43. Where It Hurts to Care

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AIDEN

Avevo lasciato la moto al locale e avevo iniziato a camminare. Il mio corpo non sembrava reagire né alla distanza, né alla stanchezza che mi pesava sul collo, né alle macchine che, vedendomi barcollare lungo il marciapiede, si erano fermate per chiedermi se avessi bisogno di aiuto.

Ma io non avevo bisogno di aiuto: volevo solo andare da lei.

L'unica certezza che avevo era che Katherine non avesse ancora parlato con Harris, e che quindi non sapesse del pomeriggio che io e Evelyn avevamo passato insieme ai Kew Gardens.

Il ricordo del suo sorriso mi fece arrestare di colpo. Mi appoggiai con una mano a un muretto lungo la strada e provai a incamerare aria.

La testa smise di girare per un istante e, in quel breve momento, mi resi conto del motivo per cui avevo provato ad allontanare quell'emozione per tutta la vita.

Soffrire per qualcuno faceva un male cane. E io non sapevo gestire quel tipo di dolore.

Sbagliai strada per tre volte, due di proposito. Sapevo che la sbronza mi avrebbe fatto crollare e che, una volta arrivato in camera, l'alcol avrebbe avuto la meglio.

Mentre mi trascinavo a fatica lungo le scale, mi maledissi per la decisione presa qualche ora prima: volevo che l'alcol annientasse ogni mio pensiero, senza pensare al fatto che lo avrebbe fatto anche con il mio corpo.

La mattina seguente, i messaggi che trovai sul telefono da parte di Glenda mi diedero il colpo di grazia. Evelyn era stata ricoverata a forza e, come se non bastasse, Katherine era stata fin troppo chiara: si fidava dei medici, e non voleva più che interferissimo con il percorso di sua nipote.

«Aiden, ti prego, non commettere cose di cui potresti pentirti.» Ormai gliel'avevo sentito ripetere così tante volte nelle ultime dieci ore.

«Non posso farmi da parte.» Il tono duro che usavo di solito si incrinò sotto il peso di quelle emozioni che non mi avevano abbandonato neanche per un secondo dalla sera precedente. «Lo sai.»

Il silenzio che seguì fu devastante. Non sapeva come rispondermi, perché conosceva i miei sentimenti per Evelyn. Forse era stata la prima a intuirli, ancor prima che io stesso me ne rendessi conto. Provò soltanto a tranquillizzarmi, ricordandomi dell'appuntamento che avrei avuto l'indomani con Harris per la terapia, e che quel giorno avrebbe incontrato l'investigatore in un motel appena fuori città.

Attendere era diventata una condanna che non avevo scelto.

Riattaccai e con il corpo teso come una molla, scesi al piano inferiore per prepararmi un caffè.

Non mi aspettavo di trovare nessuno; invece, la prima cosa che notai fu mio padre seduto al tavolo, con le mani tra i capelli brizzolati.

Alzò lo sguardo appena mi sentì entrare. Aveva due profonde occhiaie, le labbra serrate in una linea sottile e un'espressione triste che lo rendeva ancora più inquietante.

«Perché non sei al lavoro?» Gli passai accanto e versai una quantità irresponsabile di caffè dentro una tazza da colazione.

Espirò sonoramente, poi si voltò di tre quarti per guardarmi in volto.

«Ti ho sentito rientrare ieri sera...» Si passò una mano sugli occhi, come a voler scacciare la stanchezza. «Perché?»

«Perché cosa?» ribattei, freddo.

«Perché ti riduci così?» La voce incrinata dal pianto. Lentamente fece forza sui palmi poggiati al tavolo e si alzò, mettendosi di fronte a me. «È a causa nostra? Per via dell'adozione, o c'è qualcos'altro che non va?»

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