Ashur si mosse sulla sella, trattenendo un'imprecazione.
Viaggiavano da giorni e le condizioni selle sue natiche peggioravano, visto che ogni sera Shiin aveva deciso di ricordagli che non si giocava. Lo stava odiando in maniera talmente viscerale da trovare quasi impossibile mantenere la maschera. Evitare di sputargli in faccia, strangolarlo o pugnalarlo.
Ecco, piantargli una lama nella pancia, in quel momento, gli pareva un'ottima idea. A malapena aveva potuto far capire a Majion che non lo stava evitando perché arrabbiato con lui, ma perché doveva obbedire agli ordini di Shiin. Sperava che, prima o poi, gli sarebbe passata quella gelosia assolutamente stupida.
Cosa pensava, Shiin, che lui l'avrebbe mai amato o qualcosa del genere? Era costretto a fare quello che faceva con il sorriso, a fare mille moine e versi, a fargli credere che desiderasse quello che riceveva da lui. Possibile fosse così sciocco da pensare che gli piacesse davvero?
Trattene a stento un'imprecazione quando il cavallo incespicò, facendolo sbattere sulla sella. Da un lato il sapere che il viaggio era quasi al termine era un sollievo, ma dall'altro lo tormentava la paura di non essere ascoltato. Tutto era nelle mani di Majion, non aver più potuto parlarne e non sapere cosa avesse in mente l'amico lo spaventava, ma non aveva molta scelta. Si mosse sulla sella per cercare un punto diverso con la speranza che fosse meno fastidioso e, sentendo le natiche scorticate bruciare di dolore, serrò le labbra.
«Maledizione a te, che i corvi ti mangino il culo!» Sbottò tra i denti sforzandosi di tenere la voce bassa. Nessuno lo sentì, fortunatamente. Aveva voglia di urlare e imprecare, invece doveva cavalcare da solo dietro al suo padrone, con gli occhi bassi in un esempio di fedele modestia. Shiin non poteva rinsavire e tornare a essere una persona decente?
Era metà pomeriggio e la strada ampia e lastricata era trafficata. Carri, pedoni, cavalieri, dai servi ai nobili, dai contadini ai mercanti, ogni tipo di persona usava la via imperiale. Erano a poco più di un giorno, due al massimo dalla capitale e i borghi collegati alla stessa per varie motivazioni fiorivano nell'ombra protettrice del palazzo.
«Ci fermeremo qua.» gli disse Shiin dopo che Ashur, a un suo gesto, gli si fu affiancato. «Hai ordine di cominciare subito.»
«Cominciare cosa, padrone?» sinceramente confuso, fissò il dyku, che sorrise con un angolo della bocca.
«A fare quello che devi fare per sembrare una donna, Ashur. Mio padre ha detto che tutto quello che Majion ha chiesto è già stato portato nella locanda, quando arriveremo sarai esentato da ogni dovere fino a quando non avrete finito.»
Il sangue era affluito al volto del giovane, che annuì. «Come ordinate, padrone.»
Davanti al gruppo in marcia sulla strada il grosso paese si fece sempre più vicino. I tetti delicatamente incurvati verso l'alto ai cui angoli pendevano lanterne, o dorati sonagli, per allontanare gli spiriti malvagi. Le pareti rosse, bianche o blu, erano dipinte anche nella casa più povera, le strade erano pulite e ampie e, almeno dove il convoglio della Fenice passava, non pareva esserci povertà o mendicanti. Ashur sapeva che non era così, che nei vicoli c'era l'altra faccia della medaglia; lo sporco, la povertà e tutto quello che fioriva nel buio dell'animo umano.
Gli zoccoli ferrati dei cavalli producevano un suono martellante che rimbombava tra gli edifici, mentre davanti a loro un servitore urlava per far liberare la strada. Si fermarono davanti a un edificio dal cortile erboso, curato, con al centro una zona delimitata da un cerchio di pietra bianca al cui interno un grosso albero, carico delle prime foglie e di gemme, li accolse. Antico e bellissimo, nel guardarlo Ashur trattenne il fiato, vedendo tra i suoi rami come delle bambine traslucide, dalla pelle verde e il sorriso birichino. Quelle sapeva cos'erano, erano driadi, e di certo non erano per nulla infantili come apparivano. Erano creature potenti, antiche, e a quanto pareva proteggevano quel luogo. Almeno, questa era la sensazione che quell'antica e verde creatura, maestosa e dall'enorme tronco, gli dava. Era come stare all'ombra di un essere paterno e protettivo.
