Capitolo 41

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Hendrick

«Vorrei avere il mio cellulare per immortalare questo momento» biascico, mentre la sento ridacchiare dall'altro lato della tenda. Sono seduto sulla sedia con solo i calzoni a coprirmi, l'involucro dorato dei cioccolatini, che ho divorato, sparsi sulle gambe e una strana sensazione nel petto.
«Ti piacerebbe!» strilla divertita, nonostante ci separino pochi centimetri.
«Così potresti guardarla tutte le notti» la sagoma si muove a rilento, mentre sento l'acqua sgorgare direttamente dal rubinetto. Il profumo del detergente riempie le narici, l'intero abitacolo profuma di ciò che abbiamo consumato e di ciò continueremo a compiere nelle prossime ore.
«Magari ne vorresti una anche tu» ghigno, completamente assorto dai movimenti meccanici che compie. Scosta di poco la stoffa e sporge la testa: è buffa. La schiuma bianca le ricopre parte della fronte, il mascara sciolto sulle guance, il rossetto rosso sparso sul mento ed è così strano vederla completamente spoglia da qualsiasi maschera. Esattamente come la prima volta suscita in me, le stesse emozioni di quel giorno. Mi spaventa, ma è un timore completamente diverso. Sono sicuro di aver visto ogni parte, ogni strascico e ogni lembo della sua pelle e del suo carattere. Ed è come scalare una montagna già conosciuta: la prima volta c'è bisogno della protezioni, la seconda volta impari a memoria l'intero percorso, la terza volta puoi scalarla ad occhi chiusi. E sono così al riparo quando sono con lei da non salvaguardare la mia indennità e arrivare alla vetta per godermi l'immenso paesaggio. Perché lei lo è. Il mio paesaggio. È brillante, raggiante. Illumina l'intero bunker con il suo sorriso. E quelle dannate fossette che...Dio, devo baciarle.
Mi isso di scatto, il ciondolo sul polso strimpella, anticipando i miei movimenti. Scosto la tenda ed è completamente nuda.
Mia.
Solo ed esclusivamente mia.
Le afferro le guance con bramosia. «Ma che fai?! Esci immediatamente!» strombazza, ma sorride. Poggio le labbra prima su quella destra e poi sulla sinistra, sono completamente fottuto. Fottuto di lei e lei lo sarà da me, nei prossimi minuti.

