servo che ti scopi, se nostro padre ha voluto svagarsi con lui non è certo un problema. Non farlo diventare tale.» Il maggiore strinse la mano sul braccio del fratello, guardandolo con severità
«Hai ragione.» Shiin annuì e sembrò rilassarsi. «Non so bene che mi ha preso, è solo uno schiavo, punto.»
«Tienilo sempre a mente, va bene?»
Il dyku annuì, guardando il padre scendere e venire verso di loro, seguito da Majion. «Il rosso però è un altro paio di maniche, non deve toccare Ashur.»
«Sono amici, tutto lì, quanto sei prevenuto.»
«Gli amici si baciano sulla bocca, Kaidao? Da quando?»
Alzando gli occhi dorati al cielo il primogenito sbuffò. «Mantieni il controllo di te, vietagli di fare alcunché e sai ti ubbidirà, non è stupido. Ora smetti di dire stupidaggini.»
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L'ultima moneta
FantasiAshur ha compiuto il peccato peggiore possibile: ha avuto paura. Davanti alla Dea dai mille e nessun nome è fuggito, portando il disonore sulla sua famiglia. Ora ciò che lo aspetta è solo l'esilio, mentre suo padre, il generale delle mille fiere, gl...
