AIDEN
«Oliver, cosa hai fatto?»
Non capivo chi stesse parlando: sentivo solo un formicolio diffuso lungo tutto il corpo. Le voci mi arrivarono distorte, lontane, come se ci fosse un muro tra me e quelle persone.
Lentamente aprii gli occhi, ancora pesanti e terribilmente secchi, e provai a mettere a fuoco ciò che mi circondava. Tentai di muovere una gamba, ma invano. Solo allora, abbassando lo sguardo, mi resi conto di essere legato a una sedia. Non potevo spostarmi: gambe e polsi erano stati immobilizzati da corde troppo strette per lasciarmi compiere il minimo gesto.
Ma che cazzo...
La stanza era quasi vuota. Le pareti di metallo attutivano ogni rumore proveniente dall'esterno. Davanti a me, soltanto una porta; alla mia sinistra, un tavolo con due schermi, una tastiera e un vecchio microfono con il pulsante da premere per parlare.
Il rumore di una chiave che girava nella serratura mi fece serrare gli occhi. Finsi di essere ancora sotto l'effetto di qualunque cosa mi avesse iniettato quello psicopatico. I pugni che avevo immaginato di tirargli quando mi aveva sorpreso nell'ufficio di Harris erano nulla in confronto a ciò che avrei fatto una volta liberato.
«Ti avevo detto che non potevamo fidarci di lui.» Una voce femminile, adulta, che non avevo mai udito prima.
«Cosa avrei dovuto fare, eh? Era nel suo ufficio e stava parlando al telefono con la madre di quella ex paziente. L'ho sentita urlargli di andarsene. Ha scoperto qualcosa.»
Oliver. Ordinai a me stesso di mantenere la calma.
«Cosa avresti dovuto fare? Chiamare noi, per esempio!»
«Adesso basta!» Harris interruppe il diverbio, e per un istante calò il silenzio.
«Victor, ricordati chi comanda qui dentro.» La sconosciuta abbassò il tono, ma non per timore: trasudava autorità.
«Dovevi avvertirci e non fare di testa tua.» La voce pacata di Harris si aggiunse alle altre, tese come corde di violino. «Rimango io con lui. Oliver, fai quello che ti ho detto e avvertimi quando è tutto pronto.»
Non riuscii a capire cosa stesse accadendo, poi sentii dei passi allontanarsi.
La fronte era madida di sudore, i muscoli non accennavano a rilassarsi. Il respiro, per quanto cercassi di controllarlo, aveva ormai preso una corsa tutta sua.
«So che sei sveglio.»
Aprii gli occhi di scatto e provai a divincolarmi per raggiungere lo stronzo, adesso seduto di fronte a me.
«La sedia è fissata al pavimento e le corde sono abbastanza strette da impedirti di scioglierle», commentò, a pochi metri di distanza.
«Prega che non riesca a liberarmi, perché stavolta ti faccio fuori, brutto figlio di puttana!» ringhiai. Tentai ancora, e ancora, di ribellarmi, ma ciò che rimase fu solo il mio corpo ansimante e due occhi sgranati, iniettati di sangue.
«Vedo che abbiamo ancora molto su cui lavorare. Non riesci a controllare le tue emozioni.» Solo allora notai il taccuino che stringeva tra le mani.
«Credi davvero che mi farò psicanalizzare ancora da te?» sputai, interdetto, continuando a muovermi nervosamente.
«Credi di averlo fatto? Di esserti mai fatto psicanalizzare davvero?» ribatté. Il sorriso sornione che gli si stampò sul volto non fece che alimentare la mia furia.
«Hai intenzione di tenermi legato a questa sedia per sempre?» domandai, senza distogliere lo sguardo.
Si passò una mano tra i capelli, quasi parlando a se stesso. «Se non fossi stato così stupido da intrufolarti nel mio ufficio...»
STAI LEGGENDO
Feelings Hunt
RomanceA Portland, in una sera di fine maggio, Evelyn raggiunge il limite. È ancora troppo giovane, eppure dentro di sé custodisce un buio che non dovrebbe appartenerle. In preda alla disperazione, tenta il suicidio nel silenzio della sua cameretta. Il ges...
