Prologo

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Celeste Basilica, 1801

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Celeste Basilica, 1801



Era notte inoltrata a Monte Sant'Angelo, il silenzio regnava sovrano nella piccola cittadina arroccata sulla montagna, avvolta da un cielo privo di nuvole e illuminato da una miriade di stelle. Quella pace notturna non faceva che sottolineare la santità del luogo in cui sorgeva il santuario per eccellenza, dedicato al culto di San Michele Arcangelo.

Tutto era immobile, tutto era addormentato; sembrava un luogo congelato nel tempo e nello spazio. Eppure, nel silenzio generale, si avvertì un lieve fruscio di ali.

Sul lastricato di marmo, dinanzi alla Basilica del Santo, comparve una figura ammantata, inginocchiata e con la mano destra poggiata dinanzi a sé, come a voler rendere omaggio alla statua dell'Arcangelo Michele che dominava la facciata dell'edificio sacro. La testa, occultata dal mantello nero, si sollevò ad ammirare l'architettura. Nel compiere quel gesto, il cappuccio venne gettato all'indietro, lungo la schiena ricurva, svelando una chioma castana, lunga fino alle spalle e arruffata.

Se non fosse per la sporcizia che gli anneriva il volto, per una ferita fresca che gli apriva un solco sulla guancia sinistra e per il sangue rappreso sullo zigomo, si sarebbe potuto affermare con certezza che il volto dell'uomo era pari per bellezza a quello del Santo. E i due si osservavano, infatti. La statua di pietra aveva lo sguardo fisso, imperturbabile, ma soprattutto severamente trionfante, col piede che sovrastava una figura maligna e la spada alzata, pronta a giudicarlo. Dal basso, la misteriosa figura sorresse lo sguardo dell'Arcangelo per diverso tempo, senza alcun timore di subire lo stesso giudizio per quell'affronto.

"Dove si spalanca la roccia, lì saranno perdonati i peccati degli uomini." recitò, con voce bassa e profonda, la scritta in latino che sovrastava l'arco di accesso alla Basilica, sotto cui si intravedevano due possenti porte rivestite di bronzo.

"Sono qui per questo." Aggiunse, dopo un momento di riflessione, e nel farlo si sollevò.

Una smorfia di dolore gli piegò le labbra carnose mentre la mano destra correva a tenersi il braccio opposto, la cui ferita era visibile attraverso uno squarcio tra le vesti. L'uomo sembrò titubare ma qualcosa internamente lo smosse e lo convinse ad avanzare, con improvvisa sicurezza, verso una delle porte che sapeva essere aperta. In fin dei conti, stavano aspettando proprio il suo arrivo.

Scese le scale con aria circospetta, cercando di non far trasparire il dolore che ogni scalino gli causava per le innumerevoli piccole ferite che aveva sul corpo. Ma non soffrì a lungo. Dinanzi a lui comparve la grotta del Santo. L'intero ambiente era ricavato nella roccia, e il riflesso delle fiammelle agitate delle candele, disseminate lungo le pareti, rendeva il luogo ancora più sacro e suggestivo. Sul fondo della grotta troneggiava la statua dell'Arcangelo, riempiendo interamente lo spazio fino al soffitto. Il Santo vestiva l'armatura romana e teneva la spada sguainata verso l'alto. Alle sue spalle, le enormi ali erano spiegate e l'artista aveva dedicato grande cura nel dettagliare ogni singola piuma. Lo sguardo della statua era severo e implacabile, e i capelli apparivano smossi come dal vento, sebbene tutto fosse immobile lì sotto.

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