Lilith scese dall'auto per prima, seguita da Samael e dai genitori.
"Ma a casa della zia non andava bene? Così è troppo...", disse la ragazza, per nulla entusiasta. Non aveva mai avuto voglia di festeggiare un solo compleanno, figuriamoci così in grande, poi.
"Dai, tesoro, entra...", la pregò la madre, carezzandole una guancia. "Pensa solo a divertirti e a passare del gradevole tempo con i nostri parenti e gli amici di famiglia. Pensa solo a questo, ok?". Sguardo di madre apprensiva.
Lilith annuì e Isma la strinse in un sentito abbraccio materno. Poi le fece cenno di avanzare.
La ragazza aprì la porta dell'edificio, che cigolò. Davanti a sé aveva il buio più totale e uno stano silenzio che però si caricava di fremito ed energia umana. Cercò l'interruttore della luce tastando il muro con la mano. Dopo vari tentativi trovò il pulsante. Lo premette.
"Buon compleanno!". La avvolse un grido corale. Sorrise, rimanendo qualche secondo ferma sul posto. Erano tutti lì per lei, per regalarle una vita normale, come avevano sempre cercato di fare. Perché l'amavano. E lei amava tutti loro. E si sentiva fortunata a poter contare su ogni singola persona lì dentro. Erano questi i momenti in cui si ricordava perché valesse la pena vivere, nonostante le difficoltà, le sofferenze, e nonostante quella che lei aveva sempre definito una maledizione.
L'interno del capannone era occupato da una trentina di parenti e amici di famiglia, tutti agghindati a festa, circondati da tavoli imbanditi, festoni di auguri e palloncini colorati.
Al centro dello stanzone c'era una torta gigante a forma di numero 21, assortita di ventuno candeline accese.
Lilith avanzò, seguita dai genitori. Samael era ancora fuori dall'edificio. Non voleva entrare perché si sentiva estraneo a tutto ciò che gli stava accadendo intorno. Si sentiva un intruso, adesso, all'interno di quella famiglia, con l'orribile scopo di fare del male da aggiungere al male che già tutti loro pativano. Gli invitati iniziarono a cantare, tutti in coro e battendo le mani, "Tanti auguri a te". Ascoltando fuori dalla porta dell'edificio, Lucifero si sentì ridicolo. Cosa stava facendo? Perché si era fatto coinvolgere in tutto ciò? Perché era stato zitto e calmo e perché adesso stava a sentire "Tanti auguri a te" lì impalato? Lui, che era il Diavolo. Che gli era preso? Da lupo che era, ora sembrava una agnello.
Lilith abbracciò e baciò tutti gli invitati, uno per uno, ricevendo tanti di quei "ma quanto sei bella" e "come ti sei fatta grande" da non riuscire a tenerne il conto. Ad ogni complimento rispondeva con un sorriso e un "grazie" o un "il tempo passa in fretta" e poi ancora un altro tenero sorriso.
Quando finì di salutare tutti, si avvicinò ai genitori e subito notò che mancava qualcuno. Samael non era lì. "Dov'è lui?", domandò al padre. Lui le indicò l'entrata del locale, dalla quale sporgeva un giovane silenzioso e pensoso.
Quando Satana scorse la sua futura sposa che a passo deciso camminava verso di lui, fece finta di non vederla e si allontanò dall'entrata. E mentre faceva ciò, non riconosceva più se stesso. Lilith aumentò il passo, seguendolo all'esterno. "Che fai, non entri?", chiese, a voce alta perché lui, che marciava sempre più lontano da lì, potesse sentirla. Gli corse incontro, afferrandogli un braccio. "Beh?", gli fece, con occhi indagatori. Lui sembrava non volerle rispondere. "Allora? Che fai?", insistette la ragazza, strattonandogli la manica della camicia. "Non voglio entrare", rispose lui, secco.
"E perché? Sentiamo...". Lilith incrociò le braccia, seria.
"Non faccio parte di tutto ciò", spiegò Sam, indicando l'edificio.
"Hai ragione. Eppure sei qui, quindi ora vieni con me". Decisa, gli prese la mano e lui si lasciò trascinare dentro senza opporre resistenza né a parole né a gesti o fatti. E quella manina delicata e bianca stringeva la sua mano grande e potenzialmente pericolosa e lui l'assecondava, per paura di farle male.
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La sposa del Diavolo
FantasyLui è il Diavolo. Lei è umana. Lui la vuole. Lei gli è promessa.