Si lasciò scappare in sorriso verso le driadi, che lo salutarono con la mano, allegre, e sobbalzò quando qualcuno gli toccò il braccio. Era Majion, che lo guardava serio. «Andiamo?»
«Non penso di avere scelta, che dici? Potrei provare montare a cavallo e galoppare via, chi vuoi che se ne accorga?» disse, sarcastico.
«Non poi così tanta gente.» Majion sorrise, asciutto. Sentendo lo sguardo di Shiin su di sé non perse altro tempo e i due si avventurarono nella locanda, dove un servo li indirizzò alla stanza dove era stato depositato quello che era stato ordinato dal nobile Fiuren. Uno splendido abito si intravedeva, avvolto in sottile carta di riso e disteso sul letto, mentre sul piccolo tavolo erano depositati trucchi, profumi, e cose che Ashur non aveva idea di cosa fossero.
Il cestrix si guardò attorno, annuendo. «Torno subito, dico di portare su il necessario per un bagno.»
«Non è che non voglia lavarmi.» Ashur sbottò. «Ma se l'intento è convincerli che non può funzionare non dovrei essere, beh, poco convincente?»
Majion sbuffò, ignorando l'amico, e uscì dalla stanza; dopo poco tornò con un pentolone colmo di acqua calda e una grossa ciotola di legno.
«Non essere così superficiale, se non sarai perfetto crederanno che basti un aspetto più convincente. Invece se sarai esteticamente ineccepibile, far notare le pecche sarà magari più difficile, ma una volta viste non potranno essere negate.»
«Hai la risposta per tutto.» Ribatté in tono secco. Ashur si appoggiò con la schiena al muro, guardandosi attorno in quella stanza piena dell'aroma di cosmetici e profumi, cercando di farsi andare giù quello che gli sarebbe successo da lì a poco. Quella specie di trasformazione, che aveva del magico e che Majion sapeva operare su di lui, a volte lo spaventava. Era sempre lui eppure in uno specchio, quando l'amico terminava la sua opera, vedeva una bellissima donna e stentava a riconoscersi.
«Ci provo.» Majion iniziò a miscelare polveri nella grossa ciotola, unendo pian piano l'acqua fumante e dell'olio dal colore quasi trasparente. «E poi è una questione di orgoglio, ho faticato a imparare tutta questa roba, non posso certo lavorare male.»
«Perché hai imparato?» Avvicinandosi all'intruglio che sembrava quasi gesso ruvido e molle, il ragazzo annusò l'odore piacevole che emanava. Non avrebbe saputo definirlo, ma era buono, gli ricordava il sandalo.
«I clienti a quel tempo adoravano vedermi da donna e alle donne si regalano un sacco di cose. Gioielli, sete, abiti. Mettevo tutto da parte e li tramutavo in denaro attraverso Zunya.» disse, concentrato sul suo lavoro. «Però spacciarsi per donna non è facile: la pelle è diversa, l'atteggiamento, la voce, il modo di camminare. Tante piccole differenze che mentre finivo di crescere si accentuavano sempre di più. Non avrei avuto sedici anni per sempre, ma potevo allungare il periodo in cui scambiarmi per una donna era così facile il più possibile. Anche un po' di donne mi volevano così, sai? È una cosa strana, ma non mi sono mai preoccupato di fare domande, soprattutto vista la generosità che dimostravano.» Majion aggiunse altre cose alla ciotola, osservò il contenuto con aria critica, poi proseguì. «Non pensare che mi piaccia passare da donna. Non mi piaceva all'epoca e non mi piace ora, ma è utile. Quando un uomo ti cerca e ti vuole a quel modo puoi fare leva sul suo senso di colpa. Solitamente non accetta di volere un uomo e, riderai, generalmente vogliono essere presi e non possedere. È come se cercassero un modo per giustificare l'atto nella loro coscienza. Poi ti coprono di regali: uno una volta mi regalò un fermaglio d'oro, pensa. Piccolo, ma era proprio oro.»
La porta scorrevole si aprì dopo un leggero bussare, interrompendo il cestrix, e una grossa tinozza venne portata nella stanza assieme a una decina di secchi fumanti. Quando furono soli il rosso guardò con occhio critico Ashur. «Spogliati ed entra nella tinozza.»
