46. Together Again, in Hell

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EVELYN

I polmoni iniziarono a incamerare tutto l'ossigeno possibile, ma non sembrava essere sufficiente per placare quella sensazione di occlusione che sentivo alla gola. Provai a muovermi, ma un dolore lancinante al cranio mi obbligò a restare sdraiata. Il corpo era pesante e privo di forze.

Cos'è successo?

«Evelyn.»

Entrambe le orecchie fischiavano, rendendomi impossibile distinguere i rumori che sentivo attorno a me.

Spostai lo sguardo alla mia sinistra e per poco non svenni di nuovo. Sbattei gli occhi ripetutamente, ma la visione era sfocata, a tratti doppia.

Provai a parlare, ma tutto quello che uscì dalle mie labbra fu un insieme di suoni confusi.

Il respiro si fece rapido, mentre le fitte alla testa non sembravano intenzionate a diminuire. Il dolore era così acuto che fui investita poco dopo da un'ondata di nausea. Provai a controllare la respirazione, ricacciando indietro il conato. Non avevo la forza per muovermi ed ero sdraiata. Non sarei morta soffocata.

All'improvviso, percepii qualcosa sfiorarmi le braccia e il mio corpo venne girato di lato.

Non ero sola.

Sentii gli occhi riempiersi di lacrime per la mia incapacità di compiere il minimo movimento. Fu come vivere una paralisi notturna, con l'unica differenza che ero sicura di star provando in ogni modo a mettere a fuoco la figura di fianco a me.

Ero sveglia, ma il mondo sembrava scorrere troppo velocemente per poterci camminare dentro.

Le palpebre si abbassarono di nuovo e quella volta rimasero chiuse, abbandonandosi alla stanchezza.

***

«E-Evelyn...»

Di nuovo quella voce, questa volta più chiara.

«Ti prego, svegliati.»

Come richiamata da quel suono così familiare, aprii lentamente gli occhi. La visuale, ora quasi del tutto nitida, era fissa sul soffitto bianco perlaceo. Deglutii, sentendo la gola terribilmente secca, poi, con movimenti ancora rallentati, girai la testa verso sinistra.

Il respiro si fermò per un battito di ciglia, e lo stupore mi fece dischiudere le labbra. Stavo sognando o avendo un'allucinazione?

«Oh, Dio, Evelyn! Grazie al cielo.» Seguì un pianto liberatorio.

Provai a fare forza sui gomiti per mettermi seduta, ma il corpo era ancora indolenzito.

«Aspetta, ti aiuto io.» La osservai con incredulità mentre mi circondava il busto con le braccia per facilitarmi i movimenti. Sistemò il cuscino dietro la schiena e mi passò un bicchiere d'acqua.

Ne bevvi un sorso, sentendo subito i benefici della bevanda fresca.

«R-Rose?» La voce roca, come se avessi urlato per ore e ore.

Cosa ci faceva lei lì? Ma soprattutto dove... eravamo?

Distolsi lo sguardo dai suoi occhi e mi guardai intorno. La stanza aveva le stesse caratteristiche di quella in cui ero stata spostata dopo la mia crisi, ma era più grande. Due file di letti, simili a quelli degli ospedali, ricoprivano i due lati lunghi della stanza. Su di essi, sdraiati, c'erano ragazzi e ragazze che non avevo mai visto. Alcuni sembravano dormire serenamente, altri avevano una mascherina chirurgica calata sulla bocca ed erano attaccati a flebo e monitor. Il silenzio era agghiacciante.

Una fitta improvvisa alle tempie mi portò a sollevare le mani verso di esse e le dita sfiorarono qualcosa di morbido, forse dei cerotti.

«C-cos'è success-» Facevo ancora fatica a parlare. Era come se il collegamento tra cervello e lingua si fosse interrotto.

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