26. Coming Home.

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La mattina seguente dimisero James e lo scortammo verso l'aereo militare che lo avrebbe riportato in patria.
Avrebbe dovuto sottoporsi a più interventi assai pericolosi per ricomporre ciò che era rimasto della sua gamba destra e avrebbero dovuto unire a questa una protesi metallica.
Non sarebbe stato il massimo ma quanto meno era vivo, e presto avrebbe potuto condurre una vita pressoché normale, lontano dal campo di battaglia, lontano dalla carneficina giornaliera, lontano dalle grida di terrore.
La morte ci perseguitava come una fedele compagna di vita, strisciando accanto ai nostri corpi e infangandoci con il sangue degli stessi militari con cui avevamo condiviso quegli ultimi quattro mesi di servizio.
Alcuni pregavano ogni sera di poter rivedere il sole ancora una volta, altri se la spassavano ubriacandosi e cercando di dimenticare, altri invece imploravano l'angelo della tenebra affinché li accogliesse tra le sue grandi ali bere nel minor tempo possibile.
Tutto attorno a noi puzzava di morte, di putrefatto, e la desolazione che ci lasciavamo dietro ogni volta che tornavamo dal centro cittadino era paragonabile ad uno scenario post apocalittico.
Le nostre inquiete notti erano frastornate dal rumore dei faccia bombardieri che sganciavano su ogni edificio setacciato un quantitativo di esplosivi micidiale, dai pianti isterici dei compagni più deboli e spaventati.
Eravamo stanchi emotivamente, saremmo crollati molto presto.
Gli ultimi giorni di missione furono i più logoranti, trascorsi tra la fretta delle ultime incursioni, degli ultimi morti, delle ultime esplosioni e la paura.
Paura che, una volta tornati in patria, non saremmo più stati capaci di vivere in comunità, in pace, lontano da tutto questo.
Per noi era normalità mentre il mondo civile e cittadino rimaneva solo un lontano ricordo nelle nostre menti, troppo idilliaco e stazionario, insignificante, fatto di sentimenti così vuoti e privi di forma.
Trascorsi gli ultimi giorni in preda all'agitazione e senza che me ne resi conto arrivò la sera prima della partenza.
Presi il mio fucile, che era stato il mio più fedele compagno in questa guerra, e lo ripulii a fondo, scaricando il caricatore e posizionando l'intera arma all'intero di una custodia in pelle nera.
Sospirai osservando la stanza intorno a me, in un certo senso provavo un sentimento di malinconia morbosa, per qualche assurdo e malato motivo non desideravo andarmene, non ero pronta a tornare a casa, forse non lo volevo nemmeno. I miei compagni erano stati come una seconda famiglia così come lo stava diventando Johnny, con il quale avevo avuto piacere di lavorare nelle ultime settimane.
Per quanto mi mancassero Arin, Matt, Zacky, mia madre e tutte le persone che avevano fatto parte della mia vita sentivo di non voler partire.
Avrei dovuto dire addio ai miei ritmi quotidiani, sarei dovuta tornare ad essere più umana di quanto lo si potesse essere in guerra, avrei dovuto ricominciare..ma c'era un pensiero che sovrastava ancora di più tutti gli altri.
E non mi faceva piacere affatto dover ammettere a me stessa che era più importante di quanto pensassi.
Perché per quanto poco lo conoscessi e ci avessi avuto a che fare, quel sergente da quattro soldi di nome Brian Haner mi sarebbe mancato più di chiunque altro.
Non sapevo perché, non mi importava, semplicemente così stavano le cose e avrei dovuto accettarle a lungo andare.
