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Velvet rimase qualche secondo ferma davanti all'ingresso prima di decidersi ad andare da Richard.
Lo trovò seduto in fondo al letto con i gomiti sulle ginocchia e i palmi delle mani a coprirsi gli occhi.
"Sono andati via" gli disse rimanendo ferma sulla soglia.
"Meglio così" sospirò.
"Non volevano ferirti, lo sai"
"No che non lo so! Loro vorrebbero solo riavere il figlio che hanno perso 7 anni fa e non questa versione difettosa con cui si ritrovano a convivere!"
Velvet sentì il cuore rimpicciolirsi.
"Non dire questo. Loro vorrebbero solo vederti felice".
"Niente e nessuno potrà mai restituirmi quella felicità che ho perso".
Gli occhi le si inumidirono: sapeva che non doveva prendersela troppo perché quelle parole erano dettate dalla rabbia e poi si conoscevano da poco, però faceva male lo stesso.
"Capisco come ti senti, ma non..."
"Tu non puoi capire! Nessuno può farlo! Non sai cosa io abbia passato, o pensi forse che io stia giocando a mosca cieca, eh? Sai come ci si sente a rimanere perennemente al buio? A non sapere se sia giorno o notte? Eh lo sai?"
Ad ogni accusa fatta, vedeva Richard avanzare verso di lei di un passo, finché non se lo ritrovò di fronte.
Non sapeva davvero come prenderlo, sembrava fuori di sé.
"Magari se mi raccontassi, potrei provarci a capirti"
"Non ne vale la pena".
Questo per Velvet fu il colpo di grazia: annuì tirando su con il naso; si alzò sulle punte per arrivare alla sua altezza e gli lasciò un bacio sulla guancia prima di andare via.

La notte fu peggiore di quelle trascorse sul divano: non aveva fatto altro che girarsi e rigirarsi tra le lenzuola fin quando non si era decisa ad alzarsi. La sera prima, rientrata a casa si era fatta una doccia calda, concedendosi un pianto liberatorio e poi si era avvolta in una coperta leggera: nonostante facesse ancora caldo, aveva bisogno di una qualche forma di conforto. Fece un pò di fatica a sollevarsi visto che si trovava ancora avvolta in quella coperta ma non volle abbandonarla e così passo dopo passo tentò di arrivare alla cucina. Si sentiva più stanca di quando si era coricata e non aveva alcuna voglia di andare a lavoro.
Anche se non ne faceva uso frequente, decise di concedersi una tazza di caffè ristretto ma quando stava per afferrare una tazza dal ripiano più alto, sentì suonare il campanello.

Pensò di non andare ad aprire: immaginava benissimo chi si potesse trovare dall'altra parte e non aveva voglia di vederlo.
Un nuovo squillo la fece trasalire.
"Velvet lo so che ci sei. È ancora presto per andare a lavoro. Apri".
"Non ci sono" borbottò in risposta.
Sentì una leggera risata dall'altra parte del legno e poi un nuovo squillo.
"Dai, apri. Per favore".
Si mordicchiò un pò l'unghia del pollice prima di decidersi ad avanzare verso l'uscio.
Dopo qualche secondo di troppo dovuta alla limitata possibilità di movimento, aprì la porta ritrovandosi Richard ancora in pigiama e con delle occhiaie che avrebbero potuto competere con le sue.
"Ciao" le disse lui rivolgendole un sorriso mesto.
"Ciao".
Voleva chiedergli cosa ci faceva lì ma non ne ebbe il tempo perché si ritrovò le labbra di Richard sulle sue: le teneva il viso avvolto tra le mani e aveca gli occhi serrati come se quel contatto gli facesse paura.

Velvet rimase immobile per qualche istante ma quando sentì Richard sospingerla verso l'interno del suo appartamento, si ridestò e poggiando le mani sul suo petto, lo allontanò da sé, rifugiandosi dietro l'isola della cucina. Vide Richard rimanere fermo, probabilmente perché non sapeva come muoversi in un ambiente ancora nuovo, ma non volle avvicinarsi a lui perché quasi sicuramente non sarebbe riuscita a staccarsi di nuovo.

"Sei ancora arrabbiata?" Le chiese lui.
E in lei all'improvviso si ripresentarono la ravbia e la delusione del giorno precedente.
"Tu che dici?"
"Dico che sono stato uno stronzo".
"Sono d'accordo".
Velvet si lasciò scappare una risatina.
"Dai, che ne dici di fare pace?"
"Devi farti perdonare"
"Se mi fai avvicinare, posso dimostrarti quanto sono dispiaciuto" le rispose con la faccia da cucciolo.
"Richard non mi piace come ti sei comportato ieri. Mi hai fatto sentire insignificante e io non voglio mai più sentirmi così".
"Hai ragione. Non ce l'avevo con te ma non mi piace che i miei genitori non riescano ad accettare quello che sono. E continuano a propormi continuamente terapie, operazioni e cure sperimentali, ma non capiscono che non ne posso più di sentirmi una cavia di laboratorio".
"Glielo hai mai detto?"
"Lo faccio ogni volta che se ne escono con qualche nuova idea, ma sono testardi".
"Ecco spiegato da chi hai preso tu".
"Dici che gli somoglio?" Chiese lui e Velvet sentì lo stomaco stringersi un pò: amava quando lui si lasciava andare e si apriva in quel modo.
"Sei identico a tuo padre ma hai le labbra di tua mamma". Gli disse sorridendo.

"Sai, non mi ricordo più i loro visi. Cerco di sforzarmi ma i loro tratti stanno scomparendo dalla mia memoria. Ricordo che da piccolo mio padre fingeva di essere un vampiro e voleva mordermi ma finiva col farmi il solletico con i capelli".

"Beh ora non potrebbe, pur volendo. I capelli sono quasi andati" sussurrò Velvet. Non aveva intenzione di offendere ma voleva stemperare quella tristezza e ci riuscì, visto che Richard si lasciò sfuggire una risatina.
"Abbiamo risolto?"
"Non voglio vivere di nuovo una condizione simile. Non voglio forzarti a parlarmi di quello che ti è successo, però non voglio essere tagliata fuori di continuo. Queste sono le mie condizioni se vogliamo provare a costruire qualcosa" terminò con voce tremante.
"Accetto. Senza bisogno di negoziare"

Il turno al bar trascorse rapidamente: Velvet non si rese conto delle ore che si succedevano l'una dopo l'altra ma non percepiva la stanchezza: nonostante con Richard avesse chiarito tutto, sentiva il bigliettino che aveva ancora nella tasca dei jeans, bruciarle la pelle.
E le parole della madre di Richard continuavano a tornarle alla mente.
"Ci vediamo domani capo" urlò verso Jordan.
"A domani pasticcino" ironizzò lui di rimando.
Mosse qualche passo e alla fine fece scorrere le dita nella propria tasca, recuperando poi il cellulare. Si fermò poggiando una spalla ad un lampione vicino e si morse il labbro indecisa su cosa fare. Compose e cancellò per tre volte il numero e poi si decise ad inoltrare la chiamata.
"Pronto, sono il dottor Collins"

Angolo autrice:
I'm back! È passata una vita dall'ultimo aggiornamento, lo so. Perdonatemi! Da un lato, non avevo spunti per la storia, dall'altro non avevo il tempo di farmele venire. Ero completamente bloccata. Spero che non debba passare più tanto tempo come adesso.
Ho sempre letto tutti i commenti che mi avete lasciato, quindi grazie.
Voi come state? La scuola, il lavoro?
Xx

Mercy - Richard MaddenDove le storie prendono vita. Scoprilo ora