*

«Credi che mia madre mi stia cercando?» dice, carezza l'avambraccio con le dita ritmicamente come una melodia. Siamo stesi sul materasso con solo il lenzuolo a coprirci, il calore dei nostri corpi rende tiepido l'intero abitacolo. I capelli neri sono sparsi sul petto e la guancia premuta contro il costato. Disegna con l'indice le linee dei miei tatuaggi, allentando la tensione dei muscoli con il tocco impercettibile.
«Non so quante ore siano trascorse da quando il mio cellulare risulti completamente morto» rileva il timore, circondando il fianco con il braccio destro. Le nostre gambe sono totalmente attorcigliate fra di loro da renderci un tutt'uno.
Un solo corpo. Una sola anima.
«Hai più sentito tuo padre?» chiedo, si rabbuia fino a divenire paonazza.
«Non lo sento da mesi. Gli è stato chiesto il divorzio consensuale da parte di mia madre...che ha rifiutato» risponde irrequieta. S'inclina verso il lato apposto, il viso rivolto al muro incrostato e le spalle tremanti. Comprendo di essere giunto in una terra inesplorata: parlare di suo padre è il suo tasto dolente. Un po' come me. Siamo così simili in questo. Rabbrividisco. La carne si cosparge di puntini e tento di coprirmi, ma è lei che manca accanto alla mia figura. Nonostante sia distante due centimetri, la sento lontana...a mille miglia da qui.
«Non allontanarti da me» sussurro, «Io non sono tuo padre e non lo sarò, non ti tradirei mai» la rassicuro.
Abbranco i fianchi, stringendola. E il caldo torna a colpirmi. Ma non mi guarda. Osserva un punto lontano, mordicchiandosi il labbro inferiore. Assorta nei pensieri è così irraggiungibile. Sembra essere il momento perfetto per celarmi vulnerabile al suo cospetto.
«Io sono un Anderson» comincio, inchioda le pozze azzurre velate di curiosità nelle mie cariche di risentimento. «Ma, a differenza di quello che si dice in giro, sono nato sotto una stella diversa. Mio padre mi ha concepito al di fuori del matrimonio...» dico, «Mia madre, Heliana, non è la mia vera madre» ed è strano dirlo ad alta voce. Dalla mia bocca non è mai fuoriuscita una verità così cruda, neppure in casi di estrema necessità. Ma adesso è un momento diverso: Raisa merita di sapere la verità.
Tutta la verità. Ogni scorcio visibile, ogni frammento della mia vita passata.
«Angel è...» il nome pronunciato mi riporta indietro di mesi. Alla sera in cui da ubriaco le ho confessato che ci fosse, davvero, un angelo a proteggermi.
«Sì, Angel è davvero mio fratello. Nati dalla stessa madre, ma con padri diversi. E lo dimostra le pelle eterea e i capelli dorati» sollevo le gote, rammentando le codine di Emma e il sorriso sdentato.
«Avevo quattro anni quando la mia vera madre è morta. Si drogava e spesso era proprio lui a doversi occupare di me. Non è stato facile. Non è stato facile per nessuno di noi due. Quando Zio Dom mi ha portato in Villa ho cominciato a soffrire di un disturbo raro...» ingoio fiotti di saliva. È difficile. Una volta esposto il tutto non potrò tornare indietro. Starà a lei decidere se restare o meno.
«La Rupofobia» anticipa. Sorrido, ma è un sorriso contorto. Uno di quelli che mostri per non emergere in un pianto disperato. La gola brucia e il naso pizzica. Raisa si solleva, poggiando le spalle al muro, protrae il tessuto sulle nudità e mi offre il suo grembo, così che possa continuare senza perdermi, e lo faccio. Poggio la nuca sul costato, mentre inoltra il palmo nei ricci scuri. Carezza la nuca come farebbe una madre con il proprio figlio: lenta, amorevole e delicata.
«E ci convivo ancora con la paura di ritornare nel Sedicesimo distretto» ammetto.
La stessa casa in cui mia madre si vendeva, si bucava e si lasciava andare. Solo per trovare la pace che le mancava e, che spero, abbia trovato nell'Aldilà.
Nella stessa casa in cui ho vissuto per un breve periodo e che adesso ci vive l'altra metà del mio cuore.
«Non ho ucciso Simon Dowell» confesso d'un tratto.
«Non l'ho ucciso io. Jay era troppo accecato dalla rabbia ed ha perso il controllo».
Un'altra verità che non posso nascondere. E la sua risposta mi stupisce.
Perché Raisa sa sempre come colpirmi dritto al petto.
«Lo so» afferma, «Quella sera al club ero così ubriaca da essere devastata, ma non ti ho visto impugnare la pistola» nega con il capo.
«Vorrei che testimoniassi in vista di un processo...» dico, e ad un tratto sembra comprendere a pieno il motivo della confessione.
«Le telecamere di sicurezza del locale hanno ripreso la scena. Hanno catturato il momento esatto in cui Jeremy ha premuto il grilletto verso il banchiere...» occulto il tremolio delle dita, portando il palmo al petto, «...e, dopo aver trovato il cappotto di quella notte nella mia camera da letto, credono sia stato io».