Dopo aver richiuso il borsone con i miei indumenti mi alzai e presi la giacca della mimetica, in cui avevo nascosto un pacchetto di sigarette di contrabbando che avevo comprato qualche giorno prima, con dei colleghi, in un mercato nero vicino alla base.
Uscii sul retro dell'edificio e accesi la pseudo Marlboro, osservando il cielo limpido e stellato.
Per quanto possa sembrare assurdo era un momento perfetto, a discapito della situazione in cui mi trovassi e di tutti i crimini che avevo commesso nel giro di pochi mesi..lo era davvero.
Le montagne rocciose che circondavano parte del perimetro della base creavano uno scenario bellissimo, illuminato dalla potente luce della luna piena, imponente e meravigliosa sopra la mia testa.
"Finalmente ti ho trovato" disse Haner con il fiatone in gola.
"Cos'è tutta questa fretta?"
"Quanto ti hanno dato di licenza?"
"Tre mesi..tre mesi a casa" ribattei pensierosa.
"Volevo lasciarti il mio contatto sai..nel caso ti andasse di uscire a bere qualcosa" disse porgendomi un foglietto su cui erano impresse dieci cifre, in una calligrafia indecente.
"Se avrò tempo, si potrà fare"
"Oh ma smettila"
Si posizionò davanti a me e incrociò le mani al petto.
"Di fare cosa?"
"Di fingere che non ti importi di me"
"Se pensi di avermi in qualche modo colpita con il tuo fascino dozzinale ti stai sbagliando"
"Ah no? E quindi che cosa pensi di me?" domandò ancora sorridendo maliziosamente.
"Non ti sopporto"
"E sentiamo, cosa non sopporti di me?"
"Beh..i tuoi capelli, la tua aria da sbruffone, il tuo sorriso..tutto cazzo!"
"Tutto?"
"Già"
"Se è così allora arrivederci Ilejay" rispose scocciato facendomi il saluto militare e incamminandosi.
Non muoverti, non muoverti, non muoverti.
Ma chi ascolterebbe mai la propria coscienza?
"Haner!" urlai correndogli incontro sbuffando.
"Hai dimenticato qualcosa?"
"E tu?" domandai retoricamente con il fiato corto.
Il giovane sorrise e prese il mio volto con entrambe le mani, facendo toccare la mia schiena contro il muro della base, e mi baciò con dolcezza e intensità.
Ecco era proprio di questo che parlavo, non lo sopportavo.
Non sopportavo di desiderarlo quasi maniacalmente pur odiando il suo carattere e la sua aria da ce l'ho solo io.
Dopo un tempo che sembrò troppo breve Brian smise di baciarmi e mi guardò con due occhi simili ad un mare in tempesta, così indecifrabili e carichi di potenza che sarebbero stati capaci di riversati ed annegarti senza il benché minimo sforzo.
Avrei voluto dirgli così tante cose ma non trovai le parole giuste per esprimere come mi sentivo, perché nel mio profondo non sapevo nemmeno io cosa stavo provando, era tutto così complesso e difficile.
"Promettimi che ci rivedremo" sussurrò infine al mio orecchio provocandomi una scarica elettrica lungo la linea della spina dorsale peggiore di quando si mette un dito nella presa della corrente.
"Non posso promettertelo Brian" abbassai lo sguardo e mi allontanai da lui.
Non volevo guardarlo di nuovo, o avrei ceduto, sarei caduta ai suoi piedi come un suddito al cospetto dell'imperatore.
Mi incamminai verso l'entrata ma mentre varcato la soglia mi girai nella sua direzione per qualche istante.
Quel poco che mi bastò per vederlo scagliare un pugno contro il muro e andarsene nella direzione opposta.
Ero stata codarda, continuavo a scappare da tutto quello che mi faceva sentire indifesa e sensibile, mi trovavo in costante lotta contro me stessa, contro la mia vera personalità che reprimerlo quotidianamente per paura di soffrire ancora e ancora.
Ma non capivo quanto tutto questo stesse solamente peggiorando la mia esistenza e ancora non sapevo che me ne sarei pentita molto presto.
Troppo presto.

