Majion nel vedere quella schiena maciullata sentì lo stomaco stringersi e cercare di ribellarsi. Lo spettacolo era orrendo, la carne era viva, esposta, e dalle spalle ai glutei non sembrava esserci più un brandello di pelle intatto. Aveva visto, da lontano, quando avevano slegato il ragazzo che non si reggeva in piedi. Non aveva gridato, se non poche volte, quando era evidente che la volontà cedeva.
Quando il cestrix aveva visto quel corpo contorcersi nelle convulsioni causate dai residui dell'erba nera aveva chiuso gli occhi. Tra i colpi di frusta e le grida inarticolate, vederlo inarcarsi senza controllo, in preda anche a quel tormento, l'aveva costretto a distogliere lo sguardo. La fustigazione aveva scatenato, con il dolore, gli effetti latenti della droga che prendevano il sopravvento solamente quando era particolarmente affaticato. Ashur non aveva solo dovuto fronteggiare le staffilate, ma anche le convulsioni e ciò che comportavano
Sospirò, stringendo tra le dita il vasetto che gli aveva dato Fiuren. Gli aveva detto che per uno schiavo non avrebbe certo scomodato un medico, di andare a prendersene cura lui visto che aveva avuto l'ardire di supplicarlo di avere pietà del giovane.
«A sapere che eri ridotto così male avrei trovato una scusa.» borbottò rabbrividendo a quella vista, rivolto al corpo buttato su delle coperte sotto un carro. La gente attorno a loro ignorava quello spettacolo, continuando con le loro mansioni, e Majion andò a prendere al fiume dell'acqua che fece bollire sul fuoco. Prese dell'aceto e si avvicinò ad Ashur; prendendogli la testa tra le mani constatò che era più di là che di qua. «Ti farà male, ma bisogna pulire quelle ferite.»
Lo sguardo del giovane si mise a fuoco lentamente, riconoscendolo, e annuì.
«Grazie.» Mormorò a stento.
«Aspetta a dirlo, l'aceto brucia.» Disse, iniziando a pulire la schiena dal sangue prima con l'acqua, per poi immergere degli stracci puliti nell'aceto e passarli sulle ferite. Ashur gemette, stringendo i denti e il rosso sospirò, cercando di essere ancora più delicato.
«Che cavolo ti è saltato in mente, si può sapere? E ti è anche andata bene, ho perso il conto delle frustate che ti hanno dato, ma Shiin sembrava deciso a trovarti le ossa a staffilate. Se Fiuren non gli avesse dato ordine di fermarsi saresti ancora lì, e già adesso sei conciato spaventosamente male.»
«Jiaren...» sussurrò con un filo di voce Ashur. «Lei ha visto?»
«Sì, ma a un certo punto se n'è andata. Aveva la faccia di una che stava ingoiando un boccone decisamente amaro.»
La perdita di sangue aveva indebolito Ashur che si trovò a scivolare dentro e fuori dall'incoscienza, il dolore che gli ottenebrava la mente, rendendogli quasi impossibile pensare. Nonostante quello, però, il pensiero della sorella lo tormentava. Non avrebbe voluto che vedesse.
Majion ripulì completamente la schiena del ragazzo con delicatezza e perizia, il sole stava ormai tramontando quando aprì il vasetto che gli era stato da Fiuren. Un delicato profumo d'erbe gli arrivò alle narici e lo riconobbe: l'avevano usato anche con lui. L'unguento ottenuto dalla distillazione dei fiori di luna era un farmaco costoso, che richiedeva una lunga preparazione da parte di una mago specializzato nella preparazione medica. Non solo la parte più tecnica della lavorazione della pianta, ma gli incantesimi infusi in quella pomata appiccicosa e biancastra richiedevano lunghe settimane di preparazione e una grande abilità.
Avrebbe reso la guarigione del ragazzo molto più veloce e non sarebbero rimaste cicatrici, se non qualche piccolo segno dove le ferite erano più profonde. Con dolcezza posò la mano sul capo dell'altro, sapeva quello che Ashur stava provando; l'aveva sperimentato lui stesso anche se con lui si erano fermati decisamente prima. Lo sentì gemere piano e la mano scivolò in una carezza dalla testa alla guancia. «Ashur, ti devo bendare le ferite, ho bisogno che tu stia seduto, pensi di farcela?»
Dopo un lungo istante gli giunse la risposta, un filo di voce debole. «No.»
«Allora ti aiuto io; tra qualche giorno sarà passato tutto, tieni duro.» Majion guardò il ragazzo e si grattò la nuca. Alzando lo sguardo capì con una sola occhiata che nessuno l'avrebbe aiutato, erano tutti impegnati e curare uno schiavo non era tra le priorità di nessuno. In un altro momento, forse, qualcuno libero avrebbe accettato, ma era ora di cena e c'era un sacco di movimento in quel punto vicino alle cucine da campo. Con sguardo risoluto afferrò sotto le ascelle l'amico, che trattenne un grido, e lo mise seduto a forza, facendo in modo che si appoggiasse a lui con la schiena rivolta all'esterno. Afferrò uno spesso rotolo di bende pulite e iniziò a fasciare Ashur, mettendolo poi nuovamente sdraiato sul fianco e coprendolo con una delle coperte. «Fiuren vuole che badi a te, tranquillo non rimani da solo. Vado a prenderti da mangiare, vedi di non fare cazzate appena volto la testa.»
«Pensavo di correre via, mi sento particolarmente in forma.» rispose Ashur con un filo di voce. Le proprietà dell'unguento stavano già agendo, calmando il dolore e ciò gli aveva permesso di ritrovare in parte il suo spirito.
«Sembra proprio che tu stia già meglio.» Borbottò con un sorriso il cestrix, allontanandosi.
Guardando l'altro andarsene, con enorme cautela, Ashur si distese più comodamente. Era ancora vivo, nonostante tutto il dolore e l'aver quasi desiderato l'oblio, era ancora vivo. Guardò l'orizzonte striato dai colori del tramonto ormai inoltrato, il profilo nero delle lontane montagne e sospirò. Attorno a lui vedeva come sempre decine di creature visibili solo a lui, spiritelli piccoli e deboli, attratti dalle piccole cose come bambini curiosi. Certo, non erano tutti così, ma aveva notato come quegli esseri, man mano che ne incontrava di più potenti, sembrassero capire che poteva vederli e gli sfuggissero consapevolmente. Posò il viso sulla stoffa ruvida della coperta, sentendo una stanchezza profonda invadergli l'anima e il corpo. Con inquietudine si rese conto che, a un certo punto, aveva desiderato che la morte giungesse, mettendo così fine a quel tormento, a una vita che era sempre più cupa e senza scopo, se non sopravvivere giorno dopo giorno.
Perfino la speranza di poter un giorno essere libero era sempre più flebile e irrealizzabile. In quel momento si rese conto di essere diviso: da un lato non desiderava la morte, eppure perché, in realtà, continuava a vivere? La risposta che aveva dato alla sorella non era falsa, eppure non avrebbe mai potuto ripagare Majion per quello che faceva per lui, non avrebbe mai potuto aiutare in nessun modo Jiaren, era inutile per chiunque amasse.
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L'ultima moneta
FantasyAshur ha compiuto il peccato peggiore possibile: ha avuto paura. Davanti alla Dea dai mille e nessun nome è fuggito, portando il disonore sulla sua famiglia. Ora ciò che lo aspetta è solo l'esilio, mentre suo padre, il generale delle mille fiere, gl...
