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"Dove pensi di scappare?"
"A casa?" Chiese Velvet come se stesse aspettando il permesso.
"Devo iniziare a pensare che la tua memoria ti gioca brutti scherzi oppure che ti stai prendendo gioco di me?"
Velvet continuò a fare la finta tonta
"Perché dici così?"
"Avevamo un discorso in sospeso, quindi entra" le rispose indicandole con il capo di superare la porta.
"Magari sarai stanco, potremo parlarne domani".
"Sono perfettamente in forze"
"Io non ho ancora pranzato"
"Possiamo preparare qualcosa per entrambi più tardi. Altre obiezioni?" Gli chiese sollevando un solo angolo della bocca.
Velvet non ricordava di essere mai stata tanto fifona ma l'intraprendenza di Richard la spiazzava; ormai era abituata ad avere a che fare con la sua versione cavernicola e ottusa e non sapeva che pesci prendere quando invece si comportava in quel modo.
Aveva paura che volesse semplicemente prenderla in giro oppure che avrebbero finito con il litigare di nuovo ma peggio di ogni altra cosa, aveva paura che le avrebbe mostrato un interesse vero, reale.

Non era abituata a trovarsi in quelle situazioni: l'educazione che aveva ricevuto e la vita condotta fino a quel momento, l'avevano relegata sotto una campana di vetro e i suoi genitori l'avevano privata di molte prime volte, compreso il primo bacio o un primo appuntamento.
E così si ritrovò davanti ad un uomo che in quel momento sembrava sapere bene come comportarsi e a cui difficilmente avrebbe potuto dire di no.
Ingoiò il groppo che le si era formato in gola e superò la soglia.
Richard le fece segno di sedersi sul divano e lui prese posto di fronte a lei, sul tavolino da caffè; teneva le gambe larghe a racchiudere le sue in una specie di semicerchio.
Velvet iniziò a tormentarsi le dita e poi si schiarì la voce come se dovesse iniziare un discorso ma alla fine non disse nulla.
"Scusami per stamattina" iniziò invece Richard "sono stato maleducato e non avrei dovuto. Ma è colpa tua"
Se all'inizio Velvet sembrava piacevolmente colpita dalle scuse, ascoltando l'ultima parte, aggrottò le sopracciglia pronta a replicare ma l'indice di Richard si sollevò davanti al suo viso.
"È colpa tua perché mi confondi incredibilmente. Vorrei starti lontano però poi non ci riesco mai e ho paura di.. diventare dipendente da qualcuno, da te".
"I-io non so che dire". Rispose lei con le guance che le andavano a fuoco.
"Potresti cominciare col dirmi se ti piaccio" le disse sorridendo.
"Perché, io ti piaccio?"
"Maledettamente" le disse mordendosi il labbro inferiore.
"Bel modo di dimostrarlo" sbottò lei, portandosi poi una mano alla bocca per imporsi di tacere.
"Per me è un pò difficile aprirmi agli altri; ho paura che la gente mi si avvicini perché gli faccio pena e non perché gli interesso come persona. Tu non mi hai mai trattato come un malato e ho passato più tempo a litigare con te che conosco da un paio di settimane che con i miei genitori negli ultimi sette anni, nonostante abbia fatto di tutto per provocarli. Quindi si, mi piaci. Non so a che porterà tutto questo, non posso darti rassicurazioni sul futuro o assicurarti amore eterno, però mi piaci. Qui e ora".
Il cuore di Velvet aumentò i propri battiti. Si sentiva sopraffatta da quelle parole: erano passati dall'urlarsi contro ad una specie di dichiarazione e se fino ad ora era stato lui a parlare, ora toccava a lei.

"Beh, mi piaci anche tu, suppongo".
"Supponi?" Chiese lui alzando un sopracciglio e poggiandole una mano sul ginocchio iniziando a compiere leggeri cerchi con il pollice sulla pelle morbida.
"Non ho altri termini di paragone" gli rispose serrando gli occhi pronta a sentirsi ridere in faccia. Cosa che non accadde.

Dopo qualche secondo riaprì le palpebre notando un sorriso dolce contornare le labbra di Richard.
"Dici sul serio?"
"Secondo te?" Gli disse guardandolo male. "Non direi una cosa simile col rischio di diventare uno zimbello agli occhi di tutti, se non fosse vero".
Il sorriso di Richard si ampliò ulteriormente.
"Sai, scommetto che potrei essere un eccellente maestro".
Richard dentro di sé stava esultando come quando si segna il goal decisivo all'ultimo secondo di una finale.
Nessuno l'aveva toccata, nessuno le aveva fatto provare quello che voleva farle provare lui, nessuno si era preso nulla di lei e lui si sarebbe preso tutto ciò che lei gli avrebbe dato.
Se solo avesse letto nella sua mente e avesse scoperto i pensieri poco casti che la riempivano dalla notte precedente, sarebbe scappata a gambe levate, quindi doveva mantenere la calma e raffreddare i bollenti spiriti.

Mercy - Richard MaddenDove le storie prendono vita. Scoprilo ora