"Dunque puoi immaginare perché voglia farti soffrire"
"Fossi al posto tuo farei lo stesso" ammisi.
"Katherine che cazzo stai dicendo?! Sono dei malati bastardi" urlò Blake.
E in quel momento accadde l'irreparabile.
L'uomo gli puntò la pistola contro e premettere il grilletto, facendogli saltare il cervello.
Alcuni schizzi di sangue macchiarono il mio viso e, avendo le labbra spalancate per lo shock, sentii il sapore amaro del liquido invadere la bocca.
Disgustata vomitai a terra e cominciai ad urlare, sconvolta.
"Voi americani dovete morire!" sentenziò l'uomo scoppiando a ridere istericamente.
Guardai il corpo senza vita di Blake penzolare con la testa collassata sul collo, il sangue fluiva copiosamente sul suolo mescolandosi alle pozze di acqua stagnante.
Non riuscii a capacitarmi di aver passato una settimana lì dentro e non essermene nemmeno accorta, la quantità di droga che doveva averci costretto ad ingerire poteva sicuramente stendere un cavallo.
"Lascia che ti pulisca tesoro, forse avrò davvero voglia di scoparti prima di farti fuori"
Mi pulì dal vomito e mi asciugò le lacrime sorridendo di gusto.
In quel momento compresi la reale follia dell'animo umano, la psicopatia morbosa che si annida latente nei più profondi e oscuri antri della coscienza.
Rabbrividii al contatto delle sue dita sul mio viso ma ero troppo scossa per l'ingiusta morte di Blake per realizzare tutto ciò che succedeva intorno a me.
Prima di andarsene il fratello del Mietitore, Alkazar, prese una siringa e ci inserì all'interno del liquido dopo averlo scaldato.
Non capii il motivo di tale procedimento ma quando sollevò la manica della mia giacca tremai più sommessamente.
"Che..che cos'è?"
"Qualcosa per tenerti sveglia e sfamata" rispose infilando senza gentilezza l'ago in una vena ben visibile e sparandoci dentro quel liquido giallastro.
Sentii una forte fitta al cervello e un'adrenalina innaturale cominciare a prendere il sopravvento sui miei sensi.
Mi sentii completamente in forma e lentamente mi rilassai, era come se tutti i miei problemi fossero scivolati via.
"Quando ne vorrai ancora, basta che mi chiami" disse sorridendo mentre infilava una busta di plastica nel mio stivale.
Fece per uscire dalla stanza quando alcuni colpi di fucile gli trapassarono il petto e fecero crollare il suo corpo inerme sul pavimento sudicio.
Nella stanza entrarono quattro militari coperti anche in volto ma capii dalle uniformi che erano americani.
Fui davvero felice di essere salva ma mi sentivo talmente tanto rintontita che scoppiai a ridere grossolanamente e aspettati che mi slegassero.
"Ce la fai a camminare?" domandò uno di loro aiutandomi ad alzare le mie membra intorpidite.
"Sìsì" risposi sicuramente incamminandomi verso l'ingresso.
I militari ci condussero all'esterno e scoprii che ci trovavamo in un bunker sotterraneo scavato all'interno di una grotta.
Le pareti rocciose gocciolavano e nelle fessure più oscure alcuni occhietti gialli ci fissavano con timore.
Erano pipistrelli.
Al nostro passaggio un gruppo di quegli animaletti all'apparenza così innocui cominciarono a librarsi in volo e a strillare.
Quel rumore mi infastidì e mi scosse a tal punto che mi tappai le orecchie.
Le tempie mi pulsavano così decisi di fermarmi ed accovacciarmi a terra.
Due braccia circondarono il mio corpo e mi scortarono fino ad un caccia militare appostato poco fuori dalla grotta.
Non appena mi adagiai su una branda ospedaliera all'interno del velivolo chiusi gli occhi e sorrisi, le turbolenze lo facevano andare su e giù e l'esperienza risultava esilarante sotto l'effetto di quelle sostanza ignota che circolava nel mio sangue.
Persi la cognizione del tempo e per gran parte del viaggio mi ero completamente estraniata dall'ambiente circostante fino a quando mi resi conto che uno dei militari stava chiamando il mio nome.
Era lo stesso che mi aveva aiutato durante la fuga dal bunker.
"Sì signore? Come sa il mio nome?"
Il ragazzo si tolse l'elmetto e si rassettò la chioma corvina che era stata compressa sotto il peso dell'oggetto.
Mi sentivo in paradiso.
I suoi occhi neri come gli abissi mi scrutavano intimoriti e la sua espressione rendeva ben nota la preoccupazione che lo torturava.
Era spossato e il sudore gli impregnava il volto dai tratti marcati ma restava semplicemente bellissimo.
E mi era mancato, terribilmente.
"Come ti senti?"
"Non so come sia possibile ma non sono mai stata meglio"
"È per via della roba" rispose tastando freddamente il buco sul mio braccio.
Inorridita ritrassi l'arto e lo guardai con disgusto.
"Che merda è?"
"Il livido sparirà nel giro di qualche giorno, non preoccuparti"
"Grazie per avermi salvato"
"È il mio lavoro"
"Brian..come mai sei qui?"
"Mi hanno richiamato. Avendo perso i loro soldati migliori necessitavano di qualcuno che conoscesse bene il mestiere, ed eccomi qua"
Era terribilmente asettico, indifferente, freddo e distaccato.
"Mi sei mancato" azzardai accarezzando il suo braccio.
"Ho avuto paura che ti avessero già fatto fuori, è stato tremendo"
"Ma sono ancora qui, ora ritorniamo alla base?"
"Siamo diretti all'aeroporto, io ritorno in patria domani"
Non avendo più nulla da dire mi distesi e piombai in un sonno profondo.
Non sognai e al mio risveglio mi sentii ancora più stanca di prima.
Eravamo appena atterrati e due militari mi scortarono all'esterno, aiutandomi nei movimenti che mi risultavano stranamente faticosi.
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Missing in Action (M.I.A.) || (DA REVISIONARE!)
Fanfiction~Tutto è lecito in guerra e in amore~ "Corri" "Che cosa?" "Corri!" urlò il giovane balzandomi addosso e scaraventando entrambi a qualche metro di distanza, sul margine della strada. La granata era esplosa poco lontano da noi ma il soldato si rialzò...