Il ragazzo lo fissò, per poi obbedire. Mentre si svestiva, con aria seria, aggiunse: «Non fare commenti.»
«Guarda che ti ho visto nudo un sacco di volte, ragazzo. Cosa pensi, che ora stia a dirti quanto sei bello?»
«No, niente commenti, promettilo.»
Majion alzò un sopracciglio, ma annuì, spalancando gli occhi quando il giovane gli diede le spalle per entrare nella tinozza. Le natiche erano viola, spellate, in condizioni davvero miserande. Sedersi e cavalcare per Ashur doveva essere un tormento.
«Non farò commenti, ma ho una domanda: perché?»
Ashur lo fissò, gli toccò per un istante le labbra con la punta delle dita e sorrise amaro. «Perché sei un idiota. Shiin ha scoperto la gelosia, dopo che ti ha visto baciarmi gli ho detto che era solo un gioco, che non c'è nulla tra noi. Ha deciso che i divertimenti infantili vanno puniti così. La prossima volta che ti va di fare lo scemo, non coinvolgermi. Ora non voglio più una parola in merito, va bene?»
«Capisco.» Majion continuò a mescolare quella specie di crema poi guardò Ashur. Si sentiva un po' in colpa, ma del resto non solo non poteva fare nulla, probabilmente se ci avesse provato la gelosia di Shiin sarebbe aumentata. Si era lasciato andare a quel bacio, fortunatamente Ashur sembrava non darci peso, trattando il suo gesto come una specie di scherzo. Avrebbe cercato di farsi perdonare in altro modo dal ragazzo. «Questa pizzicherò un po'. Sul culo probabilmente brucerà come l'inferno.»
«Che novità.»
I due dopo un attimo risero e il cestrix inizio a spalmare quella specie di sapone cremoso lungo il corpo di Ashur, strofinando energicamente. Sembrava quasi grattargli via la pelle tanta energia ci stava mettendo, arrivando a fargli quasi male. Quando scese lungo la schiena arrivando a quella zona Ashur sobbalzò, trattenendo un grido. «Serve proprio anche lì?» ringhiò tra i denti serrati.
«Qua passo solo. Non sto neanche premendo.»
«Pensa se premevi.» disse, serrando i denti per trattenere un verso di dolore. Imbarazzato per quel tocco, per le mani dell'altro che stavano vagando ovunque in quel modo impersonale, il ragazzo non disse più nulla. Non si era mai sottoposto a tutto quello le altre volte ma, del resto, Majion voleva dimostrare che l'aspetto poteva essere perfetto, ma il risultato ugualmente fallimentare. O qualcosa del genere. Si abbassò nella tinozza mentre un secchio di acqua calda lo puliva dal sapone, mettendosi in ginocchio e lasciando che Majion gli pettinasse i capelli fino a districarli completamente.
«Ma non ti pettini mai?»
Il ragazzo si strinse nelle spalle. «A che serve?»
«A non sembrare un cespuglio incolto.» Majion sbuffò e iniziò a versare un olio sulla testa del giovane, continuando a pettinare con aria assorta. Poi prese un nuovo secchio d'acqua e cominciò a versarlo, finendo di sciacquare Ashur che si strofinò vigorosamente. Ci vollero tutti i secchi d'acqua per soddisfare il cestrix, che fece cambiare la tinozza e portare altra acqua ancora.
«Vuoi affogarmi?» Ashur borbottò, avvolto in un telo, mentre aspettava che arrivasse la tinozza svuotata.
«No, ma mi serve che stai a mollo nell'acqua bollente per un po'. Dentro ci metto degli oli che dovrebbero lenire i fastidi, dovresti essere felice. Ora fatti guardare bene.»
«Non mi hai visto già abbastanza?» La voce era abbattuta, mentre rimaneva fermo, maneggiato come una bambola dall'altro.
Ci volle ancora molto tempo, troppo per la pazienza di Ashur, sempre meno convinto di non finire castrato o morto. Dovette riconoscere, però, che quello che faceva l'altro otteneva dei risultati visibili; non ne era felice, ma doveva ammetterlo.
La sua pelle sembrava liscia e ancora più chiara, poi si prese una ciocca tra le dita, sembrava seta. «Ora?»
«Ora ti vesto, poi ti trucco e ti pettino.» Il cestrix sorrise all'aria disperata dell'altro. «Funzionerà, non fare quella faccia.»
«Tanto mica castrano te, se mi scoprono.» sbottò, irritato.
