-Atto XXI-

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"Vox Populi, Vox Dei."

...

Gennaio 2005,

I giorni iniziarono a susseguirsi come un conto alla rovescia troppo veloce persino da seguire. La neve e il freddo s'intensificarono sempre di più, e i vicoli di Londra s'infoltirono di una neve talmente alta e insistente che venne difficile da eliminare anche per gli inservienti urbani. Qui la spalavano, e qui si ricreavano montagne sulla strada.

Dopo Natale Malfoy ed Hermione non dormirono più insieme, non parlarono di quella sera. Eppure lei non riuscì a non pensarci, non riuscì a non pensare alle emozioni che aveva provato, al suo nome che aveva urlato senza paura.

Tuttavia, iniziarono a condividere piccoli momenti quotidiani che superavano il limite del sonno o di un giaciglio. La mattina si alzavano quasi contemporaneamente e, prima di fare colazione, si chiedevano come avevano passato la nottata; se avessero dormito, e, se l'avevano fatto, si chiedevano se avessero fatto altri incubi.

Iniziarono ad abbattere quei muri di freddezza dati dalle regole di Hermione, e nella casa aleggiò quel torpore di benessere che tra due coinquilini dovrebbe esserci.

Chiacchieravano di cose che andavano anche oltre gli indizi e le faccende lavorative, si sciolsero entrambi dalle solite formalità. Iniziarono a lavarsi i denti insieme, a pettinarsi insieme, dimezzando i turni del bagno alle uniche faccende più intime. Quando lei cucinava Malfoy le stava accanto, senza magia lavavano i piatti assieme, e a sera, prima di andare a letto, con una bella tazza di camomilla addolcivano le paure notturne con qualche lettura.

Hermione iniziò a sentirsi meno sola, iniziò ad abituarsi a quei piccoli momenti della giornata quotidiani, iniziò a domandarsi perché non si fosse aperta prima con lui, e a preoccuparsi di una possibile fine di quei giorni tanto preziosi e genuini.

Cominciò a rendersi conto di quelle piccole cose di lui che non aveva mai notato, quei piccoli particolari a cui iniziò ad attaccarsi e a non poter ignorare più.

Malfoy quando rideva abbassava il capo e il suo viso veniva coperto dai ciuffi, aveva una risata bassa e temprata. Era ordinato. Si guardava poco allo specchio. Indossava le scarpe anche quando non doveva uscire, odiava rimanere con il pigiama e si vestiva quasi subito. Aveva il sonno leggero, non si riempiva mai e mangiava quel poco per sostenersi. Era così ordinato che a cena separava i contorni dal secondo, e lei non poté che pensare al DOC. Preferiva il dolce, e quando seppe che nel caffè si poteva mettere lo zucchero iniziò a riempirsi la tazza di due cucchiaini da tè. Quando pensava o osservava si passava le dita sulle labbra, e le pieghe del suo viso si evidenziavano. Preferiva ascoltare piuttosto che parlare.

Hermione nelle letture serali cercava di far leggere sempre lui, aveva una voce calma e profonda, le parole gli scivolavano tra le labbra quasi in un sussurro. Le piaceva quando le sue dita sfioravano con lentezza l'orlo della pagina prima di terminarla e voltarla, le piaceva quel suo modo felpato e silenzioso di fare qualsiasi cosa, le piaceva quando i suoi occhi si spostavano su di lei. Le piaceva così tanto che distoglieva lo sguardo e infilava la testa nella tazza piena di camomilla.

Quando si spazzolavano i denti le loro spalle si sfioravano, quando sciacquavano i piatti le loro mani, di tanto in tanto, si incontravano nell'acqua piena di sapone. Una volta gli gettò uno spruzzo d'acqua in faccia a tradimento, lui la guardò solo per un attimo smarrito, poi chissà come si ritrovò anche lei piena di sapone sul naso. Iniziarono a correre per tutta la casa, e, a malincuore, Hermione scoprì anche che aveva una velocità disarmante.

Non ebbe più paura di toccarlo, o di guardarlo, o di ridere e parlare con lui. Imparò a conoscere e godere di quel suo senso dell'umorismo sprezzante e mirato. Perché le piaceva quel clima, le piaceva ricominciare da capo. Le piaceva farlo stare bene.

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