6 anni dopo.
"Pronta?" No.
Tuttavia annuisco, allungando il braccio verso il tavolo timorosa, afferrando il test blu, con le dita che tremano.
Fisso l'ennesimo test di gravidanza, e mi sento morire dentro, mentre un senso di fallimento mi riempie il cuore, la mente, e l'anima.
"Ci riproveremo" Dylan poggia la mano sulla mia, ma mi scanso subito, alzandomi e andando verso la finestra "Amore" tenta di abbracciarmi, ma io scuoto il capo, furiosa con me stessa, mentre calde lacrime mi rigano il viso.
"Non voglio più provarci. Tanto che senso ha? Il risultato non cambia"
"Piccola, devi avere pazienza, potrebbe ancora-"
"No, Dylan" alzo il tono di voce, distrutta "sono tre anni che ci speriamo. E francamente non capisco neanche perché, dopo quello che ci disse mio padre" rido nervosamente, asciugandomi il viso.
Tre anni prima, mio padre era stato chiaro. Tutte le chemioterapie, i trattamenti contro il cancro, mi avevano reso al 70% infertile, e cercare di avere un bambino tutto nostro, sembrava essere impossibile. Dopo una prima gravidanza durata quasi cinque mesi, ho perso il bambino per un aborto spontaneo, e da allora qualcosa sembra essersi rotto.
Dylan è fiducioso, so che anche lui lo vorrebbe, ma so che gli preme di più la mia salute. Ha consigliato di tutto, informandosi per bene con mio padre su delle possibili adozioni, o su un'inseminazione artificiale.
Ma aver perso il mio primo bambino ha spezzato qualcosa nelle nostre vite, il dolore era così grande che pensavamo di non farcela, di lasciarci. Avevamo anche deciso il nome, sarebbe stato un maschietto e lo avremmo chiamato Rudy. Come il mio piccolo ometto che mi guarda da lassù.
Eppure, tutto quello che doveva essere per noi una cosa bella, si stava rivelando un incubo.
"È tutta colpa mia" mormoro a me stessa, e ci credo davvero.
"Hol, non è colpa tua. Come potrebbe esserlo, piccola" mormora con occhi lucidi mio marito, e io ripenso a come eravamo felici il giorno del matrimonio, pochi anni prima.
Quando mi ha vista in quella piccola chiesa di Edimburgo, con l'abito bianco e al fianco di mio padre, i suoi occhi mi hanno gridato di amarmi, e io ero già sicura della mia scelta.
Quando abbiamo detto ai nostri genitori delle nozze, le nostre madri sono letteralmente impazzite, e hanno organizzato tutto nei minimi dettagli, dato che io ero super occupata con il lavoro e con la pubertà di Ly, che ci ha fatto impazzire un po' tutti.
La nostra è stata una cerimonia semplice, e i nostri padri si sono offerti di regalarci il viaggio di nozze, così abbiamo passato l'estate in giro per il Giappone, visto che Dylan ci era sempre voluto andare, e a me non cambiava molto la meta.
Fisso la fede al mio dito, e le lacrime iniziando a scendere copiose di nuovo.
"Amore" Dylan mi abbraccia, stringendomi a sé come se fossi la cosa più preziosa, come se non volesse che precipitassi in quel baratro che sembra volermi inghiottire sempre di più.
"Mi dispiace. Mi dispiace, è tutta colpa mia." Mormoro sconnessamente fra le sue braccia, mentre mi ricordo per l'ennesima volta perché sono così innamorata di lui da sempre.
"Non è colpa tua, smettila. Va bene così amore, va bene, te lo giuro" mi afferra il viso fra le mani, baciandomi le guance bagnate con un sorriso rassicurante "qualsiasi cosa, abbiamo promesso di affrontarla insieme. Ci sono io con te, non sei sola, piccola"
"Finchè morte non ci separi" sorrido appena, ricordandomi dolcemente il modo in cui Dylan mi ha guardata quando eravamo su quell'altare, mentre ci promettevamo amore eterno.
5 anni dopo.
"Mamma, dove cazzo hai messo la mia felpa rossa?" riesco a sentire le grida di Ly, nonostante mi trovassi al piano di sotto, e lui è a quello superiore, rinchiuso nella sua stanza.
"È nell'armadio" rispondo seccata, continuando a guardare la tv sul divano.
"Ho già visto, non c'è nulla nell'armadio" sbotta incazzato.
"Vedi bene, e smettila di urlare" grido a mia volta, stufa marcia.
"Mamma, qui nell'armadio non c'è nulla. Cazzo, mi farai fare tardi"
Mi alzo dal divano sbuffando, trascinandomi al piano di sopra, pronta a strangolare mio figlio e a gettare il suo cadavere giù da un ponte.
Entro nella sua camera, sempre in disordine devo aggiungere, e fisso il ragazzo davanti a me che fruga in ogni cassetto.