Il silenzio rimbalza fra le mura, l'unica melodia è il suono dei nostri respiri in sincrono. Socchiudo gli occhi. Affronto il peso delle mie responsabilità con rassegnazione.
Perché è proprio quella che non smette di tartassarmi.
«E a te sta bene? Proteggere Jeremy e apparire come un killer spietato?» irrompe, bisbigliando. Smette di toccarmi. Scosta il tessuto dal petto e si solleva. Afferra la t-shirt dalla sedia e la infila rapidamente, innalza una barriera invisibile mentre si protrae dinanzi allo specchietto infisso sul muro.
A me sta bene? Certo. Farei di tutto per di salvare mio fratello.
«E tu? Lo faresti per le persone che ami?» chiedo di rimando, schiocca la lingua sul palato e si sistema i capelli corvini sulle spalle in un gesto involontario.
Ma non replica, aggrotta le sopracciglia e sbuffa.
«Come sospettavo. Ed è così anche per me» l'osservo dal basso, godendomi la vista delle gambe nude.
«Ho sempre pensato che tu fossi diverso. Non hai mai indossato gioielli costosi e marchi di lusso. In realtà, non hai mai parlato della tua famiglia...» dice, frena il flusso delle parole. Ma so' cosa le passa per la mente e mi sollevo per fissarla. Le labbra rosee sono schiuse e il pendente dorato con il girasole non fa che distrarmi: pende sulle clavicole in modo involontario, e vorrei tanto reincarnarmi in una catenina per essere proprio in quel punto.
«Chiedimi qualsiasi cosa» pronuncio in tono calmo, «Ti ho appena confessato di non essere un omicida. Non c'è più nulla che possa nasconderti».
Cerco di rassicurarla, perché il timore che possa sfuggirgli è ancora impresso nelle iridi. Ma non ho intenzione di scappare e, anche se volessi, non riuscirei ad andare lontano.
Sono un fottuto ricercato, il mio viso è impresso su tutti i notiziari locali.
«Ti ho cercato su Internet e non esisti Hendrick, non esisti in alcun modo» s'avvicina per toccarmi la nuca, ascende sulla fronte, poi sul naso e infine sulle labbra. Preme il pollice su di esse e le stampo un bacio. Casto, puro. Senza allusioni.
«Nonno Gerard era adirato che mio padre avesse tradito Heliana. Nessuno dei cinque fratelli aveva mai commesso tale errore: il tradimento non è contemplato in famiglia. E con le possibilità di un uomo ricco: ha finto la mia morte» spiego.
«È crudele» ammette. «Non avevi colpe. Hendrick non aveva colpe» sporge il labbro inferiore.
Dio. È così bella da sembrare una visione.
È vero. Non avevo colpe. Non ho la colpa di essere nato ma, di esserlo, al di fuori del matrimonio, quello sì. Per lui: era una colpa.
«Ieri, al Groupie, c'era un ragazzo...» pronuncia, «era un Anderson».
Uno di noi? Quale Anderson andrebbe al Groupie senza essere scoperto? Mio padre e Zio Joe sono severi in questo, soprattutto in questo periodo: un passo falso potrebbe compromettere carichi, legami. E me. Potrebbe compromettere me. L'erede al trono, il principe che erediterà il regno. Chi è lo stupido che ci ha esposti?
«Descrivimelo. Qualche segno particolare, un tratto...» gratto il mento e il retro del capo.
«Mhh...gli occhi spigolosi. Quelli li ricordo benissimo. Alto circa...così» solleva il palmo sulla testa di qualche centimetro, «Capelli bianchi...tatuaggi ovunque» lecca il labbro inferiore e lo morde. Aggrotto le sopracciglia e socchiudo gli occhi in due fessure. Ma che fa? Specula su Akiro?
«Akiro Anderson, figlio di Joe Anderson. È l'unico a non rispettare le regole» dico, nervoso. Non era tornato in Corea da sua madre? Che cavolo ci fa a Southdell?
«È carino. Davvero carino» pronuncia. Le lancio uno sguardo fulmineo e, imbarazzata, sorride.
«È arrogante, saccente e presuntuoso» mi rabbuio contro lo schienale in ferro. L'ha guardata? Le ha parlato? Lei, in risposta, solleva le spalle con noncuranza. Mi provoca, «È stato lui a chiamare Jeremy» risponde. Un colpo in pieno viso avrebbe fatto meno male. Sollevo il sedere dal materasso e mi avvicino, le scosto una ciocca corvina dietro l'orecchio ed è come se tornassi indietro nel tempo. Perché? Perché proprio tu?
Le stampo un bacio sulla fronte.
«Lascia perdere Akiro. Non è importante adesso» dico, abbiamo ancora pochi minuti e li stiamo sprecando. Verranno a prenderla e tutto ciò che c'è stato svanirà nel tempo, come una ferita.
«Ho una sorpresa per te...» afferro il sacchetto dal mobiletto. Cerco fra i vari dolciumi le sue caramelle gommose preferite: le Berry, ai lamponi. Le lancio la confezione, dondola sui talloni come una bambina.
«Non ci credo!» esclama. «Ne hai sempre qualcuna di scorta quando sono nei paraggi?» sorride, mostrando le fossette. Non sa quanti pacchetti abbia fatto arrivare negli ultimi mesi. Perché, se fosse davvero venuta da me, avrei voluto renderla felice. La luce giallastra della lampada appesa al soffitto le disegna ombre morbide sul viso, uno strano luccichio malinconico le attraversa le iridi, e mi accorgo che si sta trattenendo.