*

Quando l'aereo toccò il suolo californiano il mio cuore saltò un battito.
Guardai fuori dal finestrino e osservai la folla di uomini, donne e bambini attendere l'arrivo dei propri familiari di ritorno dalla guerra.
Preso il mio borsone e scesi insieme agli altri militari che nella frazione di un secondo si dispersero raggiungendo i loro cari.
Notai una bambina bionda, piccina e sorridente, stretta al seno di una donna molto giovane che si protraeva a braccia aperte verso un soldato che gettò a terra i suoi bagagli.
Quando li raggiunse prese la bimba e la fece sollevare in aria, riempiendola di baci e carezze come se fosse il tesoro più prezioso che possedesse.
Provai un certo senso di invidia e gioia nei loro confronti e mi commossi a tal punto che una lacrima scivolò veloce a bagnarmi la guancia.
Era una scena così perfetta.
"Katherine!" sentii urlare mio fratello così mi girai nella sua direzione e gli corsi incontro annegando nel suo abbraccio.
Il suo profumo mi diede la certezza di essere tornata a casa, ero finalmente insieme alle persone che più amavo.
"Mi sei mancato tantissimo!" dissi e quando lo guardai scoppiamo entrambi a piangere.
Non so perché successe, ma ero talmente felice che sarei potuta esplodere da un momento all'altro.
"Andiamo a casa?"
"Sì, dove sono gli altri?"
"Purtroppo non sono riuscito a venire ma li vedrai presto" disse afferrando il mio bagaglio e caricandoselo in spalla.
E mentre mi incamminavo lo vidi.
Con volto estraniato dal mondo si dirigeva verso una giovane ragazza dai capelli rossi e un sorriso smagliante.
La abbracciò frettolosamente e poi accadde il peggio.
Si girò e i nostri sguardi si incrociarono.
Mi sentii cedere le gambe ma la frustrazione era più forte di qualunque altro sentimento così distolsi lo sguardo e scossi la testa.
Avevo fatto bene a reagire malamente la sera prima, e se anche sapevo che mi sarei dovuta aspettare che avesse già qualcuno a casa ad attenderlo, una minima speranza sfatata aveva convissuto in me fino a quel momento, una speranza che forse gli importasse davvero qualcosa di me. E invece mi ero sbagliata, come sempre.

*

Il tragitto verso casa di breve e silenzioso, per quanto fossi felice non riuscii a dire nulla e Arin non mi oppresse eccessivamente con troppe domande.
Mio fratello armeggiò un po' prima di trovare le chiavi ma nel momento in cui entrammo in casa ci trovammo immersi nel buio totale.
"Arin, pensi di accendere la luce?"
"Aspetta. Stai ferma lì okay?" disse bloccandomi sullo stipite.
Mentre aspettavo mio fratello afferrai il mio cellulare dato che mi era arrivato un messaggio.
Aprii la schermata e notai un numero sconosciuto. Anche se già presumevo chi potesse essere ed in effetti non mi sbagliavo.
"James mi ha dato il tuo numero" comincia a leggere già scocciata. Un ciao, un come stai? No. Maleducato.
"Non so nemmeno perché ti sto scrivendo visto che so già che molto probabilmente non riceverò risposta. Però non potevo lasciare che ci salutassimo definitivamente come è successo ieri sera. Io voglio rivederti Katherine, per favore dammi una sola possibilità. Non sono quello che sembro e vorrei, anzi voglio, dimostrarti chi sono veramente e.."
Non feci in tempo a finire di leggere il messaggio che la luce si accese e un insieme di voci mi acclamò facendomi commuovere.
"Sorpresa!"
Davanti a me c'erano tutte le persone a cui volevo più bene, munite di cappellini da festa e bottiglie di birra già stappate.
Mi avvicinai e li abbracciai ad uno ad uno.
Mi sentivo nuovamente a casa, improvvisamente quella che era stata la mia vita negli ultimi mesi scomparì per lasciare spazio ad un nuovo, sebbene breve, inizio.
"Mamma!" urlai stringendo la figura esile della donna che mi mise al mondo ed assaporando il suo dolce profumo alla vaniglia.
Ero di nuovo qui, con la mia famiglia e mi sentivo più felice che mai.
Veramente felice.

~Spazio Autrice: Buona sera amigos! Come state? Spero bene v.v lo so che é un po' tardi per aggiornare ma non ho davvero avuto tempo prima di oggi..dunque cosa pensate che succederà ora che Katherine è tornata a casa? E cosa ne pensate del nuovo personaggio entrato in scena? Attendo rispose susu..u.u
Alla prossima!~
Jù.

Missing in Action (M.I.A.) || (DA REVISIONARE!)La tua prossima ossessione. Scoprilo ora