Aiden
La mia vita era sempre stata una corsa dietro alle dipendenze: fumo, alcol, sesso e droghe. Annientare il raziocinio, sentirsi leggeri, potenti, inarrestabili. Cercavo quelle sensazioni in qualcosa che sapevo avrebbe potuto distruggermi. Eppure, quasi ogni sera mi ritrovavo a spuntare quella lista di vizi capaci di farmi sentire meno me stesso.
Sapevo dove andare per ubriacarmi così tanto da vedere la stanza girare. Avrei potuto riconoscere il volto del mio spacciatore in mezzo a centinaia di persone. E sapevo che in un modo o nell'altro sarei finito su un letto sconosciuto, a lasciarmi inebriare dalle curve di un corpo nudo, che molto probabilmente non avrei mai più toccato.
Sapevo dove cercare la pace. Ma ora, a quella lista macchiata di tossicità, si era aggiunta una nuova dipendenza. Una dose forse più letale di tutte le altre, qualcosa di raro, di puro. Qualcosa che non potevo avere ogni giorno.
I sentimenti rischiano di farti impazzire. E io mi sentivo uno stronzo in crisi d'astinenza mentre percorrevo le strade verso Greenwich.
Avrei voluto irrompere di nuovo nella sua stanza, rapirla e portarla in un angolo nascosto del giardino. Farle capire che, per quanto l'idea di averla mi avesse tolto il sonno e la ragione, mi sarebbe bastato assaporare ancora una volta le sue labbra per cadere sbronzo ai suoi piedi.
Riggs aveva ragione. Non ero più me stesso: sembravo un idiota alle prese con le sue prime cotte.
Presi un bel respiro e una volta parcheggiato nel vialetto della casa di Glenda, riposi il casco sotto il sellino prima di suonare il campanello.
Erano da poco passate le dodici quando varcai di nuovo quella soglia. Mi sedetti attorno al tavolo della cucina.
«Allora, com'è andata?» domandai, riferendomi al viaggio che l'aveva riportata a casa solo due ore prima.
Glenda riempì due tazzine di caffè bollente, poi si sedette di fronte a me e si passò entrambe le mani sugli occhi. Non sapevo da quanto non dormisse, ma era evidente che stava lottando contro la stanchezza. Tuttavia, sapevo che avrebbe rimandato quel momento almeno di una decina di ore, dopo l'incontro con Aroon in prigione.
«Ho parlato con gli agenti e ho fatto richiesta per ricontrollare i file che hanno trovato su uno dei suoi computer», disse, prendendo un sorso di caffè. «Ma ci vorrà del tempo.»
Abbassò lo sguardo. Dal tono della sua voce, meno risoluto del solito, capii che c'era qualcosa che non andava.
«Credi che qualcuno abbia messo quei documenti nel suo computer apposta per incastrarlo?»
Era sempre stata la nostra ipotesi, eppure quel giorno Glenda sembrava combattere contro la stessa convinzione che l'aveva portata a prendere un aereo per Portland.
Si abbandonò allo schienale, incrociò le braccia e sospirò.
«Aroon mi ha mentito», ammise, scuotendo la testa affranta.
Aggrottai la fronte, confuso.
«Sono stata alla sede del Washington Post e ho parlato con il suo titolare. Mi ha riferito che, durante quel viaggio, Aroon non era da solo. Era con un collega.»
Rimasi in silenzio, lasciandole lo spazio per continuare.
«Ho contattato l'uomo che ha alloggiato nello stesso hotel di Aroon in Colombia. Era in ferie, quindi sono riuscita a parlarci solo al telefono. Mi ha detto che, quella sera...» Si morse il labbro inferiore, come per trattenere la tensione. «La sera della presunta violenza sessuale, Aroon non era in hotel con lui.»
STAI LEGGENDO
Feelings Hunt
RomanceA Portland, in una sera di fine maggio, Evelyn raggiunge il limite. È ancora troppo giovane, eppure dentro di sé custodisce un buio che non dovrebbe appartenerle. In preda alla disperazione, tenta il suicidio nel silenzio della sua cameretta. Il ges...