Trattiene dentro di sé il peso di questa situazione. E la osservo, da lontano. Malinconico.
Un addio silenzioso. Ecco, cos'è.
«Perché mi guardi così?» domanda.
E pian piano il suo sorriso si spegne. Le labbra si curvano in una linea dura.
«Così come?» inghiotto della saliva.
«Come se stessi cercando di imparare a memoria la mia faccia» risponde.
Abbasso lo sguardo, perché è perfettamente ciò che sto cercando di fare. Vorrei memorizzare il modo in cui arriccia il naso quando è nervosa, come scosta i capelli dalle spalle. Il modo in cui saltella quando è contenta. Il modo in cui si nasconde quando è impaurita.
Ogni cosa. Vorrei imprimere ogni cosa. Dentro di me.
«Perché lo sto facendo» dico, sincero.
Il silenzio cala fra noi, ma non è pesante. È consapevole. Siamo entrambi a conoscenza che questo potrebbe essere il nostro ultimo incontro. Scivola al mio fianco, le sue dita sfiorano il ciondolo al mio polso. Il tintinnio nella stanza è una melodia struggente. E non ho mai odiato questo bracciale. Ma adesso...adesso è la conferma di quello che sono e che sarò per sempre. Una specie di manetta d'acciaio legata ad un solo polso. Lo sfilo con un gesto e, in ventiquattro anni, mai ho lasciato che mi condizionasse.
Lo schianto è forte.
Strappo via il ciondolo dalle praline.
Si disperdono sul pavimento, come tasselli di un puzzle che non verrà più assemblato.
Una sola fitta al cuore. È tutto ciò che mi provoca.
Il pendente al collo luccica sulle mie dita.
E lo stringo forte. Il tremolio non aiuta. Aggancio lo stallone accanto al fiore dorato.
«Hai paura?» la domanda arriva così piano che quasi non la sento.
Sto morendo, Raisa.
Vorrei mentire. Dirle che andrà tutto bene. Che troverò una soluzione. Che tra una settimana rideremo di tutto questo. Che fra cinque anni saremo felici e contenti in una casa tutta nostra. Nel ranch di Zio Dom. Con quattro bambini seduti sul dorso di Tempest. Con i miei stessi riccioli scuri. Sdentati. E con le sue stesse fossette ai lati delle guance.
E invece, no. Sarebbe una bugia.
«Sì» dico. «Ho così tanta paura da non riuscire a respirare» confesso.
Raisa abbassa gli occhi sul nuovo pendente. Un singhiozzo.
E poi balbetta: «Anch'io. Ho tanta paura per te, Hen».
Otto parole mi colpiscono più di qualsiasi altra cosa. Non ha paura per se stessa. Lei teme per me.
Lei ha sempre temuto per me.
Aggrotto la fronte, sporgo il labbro inferiore. Le circondo le spalle con le braccia, la testa a stento mi sfiora il mento. Lacrime salate solcano le guance. Non mi curo di scacciarle via. Perché...perché è Raisa. Non ha puntato il dito. Non mi ha etichettato. È rimasta. Per me. Per noi. Non ho bisogno di sentirmi imbarazzato per essere crollato difronte alla donna che amo.
Lei ama Hendrick. Non Damen.
È spaventata per Hendrick. Non per Damen.
«Ascoltami...» bisbiglio, poggiando la fronte sulla sua. Occhi negli occhi. E Dio, se esisti. Riflettimi per sempre in questo modo. Buono, senza peccati.
Amato.
«Ti ascolto» sussurra. Profuma di buono. Profuma di me.
«Qualunque cosa succeda da oggi in poi... non permettere a nessuno di convincerti che ti ho usata» mormoro, le sue sopracciglia si aggrottano immediatamente.
«He-ndr-ick...» un ulteriore singhiozzo le squassa il corpo.
«Promettimelo» dico, in tono supplichevole.
«Nessuno potrebbe convincermi di una cosa del genere» dice.
Mi stampa un bacio sulla guancia, poi sull'altra. Mentre il palmo della mano è ancora stampato al centro del mio petto: sul cuore. Dove tace, si riposa e confessa che nessuno prenderà il mio posto.
Ed io le credo.
Voglio crederle.
Poi, in lontananza, i rintocchi di Jeremy interrompono la scena. Solleviamo lo sguardo, in sincrono, verso il grande masso. Il cuore mi precipita nello stomaco. Le ginocchia cominciano a cedere, mentre Raisa è ancora in lacrime stretta nelle mie braccia.
È arrivato il momento.
Trattengo il respiro. Fino a pochi secondi fa era soltanto una possibilità.
Adesso è reale.
Il tempo è finito. E con lui.
Siamo finiti noi.

#spazioautrice
Ciao...come state?
Scrivo questo spazio autrice con il magone e le lacrime. Fra tre capitoli sarà tutto finito. L'ho descritta come la fine di un'era. Perchè, per me, lo è. Lacrime, risate e confessioni con la vera ''Raisa''...è stato un lungo percorso carico di emozioni. Ma soprattutto, carico di ripensamenti. E sè...e sè...
Ma non voglio rattristarvi, magari questo lo lascio al finale.
Quello un po' revisionato.
Spero che vi sia piaciuto.
Un bacio.

-Fatima.🌻

𝑭𝒊𝒐𝒓𝒊 𝑵𝒆𝒍 𝑩𝒖𝒊𝒐.La tua prossima ossessione. Scoprilo ora