Capitolo 2

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Lunedì.

Il fatidico giorno era arrivato.

Gillian accompagnò Alice a scuola, poi andò dritta nel suo studio. Si sentiva senza forze. Non voleva vedere quel mostro. Entrò nell'ufficio.

– Buongiorno Gill!esclamò Michelangelo, un suo collega. Si conoscevano da tempo. Era sempre allegro e disponibile con tutti e a lei piaceva molto. Era contenta che fossero amici.

– Buongiorno Michi!rispose sorridendo.

"Ciao Gill!" disse Elisa, abbracciandola. Elisa era una dipendente nuova che si era da subito affezionata a lei.

"Ciao Eli!" rispose ricambiando la stretta.

Entrò nel suo ufficio. Mise le braccia sul tavolo, appoggiò la testa e subito le lacrime minacciarono di uscire.

"Moreau!Nel mio ufficio."

Gillian sospirò. Ricacciò indietro le lacrime e si diresse nell'ufficio del suo capo, Christian Abati. Uno dei tanti. Perché per mantenere Alice faceva più lavori. Di solito due. La cameriera e l'assistente sociale, ma quando le cose si complicavano faceva anche qualche turno di supplenza. Si alzò e si diresse verso l'ufficio del direttore.

"Si,signore?".

Lui alzò gli occhi. "Siediti." disse indicandole la sedia di fronte alla scrivania. Gillian si sedette, in silenzio. Lui sospirò e si passò le mani tra i capelli.

"So che oggi tra poche ore incontrerai Mauro Damiani, un detenuto che necessita di una riabilitazione. Hai già affrontato altri detenuti e ti sei dimostrata perfetta per questo lavoro."

"Grazie." rispose timidamente Gillian. Non le piacevano i complimenti, la mettevano in imbarazzo.

"Tuttavia" continuò il direttore "questo non è un comune detenuto, almeno non per te. So chi è e so di star chiedendo molto, però è necessario che lo faccia tu, non solo perché l'ha chiesto lui, per quello avremmo potuto convincerlo, ho accettato perché mi sono accorto che dopo due anni non sei stata ancora in grado di voltare pagina. Non c'entra il fatto che sorridi e fingi di essere serena.Voglio solo aiutarti a chiudere questo capitolo e forse parlando con il responsabile riuscirai a vedere le cose da un'altra prospetti-"

"No." lo interruppe Gillian "Io lavorerò con lui solo perché altrimenti mi licenzierete, ma non cambierò mai idea e non ci sono altre prospettive. Lui ha ammazzato mio marito punto. Lui è un mostro. E ora è libero. Non ci sono altre parole più dolci o gentili per dirlo. Ora vado non vorrei mai far aspettare un assassino." detto questo prese la borsa e uscì dall'ufficio. Sapeva di aver esagerato e sapeva che aveva alzato la voce, ma non le importava. Si sarebbe scusata più tardi. Uscì dallo studio e si diresse alla fermata del pullman. Aveva la macchina, ma era più comodo muoversi in pullman in centro Torino a quell'ora. Scese alla fermata e si diresse verso il carcere. Prima di entrare si sedette per terra sul marciapiede. Era sola. Finalmente poteva buttare tutto fuori. Scoppiò in lacrime. Non era pronta. Non era abbastanza forte.

Dopo qualche minuto rimasta lì a piangere si tirò su ed entrò nel carcere. Dopo vari controlli finalmente la accompagnarono in una stanza. Lei la chiamava la stanza delle presentazioni. Infatti era lì dove aveva incontrato tutti i detenuti che aveva aiutato. Una volta entrata la lasciarono sola. Pochi minuti dopo e il mostro entrò, scortato da due guardie che uscirono subito dopo. Gillian lo guardò per qualche minuto. In silenzio. La rabbia che premeva di uscire.

"Ehi, dolcezza, io sono Mauro." disse con strafottenza, facendole l'occhiolino.

Gillian non seppe se fu quello a farla scattare. Oppure se fosse quello stupido sorriso. Fatto sta che non riuscì a trattenersi. Si avvicinò come per stringergli la mano che le aveva allungato e invece gli tirò un pugno dritto in faccia. Lui si piegò a metà.

"Per mio marito, stronzo." gli sussurrò nell'orecchio. Poi uscì.

***

– Non solo non hai parlato con il detenuto, ma hai pure alzato le mani su di lui! GLI HAI TIRATO UN PUGNO! Cristo santo, Gillian! Cosa pensi che dovrei fare ora? Eh? Dovrei licenziarti! Ecco cosa dovrei fare!

Gillian guardò impassibile il suo capo che dava i numeri. Sapeva che non l'avrebbe licenziata, ma anche se fosse successo non le importava. Aveva fatto ciò che era giusto. Per una volta era riuscita a tirare fuori tutta la rabbia che aveva dentro. Christian sospirò pesantemente e si sedette.

– Non ti licenzierò. Ma sappi che stavolta l'hai fatta grossa. Non puoi prendere a pugni i detenuti, lo sai. È il tuo lavoro.

– Ha ragione direttore. Mi dispiace. Ma sa bene che non è un detenuto qualsiasi. Io, io non penso di farcela. Se fosse possibile vorrei passare il caso a qualcun altro, a un occhio esterno, ecco. Per favore.

Christian la guardò in silenzio. Congiunse le mani davanti al viso.

– Lo so, Gillian, lo so. Ma è proprio per questo che forse ti farebbe bene. Perché magari affrontandolo riuscirai ad andare avanti, o almeno, a stare meglio. So bene che sono stati due anni difficili, ora è il momento di cogliere l'occasione che aspettavi. Quella di poter definitivamente chiudere con il tuo passato.

Domani mattina faremo venire qui Damiani e gli parlerai da persona civile, scusandoti per ciò che è successo. Ora puoi andare.

Gillian annuì un paio di volte, poi si alzò e tornò nel suo ufficio. Si sedette pesantemente dietro la sua scrivania. Iniziò a compilare dei moduli che doveva terminare, per distrarsi. Non doveva pensare a niente.

Dopo un po' il suo cellulare vibrò. Gillian guardò le notifiche. C'era un nuovo messaggio da parte di Luca che le chiedeva se quella sera poteva fare il turno insieme a lui perché la sua partner aveva la febbre. Lei accettò. Alice quella sera avrebbe avuto una festa e lei quindi si sarebbe ritrovata sola.


IL SAPORE DEI COLORIDove le storie prendono vita. Scoprilo ora