"Giuro su Dio, Dylan Parker Johnson, che se la trovo ti ci strozzo con questa benedetta felpa" impreco, avvicinandomi poi all'armadio.
Appena apro l'anta, trovo subito la felpa rossa sulla pila di indumenti piegati al suo interno.
Ma dico, mi sta prendendo in giro?
"Giuro, io non l'avevo vista" se la infila velocemente, soffocando una risata.
"Ti ammazzo un giorno di questi, sappilo" lo minaccio seria, dirigendomi verso l'uscita della camera. Per quanto alla sua età ero la veterana delle camere in disordine, adesso proprio non riesco a guardare tutto questo caos.
"Mamma" mi chiama ancora, e questa volta mi volto tranquilla, sapendo già dove vuole andare a finire.
Mi lascia un bacio veloce sulla guancia e mi abbraccia forte, sorridendo come faceva quando era piccolo.
"Ho capito, cosa ti serve?" Lo guardo canzonatoria.
"Nulla, non posso voler semplicemente abbracciare la mia mamma sempre bellissima?" Mi bacia i capelli, e io lo guardo divertita.
"Ly, sputa il rospo"
"Oh, quante volte devo dirtelo di non chiamarli Ly? Tutti mi chiamano Lie mamma, L-I-E" fa lo spelling, e alzo ancora una volta gli occhi al cielo.
Ultimamente si è davvero impuntato sulla questione. Il nome non cambia, ma si ostina a volersi far chiamare Lie perché, a suo avviso, ha un accento più inglese e più marcato che alle ragazze fa impazzire. Chi lo capisce è bravo. Davvero, davvero bravo.
"Maledizione Dylan, cosa ti serve si può sapere?"
"Oggi ho gli allenamenti doppi, potresti dire a quell'idiota di tuo marito che deve smetterla di farmi allenare per quattro, solo perché sono il figlio del campione Dylan Johnson?" sbuffa, e per un secondo mi sembra di rivedere il piccolo bambino nella cucina dell'hotel di mio nonno, anni fa.
"Sei grande ormai Ly, fatti valere" ridacchio "tra poco sarà di ritorno, diglielo tu se tanto ci tieni"
"Dai mamma-" veniamo interrotti dal rumore della porta d'ingresso, e c'è solo una persona che manca all'appello.
Guardo mio figlio e sorrido perfida, mentre lui sgrana gli occhi. Corro giù per le scale con lui alle calcagna, mentre mi grida di restare ferma.
"Mamma no" impreca, fermandosi a metà scale.
"Che avete da urlare voi due?" Dylan si sfila la giacca e la lascia all'ingresso, mentre ci guarda con un sopracciglio alzato.
"Ly deve chiederti una cosa" indico nostro figlio, con un sorriso divertito.
"Dimmi" suo padre lo guarda curioso, ma Ly boccheggia ridacchiando poi tra sé e sé nervosamente.
"Beh ecco..." si gratta la nuca nervoso, poi prende un bel respiro e fa un passo avanti "Volevo dirti che..." si blocca, sospirando arrendevole "Sei un padre meraviglioso e sono davvero felice di essere tuo figlio" mormora con una smorfia, demoralizzato ma con il solito tono ironico che lo caratterizza.
"Mi fa piacere" lo asseconda Dylan "Ora però finisci di prepararti che abbiamo gli allenamenti"
"Si papà" abbassa lo sguardo e con fare triste e teatrale torna in camera sua.
"Ancora non ha trovato il coraggio di dirmelo?" ridacchia Dylan alle mie spalle, e io scuoto il capo divertita, trattenendomi dal ridere come una pazza.
"Povero, ma quanto lo fai allenare per intimorirlo così?"
"È sempre il solito esagerato" si difende il padre, ma sappiamo che è abbastanza esigente in campo "Non ti ho ancora salutato" mi sorride malizioso, afferrandomi per i fianchi e lasciandomi un bacio sulle labbra.
"Ciao amore" sorrido, aggrappandomi con le braccia al suo collo.
Dopo tutti questi anni, è sempre lo stesso. Sento il corpo riempirsi di luce quando mi guarda, mi sento di morire quando mi tocca, e sono in paradiso quando sono con lui.
"In realtà..." ci stacchiamo quando Ly fa il suo ingresso sulle scale, di nuovo "In realtà volevo dirti che odio quando mi fai allenare il doppio del tempo, facendomi svolgere esercizi per otto uomini insieme, datti una calmata papà perchè davvero potrei richiedere al preside della scuola il trasferimento al club del libro e abbandonare il basket" esclama, restando fermo sulla sua decisione, con fare autorevole e deciso.
Beh, finalmente.
"Va bene!" esclama divertito Dylan, e nostro figlio lo guarda allibito.
"Va...va bene?" ripete confuso.
"Va bene" ripete Dylan e io scoppio a ridere.