Majion lo ignorò, andando a prendere l'abito celato dalla carta di riso e fischiando con ammirazione. «Questa cosa è degna di una nobile, non di una concubina. Tutta questa seta deve costare un occhio.»
Ashur si avvicinò, osservando gli strati di seta bianca, lilla e nera, i ricami floreali che la riempivano. C'erano anche diversi strati sottili, simili a garza, e fermagli dorati e d'avorio. «Non hanno badato a spese.» disse con voce invelenita. «Questa roba non ho neanche idea da dove si inizi a mettere.»
«Quello lo so io, anche se è un abbigliamento decisamente più complesso di quello che usavo io. Sembra davvero quello di una principessa; non è che Shiin è davvero innamorato di te? Potresti far diventare questa cosa un vantaggio...»
Ashur sbuffò, fissando con durezza l'altro. «E come, facendomi picchiare se guardo qualcuno? No, meglio se non è innamorato, non voglio si faccia strane idee. Già ho il dubbio che sia convinto che mi piaccia scaldargli il letto.»
«Beh, vedila così, sei il fodero della sua spada, sei prezioso!»
«Sei un idiota!»
Eppure il ragazzo rise, perdendo per un po' quell'espressione impensierita. Con aria concentrata il cestrix tornò al tavolo e prese uno spesso rotolo di bende e due piccoli cuscinetti che porse all'altro, che li prese con aria interrogativa. Il mistero venne svelato immediatamente quando il rosso iniziò a fasciare il petto di Ashur fissando lì quei due piccoli cuscinetti, per poi fargli indossare una blusa si seta immacolata dai bordi ricamati di fiori lilla e azzurri, incrociando i orli sul davanti. Poi gli porse un paio di pantaloni ampi, sempre candidi, che gli chiuse alle caviglia con dei nastri neri. Erano ampi, gonfi, e fermati sotto il "seno" da un nastro nero. Prese poi una lunga pezza di sottilissima seta di un delicato lilla, fittamente pieghettata e fermata in uno dei lati lunghi da un nastro. Prendendone un capo lo avvolse sopra il finto seno, facendo tre giri e poi mettendo a fermare il tutto l'alta e spessa fascia di seta nera, ricamata con gli stessi fiori lilla e azzurri della blusa, in modo che premesse sulle rotondità del petto. Mise poi un nastro bianco e ricamato che formava un fiocco sul davanti a fermarla. Dava l'idea di una lunga gonna, toccava il pavimento nascondendo i piedi di Ashur, e Majion lo aiutò a mettere delle scarpine di seta nera ricamate in bianco.
«Sono piccole.»
«Non è un problema mio, camminerai poco, tanto.»
«Non sei d'aiuto, Majion, lo sai?»
Il rosso rise, facendo sedere l'altro davanti a uno specchio. «Non ho mica detto che lo sarei stato, sbaglio?» Ashur sbuffò e rimase pazientemente fermo mentre l'altro gli acconciava i capelli, raccogliendoli in un morbido nodo alto, fermandolo con gli spilloni dorati su cui delicati pendenti di fiori di cristallo tintinnavano. Lasciò delle ciocche a circondargli il viso e poi passò al trucco. Non gli dipinse il viso di bianco, ma come per magia, man mano che l'altro proseguiva la sua opera, il viso del ragazzo pareva mutare radicalmente. Gli occhi sembrarono diventare immensi, contornati di nero e di viola, i suoi tratti in generale erano mutati e con un brivido il giovane stentò a riconoscersi.
Si toccò il volto con delicatezza, osservando il delicato fiore scarlatto e stilizzato che gli era stato dipinto tra gli occhi, lanciando poi un'occhiata all'altro. «Così non ci crederanno mai che non posso passare per donna, Majion. Non mi riconosco da solo.»
«Fidati di me.»
Ashur sospirò e annuì. «Devo, non ho molta scelta. Hai finito?»
«Sì, direi proprio di sì.» Sghignazzò, esibendosi in un profondo inchino. «Mia signora, se vuole seguire quest'umile servo, sarei onorato di scortarla.»
«Sono vicino all'odio, scherza poco.»
La fragorosa risata del cestrix indispettì il ragazzo che si avviò alla porta, bloccato immediatamente dall'altro. «Non cammini nel modo giusto. Te l'avevo insegnato, come fare.»
Ashur alzò gli occhi al cielo. «Per ogni inferno e i paradisi, ma fai sul serio?»
