EVELYN
Non dormivo bene da due notti. Continuavo a rigirarmi nel letto, lottando contro le lenzuola. Uno sguardo al soffitto, uno fuori dalla finestra, uno verso la porta della nostra camera: quella stessa porta dove avevo visto Aiden entrare quasi quarantotto ore prima.
Ogni volta che chiudevo gli occhi rivedevo quella ragazza albina con il vestito macchiato di sangue. Sentivo ancora le urla che avevo dovuto soffocare per non farci scoprire.
Farci scoprire.
E così, nei miei pensieri, compariva anche lui. Ancora una volta.
Dove diavolo sei finito?
Nei corridoi della clinica si respirava ancora un'aria pesante. Per quanto Harris e lo staff medico avessero cercato di tenere nascosta la fuga di Allison, le voci cominciarono a disperdersi tra le mura della Bucolic e alcuni pazienti furono colti da un vero e proprio momento di panico.
Proprio per questo, quella mattina, ci ritrovammo tutti nella stanza dove si svolgevano regolarmente le terapie di gruppo.
Le sedie erano disposte in cerchio. Ognuno poteva vedere il volto degli altri e coglierne le emozioni più contrastanti.
La psicologa Smith iniziò quell'incontro rassicurandoci sulle condizioni della nostra compagna: stava bene ed era al sicuro, così aveva detto.
E allora una domanda prese ad aleggiare nella stanza.
«Questo significa che qui non era al sicuro? Nessuno di noi lo è?»
Panico, ansia, l'incapacità di gestire le emozioni e momenti di stress. Tutti si voltarono verso la ragazza, che aveva pronunciato quelle parole.
«La fuga della vostra compagna è stata una risposta a una sofferenza molto intensa che stava vivendo, ma questo non significa che qui non siate al sicuro, anzi.» La sua voce calma e pacata era capace di ipnotizzarti. «In questa clinica ci impegniamo ogni giorno per garantire la sicurezza dei pazienti e situazioni come questa vengono prese molto seriamente. Capisco molto bene la vostra preoccupazione, ma noi siamo qui per ascoltarvi e aiutarvi a sentirvi protetti, anche dal punto di vista emotivo.» Prese una breve pausa e accavallò una gamba, poi si voltò verso la giovane. «Ti va di raccontarmi cosa ti fa sentire incisura? Così possiamo affrontarlo insieme, passo dopo passo», concluse, sorridendole con dolcezza.
Così, per tutta l'ora successiva, la stanza si riempì di voci che si alternavano in una sequenza disordinata. Tutti sembravano voler liberarsi delle emozioni difficili che avevano dentro. Tutti, tranne me.
Non riuscivo a seguire i loro discorsi, né a interiorizzare le tecniche per gestire la paura che la psicologa spiegava con tanta cura e attenzione. La mia mente era altrove e le mie risposte suonavano spente e sconnesse.
Più volte, durante quella mattina, avevo incrociato lo sguardo della donna. Avevo provato a mascherare la stanchezza e il groviglio di pensieri che in quel momento affollavano la mia testa. Lei non disse nulla, si limitò a sorridermi, come a volermi dire: "Va tutto bene".
E se una parte di me pensò di essere uscita indenne da quell'incontro, l'altra venne investita da una verità che mi raggiunse dopo pranzo, quando al termine del solito riposo, scoprii che Harris voleva vedermi.
Non avevo nessuna seduta fissata per quel giorno. Eppure, alle quattro del pomeriggio, mi ritrovai a varcare il suo studio.
Mi affrettai a raggiungere quell'angolino della stanza, illuminato dai tiepidi raggi del sole, che per un istante erano riusciti a farsi largo tra le numerose nuvole nel cielo.
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Feelings Hunt
RomanceA Portland, in una sera di fine maggio, Evelyn raggiunge il limite. È ancora troppo giovane, eppure dentro di sé custodisce un buio che non dovrebbe appartenerle. In preda alla disperazione, tenta il suicidio nel silenzio della sua cameretta. Il ges...
