Capitolo 39

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Hendrick

«Ti avevo detto di non urlare, cazzo! Ci sentiranno tutti!» sento Jay gemere, mentre percorre il tunnel.
«È vero, ma non mi avevi detto che mi avresti uccisa in uno scantinato!» graffia. Annaspo nell'udire la sua voce, nascosto fra il cassettone e il materasso non riesco a scorgere nulla di quello che sta accadendo lì fuori.
«Tu riesci a vedere! Sei un'imbrogliona!» l'accusa, lo sento farneticare mentre le sistema la benda sugli occhi. Mi sporgo per osservare meglio, ma la poca luce non mi permette di vedere molto. Sono in piedi, troppo vicini. Petto contro schiena.
«Adesso dimmelo, quante sono queste?» le punta due dita dietro la testa.
«Due! Idiota! Se me le punti contro il cranio, è ovvio che riesca a sentirle!» e soffoco una risata.
«Sei una spina nel fianco Ugon! Una spina nel fianco! Siediti e non ti muovere, non vado lontano» la lascia cadere sull'unica sedia presente e che ho posizionato poco più lontano dell'ingresso principale. Rintocca sul muro come se non avessi già sentito l'irrefrenabile frastuono che ha creato. Esco dal guscio e ringrazio Maddy per avermi avvertito del loro arrivo. Indosso un semplice pantalone classico grigio e una t-shirt slim fit a maniche corte blu navy. Per l'occasione ho deciso di rispolverare un vecchio cardigan portatomi dallo stesso Jay e un paio di sneakers comprate prima che mi trascinassero in questo buco.
«Sono io» sussurra, poco prima di comparire. Eccomi, mentre mi specchio. Ed è stranamente più abbronzato. Poggia alcuni sacchetti sul tavolo e prego che non ci siano Empanadas di pollo con verdure all'interno, perché potrei non riuscire a trattenere un conato, di nuovo. Come se non bastasse non ho chiuso occhio, i pensieri mi hanno reso impossibile cadere nelle braccia di Morfeo, ho trascorso la notte leggendo un libro e rigirandomi i pollici come un matto.
«Ti sei dato da fare da come vedo, ottimo outfit!» solleva il pollice verso l'alto.
«Cosa c'è lì?» indico la plastica.
«Polpette al sugo, qualcosa di pronto per l'indomani e acqua. Con aggiunta di preservativi, il sesso deve essere sempre protetto per evitare incidenti» mi indica e solleva le spalle, ghignando. Dovrei essere, in parte, adirato per l'offesa e per i preservativi, ma alla parola polpette non riesco a controllarmi. Afferro il recipiente e inalo un po' di buon odore, finalmente qualcosa di commestibile.
«Ma con chi cavolo stai parlando? Da solo? Sei forse uno psicopatico??» strilla la ragazza, mentre la sedia striglia sul pavimento in cemento.
«Vado a controllare e torno, non ti muovere di un solo centimetro e non oscillare. È pazza, conosce ogni nostra singola mossa» bisbiglia e non mi sorprende. È sempre stata un'ottima osservatrice. Sono agitato, così agitato che vorrei correre dell'altra parte della stanza e guardarla mentre si dimena, inconsapevole di quello che l'aspetta. Sono trascorsi sessanta giorni dall'ultima volta che l'ho sfiorata e sapere che è finalmente qui, mi rende sereno e smanioso allo stesso tempo. Cazzo, c'è Raisa dall'altro lato della camera e sono intento a sniffare della carne. Ho perso il lume della ragione, essere rinchiuso mi ha danneggiato il cervello. Ripulisco il ripiano con delle salviette ed attendo impaziente il ritorno del mio migliore amico.
«Devi dirmi immediatamente cosa sta succedendo Jeremy Anderson! Dirò tutto ad Hendrick, ogni cosa! Per filo e per segno!» urla.
Un infarto.
E il mio cuore ha smesso di battere.
Sono ancora Hendrick per lei, sono ancora qualcuno. C'è speranza.
«Non credo che il tuo Hendrick, voglia sapere cos'è successo davvero per filo e per segno» mormora al suo orecchio, scatto in avanti. Quand'è che Jeremy ha cominciato a parlarle in questo modo? Quand'è che le si è avvicinato così tanto?
Corrugo la fronte, mentre qualcosa mi spinge a fuoriuscire dal nascondiglio. Compio passi silenziosi, come un leone pronto a sbranare la preda. Jay impallidisce, vedendomi attraversare l'arco. Ho i pugni serrati contro i fianchi e la mascella così contratta da farmi male. Li osservo. Cosa sta succedendo fra loro? C'è stato qualcosa? Non ho il coraggio di puntare su di lei, nonostante abbia ancora gli occhi coperti. Non sembra essere subentrato alcun raggio di sole in questa stanza. È ancora notte fonda, l'oscurità ha avvolto tutto. M'impongo di costatare cos'è cambiato e mi rendo conto che, in realtà, non è niente come prima. I capelli neri arrivano a stento alle spalle, le clavicole diafane riflettono la luce fioca e sono così ossute da farmi rabbrividire. Ascendo sul seno esposto e mi rendo conto di quanto sia rimpicciolito, perdendo peso. Non ha più curve floride e gambe da mordere. Della ragazza che conoscevo non è stato preservato nulla.