«Devono pensare che l'illusione sia perfetta, quindi da qua esci come se, non lo so, fossi una specie di principessa. Credici, Ashur.»
«E magari mi crescono le tette. Non essere ridicolo, come faccio a crederci? Non capisci che sono spaventato a morte?»
«Ammettere la paura è un atto di coraggio...»
Con uno sguardo furibondo Ashur bloccò l'altro. «Non dirle tu, le stronzate. Mi ci hanno cresciuto con quei precetti, fidati che sono idiozie.»
«Lo so, ma vedrai che andrà tutto bene, tu sii più donna che puoi.»
Con un lungo sospiro, Ashur alla fine annuì. «Donna, eh? Va bene, andiamo al patibolo.»
Il ragazzo spinse indietro le spalle e piegò appena il capo in avanti, seguendo Majion con piccoli passi, consapevole di come i pochi che l'avevano visto entrare e ora lo vedevano uscire lo guardassero sconcertati, così come delle occhiate ammirate di chi vedeva in lui solo la donna.
Arrivarono, diretti da una cameriera, alle stanze dove Fiuren e i suoi due figli stavano per cenare. Majion bussò, poi aprì la porta facendo entrare Ashur come se fosse stata una nobile. Il ragazzo arrivò davanti ai tre, ammutoliti, e si inginocchiò per poi prostrarsi al suolo.
«Padroni.» Disse, modulando la voce come tempo prima gli era stato insegnato. Non era esattamente femminile, ma non era neppure chiaramente maschile. «Spero che quello che vedete possa soddisfarvi.»
Con quelle parole drizzò la schiena, rimanendo inginocchiato con le mani in grembo e lo sguardo puntato al suolo davanti a lui.
«Irriconoscibile.» Era stato l'erede della Fenice, Kaidao, a parlare. «Una bellezza che chiunque vorrebbe avere al proprio fianco, un fiore impareggiabile.»
A quelle parole ammirate, Ashur si sentì morire.
«Cos'è, Kai, ora ti piacciono gli uomini anche a te? Non eri tu che vantavi di aver passione solo per i petali rosa del ciliegio?» Shiin disse divertito al fratello, che sorrise con un angolo delle labbra.
«Se non sapessi che è Ashur, Shiin, crederesti al fatto che è un uomo?»
«In effetti no, non lo riconoscerei neanche in tutta onestà.»
«Direi che allora è deciso, cambierò con una leggera illusione il colore degli occhi, così avremo anche un orecchio nel quartiere delle donne.»
In preda al panico Ashur alzò gli occhi, osservando Majion in ginocchio poco lontano, tra lui e i tre nobili. Il cestrix gli indirizzò un accenno di sorriso e lui si sforzò di rimanere in silenzio, di attendere.
«Padrone, mi è concesso parlare?» Majion guardò Fiuren con un delicato e mite sorriso sul volto, senza però celare la decisione della sua voce e nei suoi occhi.
«Dicci, vuoi un compenso per questo meraviglioso lavoro?»
Majion scosse il capo. «Servire è già un onore, padrone. Quello che vi chiedo è di ascoltare quello che voglio dire, senza giungere a conclusioni affrettate e attendendo che termini, se me lo volete concedere.» Al cenno d'assenso di Fiuren, Majion riprese. «Come potete vedere l'illusione è perfetta. Il suo aspetto è ineccepibile, ammaliante; come avete detto è in tutto e per tutto una donna dall'incredibile bellezza... all'apparenza.
«Resta il fatto, padrone, che voi state valutando la situazione con un occhio maschile: vedete Ashur qua davanti a voi, come si può vedere un oggetto in mostra. È qua, ma non lo vivrete nell'arco di un giorno intero, non come vivreste una moglie o una figlia, così da vedere le lacune. Mentre, se volete che porti avanti una finzione così radicale come quella che desiderate, cioè vivere come una concubina nel quartiere delle donne a palazzo, un aspetto perfetto è inutile. Ashur rimane un uomo, non sa nulla della vita che si svolge dietro quei paraventi. Non sa cucire o ricamare, non consce nessuna delle attività che lì si svolgono e, di certo, non c'è il tempo necessario perché venga istruito. Il trucco, poi, si rovina, cola, e non è in grado di replicarlo da solo. Vi chiedo di riflettere su ciò, di come l'occhio di un uomo sia diverso da quello di una donna. Lì, circondato da serve, nobili, altre concubine, verrebbe scoperto entro breve. Sapete meglio di me cosa comporterebbe per il nobile clan della Fenice, se Ashur venisse scoperto. E vi posso assicurare che accadrà. Non perché lui voglia ciò, è il primo a conoscere la punizione per questa finzione e a volerla evitare, ma restano di fatto vere le sue lacune. Vi supplico di non portare avanti questa finzione, mio signore.»
