Capitolo 40

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Raisa 

E l'ho percepito ancor prima di vederlo, lì infondo al tunnel. Non è bastato udire la sua voce per farmi comprendere che c'era lui ad attendermi. Il suo sguardo ha attraversato la stanza come se fosse in grado di leggere ogni pensiero, ogni desiderio e ogni parte di me che ho cercato di nascondere in queste settimane.
«Non penso di averlo mai detto ad alta voce. Ma è così, ti amo Raisa. Perché sei il sole nelle giornate di pioggia» ripete, mi avvicino lentamente perché so cosa sta per succedere. Il peso del nostro passato e di ciò che ci lega. Eppure, sembra troppo lontano. Troppo irreale. Finalmente non ho più bisogno di vederlo attraverso i ricordi. E qui davanti a me. Lo desidero come non ho mai desiderato nessuno prima. E non è solo fisico. È mancanza. Urgenza di riconnettermi con una parte di me che solo lui riesce ad evocare. Mi cerca e mi cattura, facendomi cedere sul materasso. Com'è riuscito a sopravvivere qui per sessanta giorni? Non ha più il suo detergente preferito, mangia cibo in scatola e beve acqua che sgorga dal rubinetto. Il peccato più grande che ho commesso è stato pensare che lui fosse tranquillo e sereno, disperso in qualche fattoria nel Montana. Il suo viso è scavato, le labbra screpolate, la mascella tesa. Mi sovrasta con il suo peso e sento di doverlo toccare, dappertutto, irrefrenabilmente.
 Le mani ricoperte di tatuaggi sono impresse ai lati della mia nuca.
«Sei bellissima» il respiro affannoso s'infrange contro l'orecchio, provandomi una serie di brividi lungo la spina dorsale. Sento il tremito che corre lungo le braccia, il suo corpo che reagisce al contatto con una delicatezza feroce.
«Ti ho desiderato ogni giorno, ogni maledetto giorno» pronuncio, ed è vero. Volevo questo, ne avevo bisogno come ossigeno. Presso i palmi sugli avambracci, delineo la linea dritta dei disegni sulle braccia fino a sfilargli il cardigan e la t-shirt. Il petto ampio e muscoloso flette sopra di me, marmoreo. Le ali impresse su di esso sono solo il promemoria di un nome che non dimenticherà mai, quello di suo fratello, Angel. Il primo nome fuoriuscito dalle sue labbra, è stata la prima volta che mi ha raccontato di sé e del suo passato. Un nome che, pur non conoscendo il proprietario, ha permesso ad entrambi di essere dove siamo. Quella sera stessa, ho compreso che Damen non era solo il primogenito della famiglia Anderson, che non era e non è, l'assassino di cui tutti parlano. Hendrick è un ragazzo normale di ventiquattro anni con sogni, speranze e progetti futuri.
«Abbiamo tanto di cui parlare» mormora contro la mia pelle, «Ho bisogno di dirti molte più cose di quelle che pensi» sorride appena, ma è un sorriso fragile. Spezzato.
Perché quello che sta per raccontarmi non è facile, non è semplice.
«Abbiamo tutto il tempo del mondo» dico, mentre afferro il viso con entrambi i palmi.
«Baciami Hendrick e non fermarti finché un raggio di sole non ti sfiorerà di nuovo» e lo fa. Senza ripeterlo due volte, le nostre lingue s'incontrano creando una nuova danza. Lenta, precisa, pensata. Perché entrambi siamo consapevoli di ciò che sta per compiersi. Nessuno dei due accenna a separarsi, gli circondo i fianchi con le gambe mentre gemiti s'incastrano fra di noi.
«Non fermarti, ho bisogno di sentirti» di sentire che ci sei. E lo stringo a me come se potesse sparire da un momento all'altro.
«Voglio sentire qualcosa di vero» aggiungo. Ringhia, mentre ascende e percorre ogni centimetro delle mie gambe nude. Si china fra di loro, bacia ogni lembo di pelle con bramosia. Scariche di piacere mi percuotono, costringendomi a soffocare i singulti.
«Ti darò tutto ciò che desideri» dice.
Tu.
Tu, sei tutto ciò che voglio. Mi rilasso sotto il suo tocco, le falangi percorrono ogni centimetro, ogni essenza, ogni spigolo. Rimuove il giubbotto di Jeremy con rapidità come se il pavimento fosse il suo posto e non indosso a me. Scosta le bretelle della canotta con lentezza, delicatezza che non gli appartiene.
