FANTASY ROMANCE - LIBRO I COMPLETO (IN COSTANTE REVISIONE!)
Napoli, 1821.
Nel ventre della città, sotto la superficie, si nasconde un'Accademia che forma streghe e guerrieri da sempre impegnati nella faida contro i seguaci del culto micaelico.
Azari...
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Ero convinta che un bagno caldo potesse aiutarmi a distendere il corpo e la mente, provati, dopo quella giornata piena di rivelazioni. Mi ero sbagliata.
Non appena mi ero immersa nella vasca, come una valanga, si erano riversate su di me tutte le emozioni che avevo cercato di arginare e contenere nell'arco dell'intera serata. Non era stato facile assimilare quella nuova rivelazione su me stessa e nuove paure erano sorte dentro di me. Ora che stavo iniziando a sentirmi a mio agio nell'Accademia e a vivere la responsabilità di essere una janara con meno senso di colpa, tutto tornava a mescolarsi e a crollarmi addosso.
Avevo pianto a lungo all'interno dell'acqua calda, la cui temperatura era salita gradualmente in concomitanza con il potere che stavo rilasciando senza rendermene conto. Per fortuna ero sola e non avrei potuto ferire nessuno se non me stessa. Ed era quello che stavo facendo, a furia di rivivere ogni singolo dettaglio dell'incontro con Sibilla e delle parole che ci eravamo dette.
Soteira. Così mi aveva chiamata. Nessuno si era preoccupato di spiegarmi il significato di quel termine, né tantomeno cosa comportasse l'essere un canale delle tre divinità. Più guardavo il mio corpo e più lo sentivo come un guscio, un contenitore, che forse non mi apparteneva più, forse non mi era mai appartenuto. Ero nata solo come un mero oggetto al servizio degli Dei e lo avevo capito nel momento stesso in cui Sibilla mi aveva trattata come tale.
Quando oramai rischiavo di far evaporare tutta l'acqua della vasca, mi decisi a lasciarla. Avrei dovuto celebrare il ritorno del mio potere in modo decisamente diverso che piangere nel bagno delle ragazze, ma questo era l'unico luogo dove ero riuscita a ritagliarmi un piccolo momento interamente mio.
Stanca e frastornata dal pianto, mi ero infilata la camicia da notte e, stringendo gli asciugamani contro il petto, ero tornata verso la porta della mia stanza. Per fortuna, il corridoio e il disimpegno quadrato, su cui affacciavano le camere, erano vuoti. Nessuno poteva vedermi con gli occhi gonfi e arrossati dal pianto.
Aprii lentamente la porta della mia stanza e, con sorpresa, la trovai tutta illuminata. I bracci con le candele, appesi alle pareti, erano accesi e capii il perché un attimo dopo. Un paio di stivali in pelle, incrociati tra loro, erano sgarbatamente appoggiati sulla pediera in legno del mio letto mentre il resto del corpo ne occupava il materasso, sgualcendomi le coperte che avevo sistemato con tanta cura prima di uscire.
Il viso del longobardo era celato dal libro che teneva aperto e sosteneva con una mano, l'altro braccio era ripiegato sotto la testa per tenerla in una posizione rialzata. Non avevo bisogno di vederlo per capire che era il Lupo a essersi di nuovo intrufolato nella mia stanza.
"Arechi, ti prego, sono stanca." Borbottai, entrando nella mia camera e chiudendo bruscamente la porta alle mie spalle. "Non ho voglia né di parlare né di battibeccare con te."
Il tonfo sordo del libro che si chiudeva di colpo mi fece voltare a guardarlo e subito i nostri occhi si incrociarono. Il Lupo era sempre bravo a mascherare le sue emozioni sotto quell'espressione impassibile e arrogante. Mi mostrò uno dei suoi mezzi sorrisi prima di tirarsi seduto sul letto, senza perdermi di vista per un solo istante.