Capitolo 11

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– Guarda mamma! – urlò la bambina indicando un telescopio – Me ne compri uno?

Gillian sorrise. Non vedeva sua figlia così contenta ed eccitata da tanto tempo.

– Vediamo come ti comporti. – le rispose facendole l'occhiolino.

Alice si mise sulle punte cercando di vedere all'interno del telescopio senza riuscirci. Gillian stava per andare ad aiutarla.

– Aspetta ti aiuto. – la precedette Mauro, prendendo la bambina in braccio.

– Mamma possiamo guardare le stelle?

– Adesso no, amore. È ancora giorno. Ti prometto che una volta ti porto qui a vederle. Okay?

– Sì!

Passarono la mattinata a guardare ogni singola cosa si trovasse in quel posto. Provarono ogni singolo gioco ideato per comprendere meglio la fisica dello spazio.

– Papà mi aiuti? Non ci arrivo! – esclamò Alice. Gillian spalancò gli occhi. La bambina si tappò la bocca, rendendosi conto di cosa aveva detto.

– I-io...sc-scusa Mauro...mi sono confusa.

– Tranquill- iniziò a dire Damiani ma venne interrotto da Gillian.

– Forza, Alice vieni, è tardi e dobbiamo tornare a casa per pranzo.

La figlia annuì in silenzio. Sapeva che non avrebbe dovuto dirlo.

– Aspetta Gillian, non è successo nien-

– Zitto, Damiani, per favore. Non dire che non è successo niente perché se mia figlia chiama padre l'uomo che lo ha ucciso, allora vuol dire che ho sbagliato tutto.

Detto questo prese la mano di Alice e uscirono. Mauro le guardò andare via, le mani che tremavano. Si sentiva vuoto. La risata di entrambe ancora rimbombava nelle sue orecchie.

– Scusa...– sussurrò Alice, una volta che furono in macchina. Gillian la guardò dallo specchietto retrovisore.

– Non è colpa tua, Ali.

– Mamma, sei arrabbiata con me? – chiese tirando su con il naso. Lei accostò la macchina sul bordo della strada. Scese e salì sul retro.

– Ma certo che no, amore mio. Non pensarci nemmeno. Lo sai che ti voglio bene. – la consolò baciandole la testa. La piccola annuì contro il suo petto.

– Non volevo dirlo, non penso che Mauro sia il mio papà è che, per un momento, mi è sembrato che papà fosse ancora qui. Non intendevo chiamarlo così. Pensavo ci fosse davvero papà.

– Lo so, piccola, lo so. – disse Gillian, asciugandole le lacrime. – Che ne dici se andiamo a mangiare la pizza per pranzo?

– Si! – esclamò, un po' più allegra. Gillian sorrise, poi, dopo un ultimo bacio sulla guancia, tornò davanti e mise in moto.

***

Il giorno dopo era Lunedì. Era passata solo una settimana da quando aveva incontrato Damiani per la prima volta. Le sembrava passata un'eternità. Così tante cose erano cambiate. Lei era cambiata. Gillian finì di prepararsi. Salutò Alice ed Elisa, che era appena arrivata, e guidò fino alla panetteria. Incrociò lo sguardo di Damiani, ma prontamente lo ignorò, girandosi dall'altra parte.

"Buongiorno Damiani." disse fredda.

"Ciao Gillian."

Quella mattina la tensione si poteva tagliare con un coltello. Nessuno dei due parlava. Gillian si limitava a guardare e ad appuntarsi qualcosa di tanto in tanto. Si sentiva strana. Non sapeva spiegare il perché. Si sentiva stanca. Priva di energia. Come se non riuscisse a stare in piedi con le proprie forze. E quella sera aveva il turno al locale con Luca. Cavoli. Come avrebbe fatto?

IL SAPORE DEI COLORIDove le storie prendono vita. Scoprilo ora