Goditela, goditi tutto ciò che sto per donarti.
Sussurra, mentre sfila via gli stivaletti e le calze. Lascia la gonna e mi osserva come se fossi la sua portata preferita, finalmente sul suo tavolo da pranzo.
«Hendrick...» gemo il suo nome, vogliosa di altro.
Voglio farlo, voglio tutto di lui. Non sono vergine, non lo sono già da molto tempo. Nonostante non sia la mia prima volta, qualcosa mi suggerisce che lo sia. L'amore, quello vero, non è stato compiuto mai. Non ho mai sentito le farfalle nello stomaco, non ho mai provato brividi così forti da farmi tremare le ginocchia. Per quanto siano stati reali i miei rapporti con Clay, non mi hanno mai resa debole e malleabile, non sono mai stata così persa da non comprendere le sue gesta. Ero sempre in allerta, sempre sulla difensiva, sempre sul punto di scappare. Con più rapidità si sarebbe svolto, più veloce mi sarei rivestita. Ma questo momento...in questo momento è tutto così magnifico da sembrare un lungo sogno da cui non vorrei svegliarmi. Sto donando ad Hendrick ogni particella di me stessa, mi godo il presente e tutto ciò che ha da offrirmi.
«Sei stupenda» sussurra e lui lo è. Perfetto, imponente. Il sogno proibito di ogni donna. La pelle scura riflette la luce, goccioline di sudore ascendono sui pettorali costringendomi a sfiorarlo con i polpastrelli per raccoglierle. Lascia scivolare la gonna sulle gambe e la getta sul pavimento insieme ai suoi pantaloni. Sfiora l'elastico delle mutandine in pizzo, provocandomi un fremito. E mi sento tremendamente a disagio dinanzi alla sua perfezione, tento di coprirmi la cicatrice sull'anca, ma mi ammonisce con un gesto veloce della mano.
«Non devi coprirti. Non devi farlo, Raisa. Sei bellissima, semplicemente stupenda e mi piace tutto di te» affanna a due centimetri dal mio viso. Percorre con le dita tatuate la pelle raggrinzita e si china per morderla.
Sì, la morde.
Ma non stringe la mascella tanto da farmi male, cerca di farsi carico di tutto. Vorrebbe eliminare ogni traccia di ciò che c'è stato prima di lui.
«Devo confessarti una cosa importante...» farnetica, l'alito solletica la pelle rendendomi smaniosa. Mi agito, «Smettila di parlare» lo canzono, ho bisogno di lui.
Percepisco l'esigenza di sentirlo su di me, dentro di me. Impresso come una stampo, inchiostro su un foglio bianco, petto contro petto. Anima contro anima.
Sfila la canotta e il reggiseno, mentre è su di me con solo i boxer a coprirlo. I suoi occhi non smettono di scrutarmi, nemmeno nel momento in cui si sporge per baciarmi i seni nudi. Mi trapassa l'anima, succhiando via ogni briciolo di razionalità.
«Avrei voluto toccarti dal primo istante in cui sei salita in moto» carezza la pelle. Trattengo il fiato per qualche secondo. «Quei jeans ti fasciavano perfettamente il culo» si issa in piedi circondandomi i fianchi con le braccia. Mi solleva di peso come farebbe come un sacco di patate e mi poggia sul tavolinetto in legno. Le mie mani sono dappertutto, non smetto di toccarlo. Non riesco a smettere di tastare ciò che reputo mio. E solo mio. Le gambe, il petto, la schiena. Poggio il viso nell'incavo del suo collo, lecco proprio sotto l'orecchio e assaporo la nuova essenza di cui profuma. Sà di sale, di stanchezza e di casa.
Mi tiene per i capelli e sono costretta ad inclinare la schiena, sporgendomi verso la sua erezione già pronta per me.
«Se credevi di impressionarmi con queste ciocche scure...» scende a baciarmi la clavicola, «Ci sei riuscita raggio di sole» lambisce con ferocia, fra un morso e una leccata. Sono completamente inchinata come una schiava dinanzi al suo Re, come una marionetta dirottata dal suo burattinaio. «Ci sei riuscita eccome...» ringhia e sfila i boxer, resta nudo dinanzi a me. Deglutisco, mordendomi il labbro inferiore.
Dio.
Oh Dio.
