Capitolo 76

83 12 28
                                        

La luce del sole era accecante e mi costringeva a socchiudere le palpebre mentre mi godevo l'aria aperta

Oops! Questa immagine non segue le nostre linee guida sui contenuti. Per continuare la pubblicazione, provare a rimuoverlo o caricare un altro.

La luce del sole era accecante e mi costringeva a socchiudere le palpebre mentre mi godevo l'aria aperta. Ero fuori da quel dedalo di gallerie sotterranee e libera da quell'odore di terra e zolfo a cui mi ero oramai abituata. Napoli mi aveva accolta con i suoi odori: un connubio di profumi invitanti che destavano l'appetito.

"Scordati che al prossimo giro resti fuori. Non ho più intenzione di assecondarti."

Arechi era tornato a essere incredibilmente scorbutico e non faceva nulla per mascherarlo. Il suo cattivo umore era iniziato subito dopo che Aurona aveva affidato ai quattro camfi il compito di cercare Sibilla e, da quel momento, non aveva smesso di sbraitare per ogni cosa.

Schiusi le palpebre e mi staccai dal muro contro cui mi ero appoggiata per godermi quel sole caldo primaverile.

"Sei stato via solo dieci minuti, Arechi." Borbottai di rimando, cercando di farlo ragionare.

Per girare inosservata per la città avevo indossato un abito blu scuro, stretto sotto il seno e morbido lungo il resto del corpo, le maniche corte del vestito erano compensate da guanti che raggiungevano l'avambraccio, del medesimo materiale e colore.

Lisciai la gonna dell'abito con un movimento distratto, un gesto voluto per prendere tempo nella speranza che l'animo del Lupo si rasserenasse almeno un po'.

"Possono succedere molte cose in dieci minuti." I suoi occhi verdi si socchiusero su di me. "I micaelici potrebbero trovarti. Non so come riescono a farlo ma li attiri come il miele con le api."

Il nervosismo delle sue parole era percepibile dal modo in cui teneva strette le mani a pugno, così forte da sbiancarne le nocche. Mi accigliai ma, nonostante tutto, attraversai il cortile in cui ci trovavamo per poterlo raggiungere.

"Se dovessero trovarti, io non lo saprei e i tuoi poteri non sono ancora tornati." Sembrava che a ogni passo che compivo verso di lui la sua agitazione si faceva più grave.

"Questo dannato senso di vuoto mi sta facendo diventare pazzo." Ringhiò, senza riuscire a trattenersi, e con la mano si strinse con impazienza il gilet all'altezza del cuore, grattava e strattonava il tessuto come se potesse liberarsi di quella sensazione orribile.

Anche io provavo la medesima cosa. Per questo gli avevo chiesto di poter rimanere al sole, dove il calore dei suoi raggi potesse riscaldarmi e sciogliere il gelo che aveva sostituito il mio potere.

"Arechi..." sussurrai mentre poggiavo delicatamente la mano sulla sua.

Quei movimenti rabbiosi si interruppero all'istante ma nel profondo dei suoi occhi riuscivo ancora a leggere la scintilla di ira che stava animando ogni sua parola, ogni sua azione e ogni suo pensiero. Non si trattava solo della mia situazione, forse c'era qualcos'altro che lo preoccupava.

Sollevai l'altra mano e gli accarezzai la guancia con altrettanta dolcezza. Chiuse per qualche istante le palpebre mentre assaporava il contatto con il palmo della mia mano e mi sembrò di percepire anche la muscolatura del suo corpo rilassarsi.

FOEDUS • IL MARCHIO DELLA JANARADove le storie prendono vita. Scoprilo ora