48. The Sun Behind the Clouds

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EVELYN

Trenta secondi dopo la nostra fuga il mondo esplose, o almeno il mio mondo esplose.

Affondai le unghie nel terreno e provai ad alzarmi. L'onda d'urto mi aveva strappato dalle mani di Oliver e scagliato in aria, facendomi precipitare a chissà quanti metri di distanza.

Passai le dita sulla fronte per rimuovere la patina di sudore e terra. Sembrava di essere all'inferno.

I miei occhi me ne diedero conferma quando, con la testa che pulsava, riuscii a sollevarla e a guardare davanti a me: non c'era niente, se non un cratere di detriti, polvere e fiamme.

No.

Feci un passo e caddi a terra, urlando dal dolore. La caviglia sinistra non sembrava riuscire a sopportare il peso del mio corpo.

«Aiden!» Il ronzio alle orecchie non cessava e la voce mi uscì graffiata dal nodo che mi stringeva la gola.

Il suo nome rimbombò nella mia testa come un'eco e il cuore si spezzò in mille frammenti. Mi aggrappai a quella forza magnetica che ci aveva tirati l'uno verso l'altro, come due calamite, e proseguii a strisciare sull'erba.

Non puoi avermi lasciato davvero.

Qualcosa di fronte a me, in mezzo ai detriti, esplose. Abbassai la testa, proteggendola con un braccio.

«Non puoi stare qui.» Un gruppo di vigili del fuoco in tute ignifughe stava cercando di domare le fiamme. Ignorai l'ordine dell'uomo in divisa e continuai ad avanzare verso le macerie. «Portatela via!»

Delle mani mi afferrarono per le spalle. «Tesoro, devi venire con noi.» Poi una voce femminile, calda.

«Lasciami!» Scossi le spalle, cercando di divincolarmi dalla presa della donna. «Aiden!» Provai ad avvicinarmi ancora un po' e l'erba sotto di me si macchiò del mio sangue.

Le mani che mi impedivano di avanzare diventarono improvvisamente quattro. Conficcai le unghie ancora più a fondo nel terreno.

No, no, no.

«Andrà tutto bene.»

Mi ritrovai tra le braccia di un uomo che, dopo l'ennesimo scoppio, aveva già iniziato a correre per allontanarsi il più possibile.

«Dovete aiutare lui, non me! Vi prego, andate da lui!»

Le mie suppliche si mischiarono al caos, che adesso sentivo troppo vicino. Lottai per liberarmi dal soccorritore che stava continuando a stringermi con forza. Attinsi alle poche forze rimaste, ribellandomi per lunghi minuti. Lo sguardo fisso sul punto in cui lui era scomparso.
Allungai una mano, come se quel gesto potesse farmi tornare lì, e liberai un altro urlo.

Perché lui sarebbe tornato, giusto? Lui doveva tornare da me.

L'uomo si fermò per un istante e mi guardò con apprensione. Sembrò soffermarsi sulle ferite sparse sul mio corpo, quelle visibili, per capire quale mi stesse facendo urlare così tanto.

«Ci siamo quasi, tranquilla.»

Ma le loro cure non avrebbero potuto guarirmi. Nessuno poteva aiutarmi.

Il soccorritore mi adagiò su una barella, dentro una delle tante ambulanze parcheggiate in quello spiazzo di campagna, e io sprofondai in quel pozzo profondo e buio che conoscevo fin troppo bene: la negazione.

Una caduta libera, tra pareti prive di appigli, che mi costrinse a ridurre le labbra in una linea sottile.

Lo sguardo perso nel vuoto, il corpo leggero, come se non mi appartenesse.

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