EVELYN
Mi risvegliai in una stanza che non avevo mai visto, diversa da quella in cui avevo trascorso il ricovero. Nessun colore, se non il bianco uniforme delle pareti e il grigio del pavimento in vinile. Nessun armadio, né comodino. Solo un letto, quello su cui ero seduta, fissato al pavimento. La luce fredda filtrava da plafoniere sigillate al soffitto, liscio e anonimo. La porta rinforzata aveva in alto al centro una piccola finestra in plexiglass.
Lo spazio ridotto mi fece sentire in trappola e un accenno di panico mi smorzò il respiro.
Mi alzai di fretta, forse troppo, tanto da sentire la testa girare. Quando ebbi ritrovato l'equilibrio, camminai a piedi nudi fino alla porta e mi alzai sulle punte per sbirciare al di là del rettangolo trasparente.
Dove sono finita?
Non vidi niente, se non un'altra porta con la solita finestra. Sbattei un pugno sul materiale rigido e iniziai a urlare a pieni polmoni, sperando ci fosse qualcuno in quel corridoio di cui non potevo scorgere l'inizio né la fine. Le mie urla trovarono risposta in quel silenzio agghiacciante: ero sola.
L'ennesimo pugno mi provocò una fitta alla mano sinistra. Serrai le labbra in una smorfia di dolore e abbassai gli occhi sulla fasciatura sporca di sangue.
L'infermeria.
Credevo di aver sognato tutto: dall'iniziale discussione con Grace a causa della mia richiesta di essere dimessa, alla voce di mio padre che mi aveva pregato di fermarmi. La mia mente era volata a Portland, ma il mio corpo... il mio corpo era rimasto per tutto quel tempo alla Bucolic Clinic.
Un rumore, simile a un ronzio, mi fece volgere lo sguardo bagnato dalle lacrime in alto alla mia destra. Fu allora che vidi una videocamera e un'altra domanda si aggiunse a quella lista infinita di punti interrogativi che mi stavano mandando fuori di testa: qualcuno mi stava osservando? com'ero finita lì dentro? come avevo fatto ad arrivare all'armadietto dei medicinali senza rendermene conto?
Non avevo mai sofferto di sonnambulismo, né avevo mai avuto attacchi del genere o sentito il mio corpo obbedire a quell'impulso, a quella voce che continuava a dirmi di non fermarmi.
Stavo per riprovarci.
Ma io stavo bene, non lo avrei mai fatto. Io volevo solo uscire di lì e stare con mio padre. Volevo solo trascorrere le mie giornate con Aiden e...
Il cuore perse un battito al pensiero che lui fosse stato messo al corrente di ciò che era successo. Non sapevo per quanto avessi dormito, né da quanto mi trovassi in quella stanza. Avevo smarrito la percezione del tempo e dello spazio, e con essa la certezza di essere ancora me stessa.
Con le poche energie che mi rimanevano nel corpo,
tornai a spezzare il silenzio con la mia voce. Continuai a gridare per un tempo che mi parve infinito, ma proprio quando stavo per arrendermi e tornare a letto, sentii dei passi provenire dal corridoio.
Tornai a vedere oltre quella finestra e finalmente ebbi la certezza di non essere più sola.
«Evelyn, per favore, vai a sederti sul letto così posso entrare.»
Io e Harris restammo a guardarci per qualche secondo, poi mi mostrò un mazzo di chiavi e attese che mi allontanassi. Tentennai, non riconoscendo lo sguardo dell'uomo con cui avevo parlato durante quei due mesi. Era freddo, più distaccato.
Continuammo a studiarci, finché non decisi di indietreggiare, sempre con lo sguardo puntato alla porta. Lentamente mi sedetti e posai entrambe le mani sulle ginocchia, stringendole successivamente nel vano tentativo di nascondergli la mia agitazione.
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Feelings Hunt
RomanceA Portland, in una sera di fine maggio, Evelyn raggiunge il limite. È ancora troppo giovane, eppure dentro di sé custodisce un buio che non dovrebbe appartenerle. In preda alla disperazione, tenta il suicidio nel silenzio della sua cameretta. Il ges...
