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Velvet di certo non avrebbe pensato che fare un trasloco sarebbe stato così faticoso. Probabilmente solo in quel momento riuscì ad essere d'accordo con le parole della madre che non perdeva mai occasione per ricordarle che avrebbe dovuto buttar via qualche libro o gli album con le foto che aveva scattato in tutti quegli anni.

Non appena entrò in quella che poteva considerare come la sua nuova casa, posò l'ennesimo scatolone che aveva trascinato lungo il pavimento; per fortuna il palazzo era dotato di ascensore altrimenti avrebbe già avuto bisogno di un polmone nuovo.

Si asciugò il sudore sulla fronte con il bordo della maglietta bianca che stava indossando ma quando la rimise a posto, si accorse che tanto bianca non era più visto che in più punti era ricoperta da macchie scure, forse polvere.

Si concesse un attimo per guardarsi intorno e quando scorse la porta finestra che occupava tutta la parete alla sua destra e affacciava sul piccolo terrazzo, fiancheggiando la cucina, ricordò subito del perché non appena le era stato mostrato quell'appartamento, aveva immediatamente accettato di prenderlo.

La stanza appariva molto luminosa e già si immaginava seduta fuori a scattare qualche foto al traffico londinese sotto di sé. Quel punto era perfetto per immortalare la vita che scorreva inesorabile: da lassù, avrebbe potuto osservare tutto senza che la gente fosse condizionata dal vederla con la macchina fotografica al collo sperando che qualcuno non la scambiasse per una stalker.

Forse non aveva scelto il giorno adatto per trasferirsi qui dato che il caldo si faceva davvero sentire e il sole sembrava non volerne sapere di scomparire nemmeno dietro una nuvoletta passeggera.
Prese un respiro profondo e decise di andare a prendere le ultime cose che aveva lasciato in macchina. Decise di prendere le scale e riservarsi la salita in ascensore per il ritorno.
Appena uscita dal portone, aprì lo sportello del passeggero afferrando due scatoloni: erano gli ultimi e di certo non avrebbe voluto rifare il percorso che già aveva compiuto più volte nell'ora precedente.

Mettendoli l'uno sull'altro, si accorse che riusciva a vedere ben poco di quello che aveva davanti e cercò di avanzare spostando le braccia una volta un pò più a destra e un pò più a sinistra. Arrivata all'ascensore, premette il pulsante per richiamarlo e poggiò una scatola accanto al suo piede sinistro tenendo l'altra sotto il braccio destro.
Mentre aspettava, si diede della stupida per il fatto di non aver pensato prima a premere quel pulsante: a quest'ora sarebbe già sotto la doccia a togliersi di dosso il sudore e la polvere.

All'improvviso qualcosa le sfiorò la gamba: era così immersa nei suoi pensieri che quel contatto la fece sobbalzare al punto di lasciare la scatola e lanciare un urlo prima di  finire con il sedere per terra.
Quando ebbe il coraggio di aprire gli occhi, si trovò davanti un enorme cucciolo di Labrador con un paio di occhioni color caramello e la lingua penzoloni che lo guardava con la testa reclinata da un lato.

"Kiro"
Il cane la lasciò perdere immediatamente e si posizionò diligente di fianco alla gamba della persona che lo aveva chiamato.
Solo ora che ci faceva caso, vide che il cane aveva un collare rosso tenuto da una mano che senza dubbio era maschile. Sollevando lo sguardo vide  che si trattava di un ragazzo, forse di qualche anno più grande di lei: continuava a guardare impettito davanti a sé senza darle alcun segno di averla notata.
Quella particolare atmosfera fu interrotta dal rumore dell'ascensore che finalmente si era aperto davanti a loro e Velvet si affrettò a rialzarsi ed entrarvi insieme ai due scatoloni e a quella strana coppia.
Il ragazzo continuava a guardare davanti a sè e senza volgere neanche uno sguardo allo schermo, aveva schiacciato il numero del suo piano che, per pura coincidenza, era anche quello di Velvet.

Ad un'attenta osservatrice come lei, non sfuggí il piccolo tentennamento che aveva colto le sue dita: aveva percorso rapidamente il contorno del numero in rilievo sul pulsante prima di schiacciarlo.
Una lampadina si illuminò nella sua testa: il cane, lo sguardo sempre fisso e ora questo. Lui non vedeva.
All'interno dell'abitacolo calò un silenzio teso e lei si lasciò andare ad una più attenta osservazione: era più alto di lei di almeno 20 centimetri, le spalle erano larghe e la schiena, ricoperta da una camicia a quadri, sembrava essere piuttosto ampia. Il torace al di sotto della maglietta bianca appariva tonico e le gambe erano perfettamente fasciate da un paio di skinny jeans.

Lo sguardo di Velvet si posò sulle sue mani: le mani di un uomo l'avevano sempre attirata e il modo in cui stringeva il collare le fece correre un brivido lungo la schiena. Il suo sguardo si sollevò sul suo viso: aveva una barba che era piuttosto curata e gli delineava il contorno del volto; il naso dritto e leggermente all'insù, le labbra piene e di una perfetta tonalità di rosa, gli occhi contornati da folte ciglia e di un colore che ancora non era riuscita a comprendere bene, probabilmente azzurri.
L'espressione era dura, sembrava infastidito ed era evidente che non avrebbe desiderato altro che uscire da quell'ascensore.
Abbassando lo sguardo notò che il cane continuava ad osservarla con quell'aria dolce e le venne voglia di abbassarsi sulle sue ginocchia e iniziare a fargli i grattini sulla pancia.

Il suono delle porte che si aprivano, la fece tornare alla realtà e prima che potesse muovere un solo passo in avanti, lui la precedette fuori.
Riprese i suoi scatoloni e iniziò a trascinarli verso il suo appartamento che era a due di distanza da quello del misterioso ragazzo che ora stava armeggiando con le chiavi alla ricerca della serratura.
Mossa dal suo solito altruismo, gli si avvicinò e provò a richiamare la sua attenzione, poggiandogli una mano sull'avambraccio.
"Hai bisogno di aiuto?" Gli chiese con tono pacato e gentile.
"Sono cieco, non stupido" le rispose brusco nello stesso momento in cui era riuscito a far scattare la serratura e un momento dopo le chiuse la porta in faccia.
Velvet strinse i pugni nel tentativo di trattenere la rabbia ma prima che potesse anche solo cercare di frenarsi si trovò a battere il pugno contro quella porta.
"Sai cosa? Sei anche un grandissimo stronzo!"
E detto ciò, a grandi falcate percorse lo spazio che la separava da casa sua e si sbatté la porta alle spalle.

Angolo autrice:
Che ne pensate del primo capitolo? Sono contentissima di scrivere quello che avevo in mente da qualche giorno e non vedo l'ora di sentire il vostro parere.
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Mercy - Richard MaddenDove le storie prendono vita. Scoprilo ora