È imponente, tanto da farmi ombra. Sparisco nel suo corpo, tirandolo su di me. Annego nei suoi muscoli, ricalco con le unghie smaltate le linee definite degli addominali. Sospira, scuotendo di poco la testa.
«Quanti ti hanno guardata mentre non c'ero?» chiede, il tono roco e la voce rotta dai respiri affannosi. Ade, il Dio degli Inferi, morirebbe d'invidia. Ne sono sicura. Aggrotta le sopracciglia mettendo in risalto le ciglia scure. Stringe i denti, schioccando la lingua sul palato. Si posiziona fra le cosce e s'incastra perfettamente come se fosse il suo posto da sempre.
«Tanti» rispondo. Sollevo il mento in segno di sfida, ma il luccichio nelle iridi non promette nulla di buono. Grugnisce e mi morde, di nuovo il seno, lasciandomi il segno. «Molti, il primo è stato proprio il tuo fratellino» ricarico la dose. Lo provoco, sentendomi spaventata ed eccitata allo stesso tempo. Gela, distogliendo lo sguardo da ciò che sta per accadere. Non è ciò che mi aspettavo, non è la reazione che desideravo.
«Che cazzo hai detto?» la mascella si contrae. Il tatuaggio sullo zigomo si tende e per qualche secondo credo di averlo perso, ma reagisce contro ogni aspettativa. Mi penetra con impeto, facendomi contorcere. Una fitta al basso ventre m'inchioda, stringo così forte il legno da avere le nocche bianche per lo sforzo. Piagnucolo.
«Scusa» sussurra, soffiandomi sul naso. Siamo fronte contro fronte. Mi alita sulle gote ad ogni spinta. Mi bacia ed è dolce.
Delicato, ma incontrollato. Il cuore mi pompa voracemente nella gabbia toracica e ad ogni spinta e il fastidio si trasforma in piacere in pochi minuti. Ed è la prima volta che sento il bisogno fisico ed incontrollato di volerne sempre di più. Ed è anche la prima volta che vedo il vero Hendrick: quello geloso, disperato e bisognoso.
«Non m'importa se ti ha guardata in mia assenza. M'importa che tu sia qui con me in questo momento e con nessun altro» ansima, e affonda ancora più in profondità. Gemo sonoramente e gli graffio la schiena, «Non fermarti, non fermarti!» supplico.
Gli pianto i talloni sui glutei, mentre osservo le vene dell'avambraccio fuoriuscire per lo sforzo.
«Chi sei?» ruggisce, aumentando il ritmo. Mi tiene stretto il retro del collo con il palmo, «Ti ho chiesto chi sei» rallenta, facendomi impazzire. Mugolii di disapprovazione riempiono la stanza.
«Perchè...» chiedo, in preda al delirio totale.
«Dimmi chi sei e ti darò tutto ciò che desideri» sibila.
«Sono Raisa...» scuote la testa in risposta, «Chi sei per me».
«Sono Raggio di sole» ed è come se il mio cervello smettesse di funzionare. Mi marchia sotto ogni punto di vista, riaffonda dentro di me. Rapido, veloce. Sul punto di non ritorno. Ed è troppo da sostenere. Vengo con un urlo che muore contro la sua spalla, piccole vibrazioni mi attraversano il corpo. Tremo e lo faccio sul serio. Mi contraggo, stringendolo contro di me. Ancora dentro. E non riesce più a controllarsi perché mi segue con un ruggito, arriccia il naso ed affanna come se avesse corso per chilometri.
«Ti amo» gli sussurro, mentre si accascia su di me. «Anche se quel giorno al fienile non sei riuscito a dire ciò che provavi, io l'ho compreso. Vuoi sapere come? Dal modo in cui mi guardavi, anzi dal modo in cui mi guardi. Sempre. Come se fossi la donna più bella del mondo» la voce mi si rompe per lo sforzo.
«Perché per me lo sei...» sussurra, scostandomi una ciocca dal viso.
«Sei la donna più bella che abbia mai visto» solleva il viso e preme le labbra sulla fronte.
Ti proteggerò ad ogni costo, non importa quale ostacolo dovrò superare. Mi batterò con le unghie e con i denti per avere ogni pezzetto di te.
Per sempre, con me. 

𝑭𝒊𝒐𝒓𝒊 𝑵𝒆𝒍 𝑩𝒖𝒊𝒐.La tua prossima ossessione. Scoprilo ora