AIDEN
Glenda mi aveva chiesto di raggiungerla a Deptford, in un bar distante una quindicina di minuti da casa sua. Dopo il ritrovamento della mia moto distrutta nel suo vialetto, aveva deciso di porre più attenzione nei nostri incontri. Non si sentiva più sicura, e come potevo darle torto?
Chiunque ci avesse inseguito dalla prigione e rubato il farmaco all'interno della sella, adesso aveva la certezza del legame che si era creato tra me e lei nell'ultimo mese.
Il nome di Aroon, così come quello della madre di Sophie, continuavano a primeggiare in mezzo agli articoli delle grandi testate giornalistiche. Con il passare delle settimane l'opinione pubblica si era placata, ma l'Inghilterra non sembrava intenzionata a smettere di parlare di quello che si presagiva essere uno dei più importanti processi degli ultimi dieci anni.
Erano passate da poco le sei di sera quando mi ritrovai a parcheggiare di fronte al luogo prefissato: un piccolo locale, quasi completamente vuoto. Uno di quelli che sicuramente avrebbe chiuso nel giro di qualche anno, a causa dei debiti e della poca affluenza dei clienti.
Entrai e mi guardai attorno. La individuai subito, seduta a un tavolo, nell'angolo più appartato del bar.
«Aiden, ho ordinato un caffè, vuoi qualcosa?»
«Sono a posto, grazie.» Le rivolsi un sorriso appena accennato e mi sedetti di fronte a lei. «Stai bene?» chiesi, aggrottando la fronte.
Quel giorno nei suoi occhi non lessi solo la stanchezza, ma anche una tristezza diversa dal solito, abbastanza forte da mettermi in allerta.
Le labbra si incurvarono rapidamente verso l'alto, poi tornarono a essere una linea sottile. Ringraziò la cameriera che le aveva appena portato il caffè e ne bevve un sorso. Il volto si contrasse in una smorfia per il calore della bevanda.
«Sì, sto bene», rispose, continuando a fissare il cucchiaino che stava facendo girare all'interno della tazzina.
«Glenda», la richiamai, non convinto della sua risposta.
Quando tornò a guardarmi, era sul punto di piangere. Avvertii il panico serrarmi la bocca dello stomaco, ma fortunatamente, prese a parlare un attimo dopo.
«Due giorni fa mi hanno chiamata dall'ospedale.» Si massaggiò la tempia. «Sophie ha avuto una crisi respiratoria.»
«C-cosa?» balbettai, pregando con tutto me stesso di aver capito male.
«Adesso è di nuovo stabile, ma ho temuto di perderla per sempre, Aiden...» Il nodo in gola la costrinse a fermarsi un momento.
Provai a mascherare il mio stato d'animo. Deglutii a fatica e appoggiai i gomiti sul tavolo.
«E come se non bastasse, il mio ex marito minaccia di portarmi in tribunale se non accetto la proposta dei medici.» Tirò su col naso.
«Loro vorrebbero...» Non riuscii a concludere la frase e scossi la testa, come a voler scacciare quel pensiero.
«Ci hanno spinti a considerare l'idea di staccare la spina. Cinque anni sono tanti e le probabilità di un suo risveglio sono bassissime, quasi inesistenti.» Tornò a fissare il caffè. «Forse ha ragione suo padre: sono solo un'egoista.»
Lo shock si mescolava alla voglia di andare a fare visita a quel grandissimo stronzo del padre di Sophie.
«Sei tutto tranne che egoista», provai a rassicurarla, senza riuscirci.
«Eppure, nell'ultimo mese, l'ho lasciata spesso da sola perché dovevo concentrarmi su Aroon. Le ho sempre dedicato ogni secondo delle mie giornate: era lei il motivo per cui mi alzavo la mattina. C'era solo lei.»
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Feelings Hunt
RomanceA Portland, in una sera di fine maggio, Evelyn raggiunge il limite. È ancora troppo giovane, eppure dentro di sé custodisce un buio che non dovrebbe appartenerle. In preda alla disperazione, tenta il suicidio nel silenzio della sua cameretta. Il ges...
