Ci sono storie che chiedono di essere raccontate e personaggi che urlano per far sentire la propria voce.
L'ispirazione arriva, e allora ti siedi davanti al computer per buttare giù una trama che, all'apparenza, sembra non avere nulla a che fare con la tua vita.
Eppure, un anno fa, quando ho iniziato a scrivere questa storia, nella mia mente risuonava un'unica voce: quella della me diciassettenne, che mi pregava di scavare tra le note del telefono alla ricerca di quella frase che, dopo dieci anni, continuo a ripetermi come un mantra:
"Non avere paura di provare emozioni: preoccupati quando inizierai a non sentire più niente."
In quel momento capisci che non stai solo seguendo una passione, ma stai sfamando un bisogno.
Il bisogno di raccontare una parte di te. Il bisogno di lasciare un messaggio.
Durante la mia adolescenza mi sono ritrovata a desiderare l'apatia. A cercarla nel silenzio della mia stanza, in quel soffitto bianco che, in poco tempo, è diventato il cielo sotto il quale non avevo più il coraggio di camminare.
Sono sempre stata un libro aperto con voi. Non mi sono mai preoccupata di nascondere il mio passato, né il rapporto difficile che ho avuto con la mia salute mentale, perché credo sia importante parlarne.
Voglio parlarne perché la me diciassettenne avrebbe voluto che qualcuno l'abbracciasse e le dicesse che non era sbagliata.
Avrei voluto che qualcuno capisse che i miei non erano capricci, che non erano scuse per non andare a scuola. Che qualcuno vedesse il mio dolore, notasse i miei occhi spenti e la poca energia che mi era rimasta.
Per anni ho continuato a vivere su una montagna russa fatta di alti e bassi: momenti in cui credevo di farcela e altri in cui mi sentivo cadere sempre più in basso.
Ricordo che, a un certo punto, mi sono detta: "Sei condannata a essere felice a metà."
Quanto vorrei poter fare un viaggio nel tempo e andare a trovare la me "bambina" per stringerla forte e dirle che si sbagliava: per dirle che ci siamo prese anche l'altro cinquanta per cento. Che abbiamo abbandonato quella giostra e abbiamo iniziato a camminare.
Che scegliere di chiedere aiuto e andare in terapia le ha salvato la vita.
Questa storia nasce da questo: dal mio bisogno di far sentire chiunque si sia ritrovato in Evelyn compreso e amato.
Vorrei abbracciarvi uno a uno, guardarvi negli occhi e dirvi che non siete soli.
Là fuori ci sono persone pronte ad aiutarvi, a tendervi una mano. So che riconoscere di non farcela da soli può far paura, ma non c'è niente di più coraggioso che chiedere aiuto. La fragilità non è debolezza. È forza, nella sua forma più vera.
Nel mio piccolo posso dirvi che avrete sempre una spalla virtuale su cui piangere e un posto in cui non sentirvi sbagliati.
Scrivere Feelings Hunt non è stato facile, perché, per quanto la depressione abbia fatto parte della mia vita per anni, ora che vivo sotto la luce del sole avevo paura di non essere più in grado di descrivere la sofferenza di Evelyn.
Temevo di rendere tutto troppo distante, troppo piatto. Temevo che qualcuno potesse percepire superficialità nelle mie parole. Era la mia più grande paura, insieme a quella di non riuscire a trasmettere il messaggio nascosto in questa storia: l'importanza di provare qualcosa.
Non so se ci sono riuscita, ma lo spero con tutta me stessa. Se così non fosse, vi chiedo scusa: ho fatto del mio meglio, davvero.
Questa storia parla anche di tormento, di chi crede di non poter amare o di non meritare l'amore di qualcuno. Parla di sofferenza, di quella rabbia nociva che ti porta a vedere tutto nero. Racconta di maschere che vengono indossate come protezione, ma che alla fine cadono a terra, perché fingere di essere un'altra persona diventa troppo difficile.
STAI LEGGENDO
Feelings Hunt
RomanceA Portland, in una sera di fine maggio, Evelyn raggiunge il limite. È ancora troppo giovane, eppure dentro di sé custodisce un buio che non dovrebbe appartenerle. In preda alla disperazione, tenta il suicidio nel silenzio della sua cameretta. Il ges...
