Evelyn
Tornare all'All Bar One in moto, fradicia dalla testa ai piedi, non era stata proprio una trovata geniale.
«Ecco cosa succede quando ti fidi di un pazzo criminale», ironizzò Grace, dopo avermi sentita starnutire per la decima volta da quando ci eravamo svegliate.
Quando uscì dal bagno, la stanza si riempì di un odore stucchevole di zucchero filato. Arricciai il naso, infastidita.
«Credo di avere la febbre», ammisi, scrollando le spalle e legandomi in vita la felpa di Aiden che ormai consideravo mia, visto che non gliel'avevo mai restituita dal giorno del mio compleanno e lui non me l'aveva mai richiesta indietro.
«Ancora devo capire come avete fatto a intrufolarvi a Kew Gardens», riprese Grace, seguendo i miei movimenti rallentati.
Le avevo raccontato tutto. O meglio... quasi tutto: di come mi avesse sorpresa a Richmond, del viaggio in moto e della sua follia che mi aveva portata a scavalcare quel cancello.
Quello che era successo tra me e Aiden dentro la Temperate House, però, era rimasto nascosto in un angolino del mio cuore. Anche se, dalle frecciatine che mi aveva lanciato dopo, avevo capito che forse ci era arrivata lo stesso.
«Avresti dovuto vedere la faccia di mia zia. Se ci ripenso, mi viene da ridere.» Un capogiro mi costrinse ad appoggiarmi al materasso.
Grace, preoccupata, si avvicinò e mi posò una mano sulla schiena.
«Sul serio, dovresti andare in infermeria, Evelyn.»
«È solo una frescata, non ti preoccupare.» Le rivolsi un sorriso rassicurante e mi affrettai a sistemarmi per scendere al piano inferiore.
Quella mattina, in mensa, rimasi in silenzio mentre Grace e Jack parlavano ininterrottamente. Mi aggrappai al mio malessere fisico per non rivelare l'altro motivo che si celava dietro il mio umore grigio.
Avevo deciso di richiedere le dimissioni e non avevo ancora avuto il coraggio di parlarne con la mia compagna di stanza. Ci avevo riflettuto a lungo, ma nonostante i sensi di colpa, sapevo che la mia mente si stava sempre di più allontanando dal luogo in cui mi trovavo. La clinica era tornata a sembrarmi una prigione. La mia mente era fissa su mio padre e il mio corpo... il mio corpo reclamava la vicinanza di Aiden.
«Evelyn, vieni con noi?»
Sbattei le palpebre un paio di volte, interrompendo il flusso dei miei pensieri. Grace e Jack erano in piedi, in attesa di una mia risposta. Abbassai lo sguardo sul mio vassoio e sulla colazione che non avevo nemmeno sfiorato, poi mi alzai, mascherando i miei tormenti interiori con l'ennesimo sorriso forzato. Li seguii nella stanza di arte terapia e mi sedetti al nostro solito posto, aspettando le dieci per la seduta con Harris.
Come potevo aprire l'argomento? Dovevo dirgli subito che avevo deciso di andarmene? O forse era meglio aspettare la fine dell'ora?
Sperai che, nel frattempo, il meteo decidesse di darci una tregua, così da poter andare alla serra una volta conclusa quella conversazione che, lo sapevo, mi avrebbe messa a dura prova.
Togliti il pensiero, Evelyn.
Le mani mi tremavano mentre percorrevo il corridoio diretta allo studio di Harris. Bussai alla porta e attesi qualche secondo prima che lo psichiatra venisse ad aprirmi.
«Buongiorno. Vieni, accomodati.»
Con la testa bassa e il corpo pesante, mi trascinai fino alla poltrona e attesi che lo psichiatra facesse lo stesso. Quando incrociò il mio sguardo, l'espressione serena che aveva sul volto si adombrò.
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Feelings Hunt
RomanceA Portland, in una sera di fine maggio, Evelyn raggiunge il limite. È ancora troppo giovane, eppure dentro di sé custodisce un buio che non dovrebbe appartenerle. In preda alla disperazione, tenta il suicidio nel silenzio della sua cameretta. Il ges...
