Epilogo

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EVAN
New York City, 10 aprile


SETTE ANNI DOPO..


ALL'ALBA le strade di New York sembravano avere un'anima diversa.
Non quella sfrontata e rumorosa che tutti conoscevano, ma una più intima, quasi vulnerabile.
Era l'unico momento della giornata in cui la città sembrava respirare piano, come se si stesse preparando alla giornata, socchiudendo le palpebre tra le luci calde dei lampioni e i primi raggi del sole.

Iniziai a correre.
Lo facevo tutti i giorni. Alla stessa ora.

I piedi battevano l'asfalto con un ritmo familiare, costante.
Il suono delle sneakers sportive contro il marciapiede era quasi meditativo, una sorta di ancora che mi teneva saldo al momento presente.
L'aria era fresca, tagliente, con quell'odore inconfondibile di temporale primaverile e cemento umido.

Passai accanto a un venditore di caffè ambulante in procinto di aprire.
L'uomo mi salutò con un cenno del capo, indicando come sempre il poster dei Brooklyn Nets incollato ad una delle ante in metallo del furgoncino.

Era uno di quei gesti che valgono più di mille frasi.
Lui mi vede.
Sa chi sono.
Mi stima per quello che ho fatto e che ancora sto provando a fare.

Attraversai l'Avenue senza guardarmi indietro.
Le strade erano quasi vuote: qualche taxi dall'inconfondibile colore giallo, luci dei grattacieli che si specchiano nelle vetrate dei negozi chiusi.

Central Park mi accolse con la sua penombra tranquilla.
Gli alberi si piegarono leggermente al vento, come se mi stessero salutando.
Il verde ancora non completamente illuminato mi sembrò più profondo, più vero.

Qui il respiro cambiò. Si fece più lungo, più consapevole.
Il cuore accelerò il battito, ma la mente rallentò.

In quei chilometri sospesi tra la notte e il giorno, tra l'asfalto e il silenzio, sentivo di poter mettere in fila i pensieri come i passi che mi lasciavo alle spalle.
Correvo per liberarmi, o forse per ritrovarmi.
E quando il sole, finalmente, cominciò a filtrare tra le cime dei palazzi, capii che un altro giorno poteva cominciare e che qualcuno a casa mi stava aspettando.

Lasciai il parco con un ultimo sguardo alla silenziosa distesa verde.
Il tempo della solitudine era finito.

Rallentai il passo percorrendo gli ultimi isolati verso casa, il sudore che si raffreddava sulla schiena, il respiro che tornava piano piano sempre più regolare.
Era una specie di transizione: dalla mia corsa al mondo, al mondo che mi aspettava dentro le mura di casa.

Le luci nell'appartamento erano accese. Non tutte, solo quella calda fioca della cucina.

Il mio segnale.
Erano svegli.
Mi stavano aspettando.

Sorpassata la hall e salutato il portiere notturno con un cenno del capo, lasciai che le porte dell'ascensore si chiudessero alle mie spalle e che la salita verso il piano indicato cominciasse.

Davanti l'entrata lo zerbino dai colori sgargianti e la scritta "Home" sulla quale Kat era stata irremovibile.

Aprii la porta piano, senza far rumore.
L'odore del caffè era già nell'aria mentre in sottofondo si sentivano i piccoli passi provenire dalla zona notte.

Appoggiai tutti i miei effetti personali sul tavolino d'entrata, ritrovandomi ai piedi, scodinzolante e sorridente, Dug.

«Buongiorno, amico. Sei sempre il primo a venirmi incontro»
Gli accarezzai la testa, massaggiandogli le orecchie dal pelo un po' più bianco.
Ad ogni vittoria, ad ogni sconfitta o ad ogni nuovo traguardo della mia vita, lui c'era stato come l'amico più fedele che avessi mai avuto.
Come un fratello.

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