EVELYN
Erano passati tre mesi da quel giorno, e io continuavo a oscillare tra momenti di forza e altri in cui il mio corpo non sembrava reagire nemmeno ai più lievi impulsi.
Aiden era lì, accanto a me, disteso sul mio letto; poi, però, spariva, e io nascondevo il volto nella sua felpa, nel vano tentativo di scacciare il freddo che sentivo scavarmi fin sotto le ossa. Il tempo aveva quasi del tutto cancellato l'aroma del suo profumo, ma io riuscivo ancora a percepirlo. A estrarlo dai nostri ricordi, per riportarlo nella realtà. In quella realtà dove lui non esisteva più.
I giorni successivi all'esplosione erano stati un susseguirsi di impegni che mi avevano ufficialmente trasformata da paziente in vittima della Bucolic Clinic. Avevo deposto la mia testimonianza la mattina seguente, per poi essere richiamata altre quattro volte in centrale. C'erano state le visite mediche, gli incontri con una psicologa forense e quelli con Glenda, la mia avvocata. E, in un certo senso, quella routine frenetica era stata una vera e propria benedizione: un modo per non cedere ai pensieri confusi che soggiornavano nella mia mente e che, spesso, la notte mi portavano a soffocare le urla nel cuscino.
Una benedizione, però, finita troppo presto.
Quella mattina di metà dicembre, il colore della sua felpa sembrava combaciare perfettamente con il mio umore grigio.
Scesi dal letto, rabbrividendo al contatto dei piedi nudi con il pavimento freddo, e guardai fuori dalla finestra della mia camera: un cielo plumbeo presagiva l'ennesimo temporale.
Presi un bel respiro e, in punta di piedi, mi diressi al bagno posto in fondo al corridoio. Aprii il rubinetto e rimasi per qualche secondo a osservare il getto dell'acqua, perdendomi in quel suono rilassante. Poi posizionai le mani a conca sotto di esso per lavare via i segni di stanchezza, fin troppo evidenti sul mio volto.
Quando alzai lo sguardo sulla mia immagine riflessa e notai le profonde occhiaie, mi resi conto che a nulla sarebbe servita l'acqua, né le creme che continuavo a spalmare quasi fossero una pozione magica.
Avevo bisogno di dormire. Ma per riuscirci, mi serviva il silenzio. E in quel momento, nella mia testa, c'era tutto fuorché un luogo tranquillo in cui trovare rifugio.
Poggiai i palmi al lavandino in ceramica e nascosi mento e labbra in quell'indumento che ormai indossavo come una seconda pelle.
Un singhiozzo incontrollato spezzò il silenzio. Mi lasciai cadere sul pavimento, portando una mano alla bocca per non fare rumore.
Sapevo che quello non sarebbe stato un giorno facile, che la tristezza che provavo era comprensibile, così come la paura che mi sconquassava lo stomaco, chiudendolo a tal punto da non permettermi di mangiare nulla. Era solo l'ennesimo ostacolo, un passo necessario. Ma per quanto lo sapessi, non riuscivo ad aggrapparmi a quelle consapevolezze. Mi sfuggivano dalle mani proprio nel momento in cui provavo a stringerle per non lasciarle andare.
La luce nel corridoio si accese e, dopo qualche secondo, sentii dei passi farsi sempre più vicini.
«Evelyn, sei qui?»
Non mi diede il tempo di rispondere. Abbassò la maniglia e aprì la porta, trovandomi lì: seduta ancora per terra, con la guancia poggiata sulle braccia incrociate sopra le ginocchia. Gli rivolsi un sorriso forzato.
«Oh, tesoro mio.»
Mio padre si sedette accanto a me, cingendomi le spalle con un braccio.
Rilasciai un sospiro sommesso sul suo petto, sentendo la sua presa farsi sempre più stretta e confortevole, e rimasi a farmi cullare, finché il respiro non tornò stabile.
Mentre mi asciugavo le lacrime con dita tremanti, il mio sguardo cadde sul pullover che utilizzava per dormire. Il cuore sembrò rompersi e guarire nello stesso momento. Era un regalo della mamma.
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Feelings Hunt
RomanceA Portland, in una sera di fine maggio, Evelyn raggiunge il limite. È ancora troppo giovane, eppure dentro di sé custodisce un buio che non dovrebbe appartenerle. In preda alla disperazione, tenta il suicidio nel silenzio della sua cameretta. Il ges...