«Jeremy porca miseria! Ci sei? Sei uno stronzo!» tranne la lingua, quella sembra al suo posto.
«Tu dovresti essere una donzella da salvare? Sembri più uno scaricatore di porto!» ruggisce mio cugino, si scosta dietro la figura e con un gesto veloce della testa mi chiede cosa dovrebbe fare arrivato a questo punto. Svuotato, inerme, impotente. È tutto ciò che mi sento in questo momento. E se non l'avessi lasciata? Se le avessi inviato le lettere che ho scritto? Sarebbe arrivata a questo punto? Domande a cui non ho repliche, ma che a momenti verranno solo confermate dai suo occhi. Sorride per la battuta. E non è un miraggio. Mostra la dentatura perfetta, la bocca piena colorata da un rossetto rosso e gli zigomi alti. Ride sonoramente quando Jay le dice di restare in silenzio. Eccole, quelle dannate infossature ai lati delle guance. Maledette fossette.
«Toglila» parlo e non mi preoccupo di sostenere un tono basso. Lei sembra prendere atto di ciò che sta per accadere, frena Jeremy con la mano libera.
«Non farlo, non voglio» scatta come una molla, dirigendosi verso quella che le sembra essere, apparentemente, l'uscita.
Mio fratello fa un passo indietro. Poi mi guarda. E capisco. Le schiocca fugacemente un bacio sulla nuca e mi fa un cenno del capo. Porto una mano sul polso e lo ringrazio senza parlare, mentre se ne va.
«Era un piano, un fottuto piano perverso» sbraita.
«Jay voglio andare a casa, riportami a casa» piagnucola. Non oso avvicinarmi, non potrei mai. Non né ho il diritto. Ho perso. L'ho persa. Non riesce nemmeno a guardarmi. Mi dà le spalle e il giubbotto di Jay su di lei, non è altro che la conferma di quanto sia stato distante per tutto questo tempo.
«Jeremy, mi ascolti? Voglio andare a casa» il tono deciso si affievolisce in una supplica. Costringendomi a darle le spalle. Fa male, molto male. La stanza mi soffoca, se è possibile, ancora più del dovuto. È nauseante sentire il suo profumo e non poterla stringere, arriva dritto al cervello.
«È andato via, non è più qui» aggiungo con tono severo. Ma non mi sento affatto un duro, la disperazione incombe nel petto. Inghiotto fiotti di saliva, sentendomi in colpa per la sua sofferenza. È lontana pochi centimetri, ma la sento a chilometri di distanza. Torna indietro, percepisco il ticchettio dei suoi stivali sul pavimento. E non so se ha lasciato andare la pezzetta o se continua a tenerla sulle palpebre. Preferisco non indagare, resto dove sono. Sento un nodo alla gola, troppo reale, troppo vero.
«Ci siamo solo noi, ma non ti vedo. Puoi rimuoverla» suggerisco. Oscillo il ciondolo in un movimento involontario. Devo restare calmo.
Non posso perdere il controllo.
«Non parlarmi» odio puro. Il disprezzo lo vedo e lo sento vibrare nella stanza. La sedia viene trascinata nell'angolo, cerco di esaminare il comportamento inclinando di poco la testa. Non sta cercando di scappare, non chiede aiuto. Ma dentro, ogni fibra del mio corpo è tesa. Ogni parola è una sfida, non devo mostrare quanto mi è mancata, quanto l'ho desiderata e quanto ho sofferto. Rassegnata, si passa una mano fra i capelli e scuote la testa.
«Non guardarmi» si accomoda, accavalla le gambe ed è sull'orlo di una crisi di nervi. Il tremolio alle gambe ne è la conferma. Cerco di soffocare un sorriso, almeno non le sono indifferente. Ma mi odia. Ed è esilarante scorgerla fremere all'idea che possa allineare il mio corpo alla sua figura.
«Non sorridere. Aspettavi che ti venissi incontro? Non so...» aggrotta le sopracciglia, impreparata. E la mia Raisa, non riflette. Non è mai riuscita a tenere a freno le parole. «Piangendo magari, ti sarebbe piaciuto. Non è così?» è ironica, ma è la verità. Quella cruda. Quella che colpisce dove fa più male. Ma non riesco a reprimere il sorriso.
«Perchè stai sorridendo?» chiede, digrignando i denti.
È pronta ad esplodere come una bomba ad orologeria.