Fiuren strinse gli occhi, rigirandosi tra le dita la pipa. Studiava Ashur, immobile davanti a loro, pallido sotto il trucco. «Quello che dici ha senso, ma non vedo come potrebbero scoprirlo. Passerebbe le notti con Shiin e al mattino ripristineresti l'illusione.»
Fu però Kaidao a parlare per primo, anticipando Majion.
«Padre, vi chiedo di dare ascolto al vostro schiavo. Shiin non potrà essere sempre presente, anzi, per le lunghe ore del giorno, ogni giorno, sarà come noi impegnato nelle riunioni. Ashur non potrà certo fingere di essere muto e inabile a ogni lavoro, basterebbe la minima cosa per essere scoperto e sarebbe un'onta. Comprendo e condivido le motivazioni che ci spingerebbero a ignorare il pericolo, ma esso è troppo grande. Troveremo un altro modo per avere le informazioni che desiderate.»
Con il sostegno dell'erede della Fenice, Ashur si sentì sollevato. Vide Fiuren riflettere attentamente, mentre Kaidao attendeva impassibile e Shiin fissava Ashur, ancora stregato da quella bellezza illusoria.
Il nobile sembrò inghiottire un boccone poco piacevole vista l'espressione, ma era un uomo che poteva accettare di commettere un errore di valutazione. L'orgoglio era utile, ma non se portato all'eccesso tanto da far negare l'evidenza e suo figlio Kaidao aveva ragione, così come Majion. Avevano solamente tenuto conto di quello che loro vedevano, senza rendersi conto che Ashur non avrebbe potuto passare per donna oltre l'aspetto e i pochi momenti in cui, in effetti, era a contatto con loro. Osservò ancora Ashur, la perfetta illusione che sapeva creare, la postura. Era come un piccolo teatro, ma se ci si avvicinava troppo al palco l'illusione spariva e si vedevano i segreti dietro le maschere cancellando ogni bellezza.
«Ascolterò il tuo consiglio, Kaidao. Sai vedere meglio di me, a volte. Mi rendi onore, figlio mio.»
«Grazie, padre.»
A quelle parole Ashur si lasciò scappare un sorriso: tutta l'agitazione che gli aveva stretto lo stomaco si dissolse, alzò gli occhi, ignorando l'ormai onnipresente immagine sopra i nobili, per poi inchinarsi, posando la fronte a terra. «Grazie, nobili padroni.»
Kaidao si alzò, avvicinandosi al giovane. «Alzati.» ordinò.
Ubbidendo, Ashur si trovò osservato attentamente dall'erede della Fenice che gli camminava attorno, guardandolo con attenzione crescente. «Visto che voi avete da fare, se non erro questioni militari, credo che prenderò in prestito il tuo schiavo, fratellino.»
Il dyku alzò un sopracciglio e il maggiore rise. «Oh, tranquillo, contino a preferire le donne. Ma l'illusione è così perfetta che voglio vedere fin dove, esattamente, sa recitare. Può sempre essere utile in futuro. La cosa ti infastidisce, Shiin?»
«No.» ma era chiaro che l'idea non gli piaceva. Kaidao rimaneva però il fratello maggiore e non aveva certo fatto una richiesta tale da giustificare un rifiuto. Fu così che Ashur si trovò a camminare al fianco dell'erede della Fenice, maledicendo tra sé le scarpette. Però, se era quello il prezzo della sua vita, e in un certo senso lo era, era un ben misero sacrificio, si consolò.
Scesero nel piccolo cortile della locanda e ancora una volta le piccole driadi salutarono il giovane, che si lasciò scappare un sorriso nella loro direzione. Ora che sapeva di non essere pazzo cominciava a vedere anche la bellezza di quelle creature invisibili agli atri.
«Cosa vedi?»
Ashur sobbalzò appena. «Nulla, padrone.»