"Va bene..." mormora lentamente Ly stranito "Però, è stato semplice" sospira di sollievo, per poi tornare al piano di sopra.
A catturare la nostra attenzione è una piccola manina che mi tira per le gambe, mentre con l'altra si strofina gli occhietti stanchi.
"Mamma, fame" mormora pigramente, mentre lo prendo in braccio, spostandogli i capelli dietro la testolina, e accarezzandogli i piedini freddi.
"Ti va di mangiare un bel brodo?" gli domando e lui fa una smorfia "Lo so amore che è brutto, ma sai che fa bene per i tuoi dolori al pancino" gli accarezzo la zona dolorante, e lui mi mostra i suoi grandi occhi azzurri.
"Cam, se mangi tutto il brodo dopo ti porto a mangiare le ciambelle" esclama Ly, scendendo di corsa con il borsone sulle spalle.
"Ma sei scemo?" lo guardo male "tuo fratello ha il mal di pancia da una settimana e tuoi vuoi portarlo a mangiare ciambelle?"
"La cioccolata fa bene" annuisce lui, convinto delle sue parole.
"Papà, ciambelle" sorride Cameron verso Dylan, e so già che è una battaglia persa.
Per quando inverosimile possa essere, il genitore cattivo sono proprio io, mentre Dylan non sa proprio dire di no ai suoi figli.
"Ok amore, allora dopo andiamo tutti a mangiare ciambelle" annuisce, lasciandogli un bacio sulla fronte.
"Jennifer, dai alzati stai uccidendo il mio telefono" borbotta Ly, facendo alzare la piccola che si era addormentata sul cellulare del fratello, sepolto sul divano.
La bimba inizia a piangere per il modo poco carino con la quale quel deficiente l'ha svegliata, così Dylan la prende in braccio per dondolarla mentre, sorridendole, le bacia la guancia.
"Ly, se non esci subito da questa casa ti caccio a calci" lo minaccio, facendo ridere Cameron fra le mie braccia.
"A che ora ci aspettano Cody e gli altri?" domanda Dylan, raggiungendomi in cucina.
"Alle 9 da Coco's" annuisce alle mei parole, mentre addenta una mela, non smettendo di cullare la piccola.
"Ci vediamo dopo gli allenamenti" lascia la piccola seduta sul bordo del tavolo al mio fianco, per poi afferrare Ly per il cappuccio e trascinarlo via.
"Ly è stronzo" esclama Jennifer imbronciandosi, mentre l'aiuto a sedersi sulla sedia.
"Jen, chi ti ha insegnato una parola del genere?" domando, ammonendola subito.
"Zio Andrew" si giustifica lei.
Promemoria del giorno: seppellire Andrew, vivo.
Guardo Jennifer e Cameron giocare sul tavolo con i colori e i loro quaderni, e sorrido mentre ripenso a quanto sono belli.
Dopo averci provato fino allo sfinimento, abbiamo adottato Jennifer poco più di quattro anni fa, quando mio padre ci ha chiamati dicendo che in ospedale era arrivata una bambina per degli accertamenti, che sarebbe finita presto in orfanotrofio dopo la morte della madre biologica. Mio padre l'aveva detto così, per caso, poi però è stato il caso più bello della nostra vita.
Quando abbiamo adottato Jennifer, ero già incinta di Cameron, solo che ancora non lo sapevo.
Così ora mi ritrovo a guardare la piccola bimba dalle guance paffute, i lunghi capelli caramello ricci, un paio di occhi ambra e un sorriso capace di far sciogliere il sole. Cameron invece è la fotocopia di sua madre, dai capelli castani e gli occhi blu, le lentiggini sul viso e l'aria di un bambino che quando crescerà sarà identico al suo papà.
Vengo distratta dal suono del cellulare e apro il messaggio di mia madre, che mi ricorda del memoriale di mio nonno, dopo quattro anni dalla sua scomparsa, che si terrà tra una settimana.
Confermo la partecipazione mia e della mia famiglia e mi ricordo di chiamarla più tardi.
Quando mio nonno ci ha lasciati, ha lasciato anche il suo hotel a tutti e tre i nipoti. Così anche se a distanza, ce ne prendiamo cura insieme, e gli affari vanno alla grande, soprattutto quando al comando c'è Mose. Lui e Daisy si sono sposati subito dopo me e Dylan, dopo che il ragazzo glielo ha richiesto per la seconda volta, questa volta con esito positivo. Mentre Daisy dirige il suo blog a distanza, lavora presso un'agenzia di giornalismo sportivo molto in voga a New York. La sua carriera è decollata da quando ha aperto il suo blog, otto anni fa, quando lavorava da casa perché era incinta di Charlotte e Dannis.
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In This Life
RomanceLa cosa più brutta è guardare con occhi diversi qualcuno. Che prima era speciale e poi diventa come tutti gli altri •Sequel di : "In Another Life"• ***** IN REVISIONE ⚠️✍️.