«Mi hai detto, due secondi fa, che non dovevo rivolgerti la parola. Ma lo stai facendo tu...» faccio notare, scuotendo le spalle. Mordicchio il labbro, grattandomi il retro del capo. Sposto il peso da una gamba all'altra, compio alcuni passi in avanti. Afferro la tanica d'acqua e sorseggio lentamente, come se fossi stato intrappolato nel deserto per giorni. Mi scruta come se fossi un estraneo, come se non avessi mai leccato le sue ferite o baciato quelle labbra. È ostile e lo riconosco, non riesce a comportarsi come se non fosse accaduto. Ogni istante amplifica la tensione, ogni respiro è un brivido. Il mio istinto urla di scuoterla, ma non voglio. Adesso non posso, non è il momento. Le lancio una bottiglietta, senza voltarmi del tutto. Tentenna, ma non beve. Ciò significherebbe condividere della saliva e, non comprendo a pieno, se non lo compie perché rammenta la mia Rupofobia, o perché comporterebbe scambiarsi un bacio. Indiretto, ma pur sempre un bacio.
«Non ho sete» dice, ma ho bisogno di sapere come girano gli ingranaggi nel suo cervello in questo momento. Provo a compiere una mossa meschina, premendo sullo stato attuale in cui sono. «Non so se hai visionato dove sono recluso, la tua saliva sarebbe l'ultimo dei problemi» affermo e suscita la reazione che desidero.
«Non lo faccio per te» ricarica la dose, ansimando. «Mai sai cosa? D'un tratto ho bisogno di un sorso» posiziona la bocca al di sotto della plastica. Non la sfiora con le labbra. Goccioline d'acqua ascendono fra i seni nudi, cerco di sviare lo sguardo concentrandomi su altro. Ma nel momento in cui raccoglie una goccia col polpastrello e la porta dritta alle labbra dipinte, non posso fare a meno di venerarla. Da quant'è diventata così audace?
«Ti ho detto che non puoi guardarmi» ribatte in modo arrogante.
Adesso basta, questo gioco è durato fin troppo.
«E invece lo farò, e sono sicuro che sarà necessaria tutta la notte» dico. Non lo faccio subito, voglio assaporare il momento e voglio registrarlo prima che svanisca. Alzo lo sguardo e imbatto in qualcosa che non m'aspettavo. I miei occhi incontrano i suoi. E il bunker, il silenzio e i mesi di vuoto...scompaiono. Ci siamo solo noi due. Il cielo è diventato mare in tempesta, le iridi non hanno più la stessa luce. Sono spenti e privi di qualsiasi sentimento. Ma bruciano, bruciano di passione mista ad ossessione. Ed è come se la vedessi per la prima volta: selvaggia e ribelle, ma fottutamente bella ed eccitante.
«Non pensare di avvicinarti a me» avverte, scosta una ciocca di capelli e colgo l'occasione per azzerare la distanza. Diviene elettrica, ogni millimetro che ci separa e carico di tensione. Azzardo, sussurrando a pochi centimetri dalle labbra «Non prendo ordini da te» le carezzo delicatamente le gote con l'indice. Percorro ogni tratto del suo viso, non sembra dispiacersi per il contatto. Si bea delle attenzioni, mugolando. Socchiude gli occhi in estasi. Ogni mossa è un rischio, e io lo so.
«Basta giocare Raggio di sole» ed è il nomignolo a ripristinare l'istante in cui si lascia andare. La tormenta torna a squassare l'atmosfera.
Si ritrae, scossa e spaventata.
«Non chiamarmi in quel modo. Non esiste più nessun raggio di sole per te, sono morta quel giorno. Lei è morta quel giorno al fienile e non intendo riesumarla» ogni parola è un filo teso, che a forza di tirare, potrebbe spezzarsi.
«Ti sei perso un bel funerale» ridacchia, spazzandomi via. Vorrei poterla liberare da tutto, vorrei poterla prendere tra le braccia e scappare lontano da ogni cosa. Da ogni regola e da ogni timore. Dirle che non può essere morta, perché è qui. Davanti a me in carne ed ossa, forse un po' ferita, ma presente.
«È qui che ti hanno sbattuto? Bello, mi piace il design» strofina sulle pareti, passa le dita sul tavolinetto e sulle vaschette di cibo che non sono ancora riuscito a cestinare. Afferra il libro che sto rileggendo, per la trentesima volta, ed è così sbiadito da non riuscire a capire di quale si tratti. Nessun titolo, nessuna lettera.
«Ti piace tanto?» chiede, la voce dura, controllata.
«È l'unico che sono riuscito a trascinarmi fin qui» rispondo, sincero. Sarebbe inutile nasconderlo, visto il contesto. Osserva la piccola tendina adibita al bagno e si sporge per controllare qualcosa che non riesco a decifrare. Fino a giungere dinanzi al materasso. Lo esamina, la guardo mentre si perde fra i suoi pensieri. La vedo barcollare per lo sconforto, visualizza tutto. Ogni centimetro di questo minuscolo spazio. Ogni oggetto slitta sotto il suo sguardo attento e poi giunge a me. Che vestito in questo modo, stono come una chiazza gialla su una tela nera.

𝑭𝒊𝒐𝒓𝒊 𝑵𝒆𝒍 𝑩𝒖𝒊𝒐.La tua prossima ossessione. Scoprilo ora