«Ashur, io non sono mio fratello, non ho la sua pazienza davanti alle menzogne. Sono un uomo tollerante e gentile, a modo mio, ma non sfidarmi come fai con Shiin.» La mano dell'erede si posò delicatamente sul viso dello schiavo. L'inflessione della voce aveva fatto gelare il sangue ad Ashur, che si scoprì a temere Kaidao. «Un'illusione così perfetta... se non sapessi la verità ti prenderei a mio fratello in questo stesso istante.» Mormorò, sfiorando in una carezza il volto di Ashur.
Il giovane guardò l'albero, le piccole creature traslucide, simili in tutto e per tutto a ragazzine che giocavano tra i maestosi rami, e annuì appena tra sé. «Sono driadi, credo.»
«Ora io e te andremo a fare una lunga passeggiata e voglio che tu mi parli di ciò che vedi. Nella nostra famiglia non c'è la vista, mia madre ne aveva un po', da giovane, ma pare essere svanita con il tempo. Un'abilità che non viene esercitata svanisce e noi non vogliamo che tu perda questa utile capacità, Ashur.»
Kaidao porse il braccio ad Ashur, che inghiottì quella nuova ondata di paura e disagio e vi posò la mano, accettando forzatamente il ruolo che gli veniva imposto. Si avviarono e quattro soldati si disposero attorno a loro, due davanti e due dietro, come scorta.
«È divertente osservare come nasca l'ammirazione e l'invidia negli occhi di uomini e donne al nostro passaggio.» Commentò dopo diverso tempo l'erede della Fenice, sorridendo appena. «Però stiamo camminando da un po' e tu continui a rimanere in silenzio; devo immaginare che non ci sia nulla o che tu mi stia disubbidendo?»
Ashur deglutì. «Non voglio disubbidire o mentire, padrone. Solo è difficile parlare di quello che credevo fosse frutto di follia.»
«Sai che non lo è. Questa è l'ultima volta che dimostro pazienza, Ashur. Parla.»
Con esitazione Ashur iniziò a raccontare delle creature di cui ora era popolato il suo mondo. Minuscoli spiriti, ombre, forme amichevoli o spaventose, esseri curiosi, pacifici, oppure oscuri e orrendi.
Kaidao annuiva, in silenzio, mantenendo un passo lento e regolare lungo le strade principali di quella cittadina, passando tra vie affollate e il mercato, prendendo nota di ogni cosa che il giovane gli diceva. Esitava, ma non mentiva.
Sapeva benissimo che gli venivano taciute delle cose, ma poteva accettarlo fintanto che il suo dono gli indicava chiaramente che non gli taceva fatti importanti.
Al contrario di Shiin, il dono della Fenice era al suo massimo potenziale, in lui. Non solo capiva se gli venivano dette delle menzogne, ne intuiva la portata, la motivazione e l'intenzione per cui venivano dette. Inoltre poteva dare vita alle peggiori paure racchiuse nella mente delle persone. Poteva far vivere loro quei terrori, uccidendoli, letteralmente, di paura.
La vista del giovane poteva risultare molto utile, era potente, era tra le più forti di cui avesse mai sentito parlare. Solitamente solo se lo spirito era particolarmente forte o i qualche modo interagiva con la persona la vista permetteva di vederlo. Invece, per Ashur, il mondo era popolato di quelle presenze. Che interagissero o meno con lui vedeva e veniva in qualche modo riconosciuto. Dimostrava, però, una completa ignoranza in quel campo. Sembrava che nella sua educazione certi aspetti, quasi folkloristici, fossero stati volutamente taciuti. Kaidao sapeva che, stando alle leggende, la famiglia regnante possedeva il potere di comandare gli spiriti a essa legati senza l'uso di magie o rituali, in conseguenza all'antico sangue di drago che scorreva nelle loro vene. Un patto, forse, che continuava generazione dopo generazione e Ashur avrebbe potuto vederli.
Capire i movimenti segreti dell'imperatrice avrebbe loro permesso di anticiparne le mosse e ricavare una posizione più che favorevole, sarebbe bastato far sì che il ragazzo tenesse gli occhi aperti e raccontasse loro ogni cosa che vedeva. La sua ignoranza, in tal senso, era vantaggiosa.
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L'ultima moneta
FantasyAshur ha compiuto il peccato peggiore possibile: ha avuto paura. Davanti alla Dea dai mille e nessun nome è fuggito, portando il disonore sulla sua famiglia. Ora ciò che lo aspetta è solo l'esilio, mentre suo padre, il generale delle mille fiere, gl...
