Capitolo 45

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Raisa

E se ci fossero due sentieri da esplorare? Tu, quale sorte tenteresti? L'amore o la felicità? E se fossero la stessa destinazione, ma percorsa da strade diverse? Per anni ho creduto che le due cose non potessero coincidere e che, per averne una, bisogna, in qualche modo, perdere l'altra. Ogni persona che ho incontrato sembrava aver sacrificato qualcosa: chi i propri sogni, chi la libertà, chi se stesso. Così mi sono convinta che fosse inevitabile, che amare significasse perdere, ma mi sbagliavo. Esiste l'amore che non imprigiona, l'amore che non pretende, quello silenzioso, quello che non ti chiede di cambiare per compiacere l'altro. L'amore in tutte le sue sfumature. E un po' mi sento di averlo vissuto, questo tipo di sentimento. Mi potrebbero dire che è stato solo di passaggio: un amore adolescenziale. Uno di quelli che ha le tempistiche di un battito di ciglia e che è destinato a svanire col tempo. Ma io non ci ho mai creduto, basta un solo incontro per cambiare il destino di una persona. E il mio è stato stravolto una sera di novembre, quando il venticello colpiva le gote e il vestitino che indossavo non era abbastanza lungo da coprirmi le gambe. È cambiato quando pensavo di essere, solamente, andata a bere qualche drink e, invece, stavo andando incontro all'omicidio più chiacchierato di tutta Southdell. Se qualcuno mi avesse detto che quella sera avrebbe cambiato il corso della mia esistenza, probabilmente, gli avrei riso in faccia. A quei tempi avevo altri pensieri, altri programmi e un futuro già scritto. Ero solo una ragazzina convinta di avere il controllo della propria vita, poi tutto si è ribaltato. Ci sono stati avvenimenti che mi hanno segnato e che mi hanno spianato la strada per essere la persona che sono.
«Sei pronta?» sollevo gli occhi, Nevaeh sporge il capo oltre la porta.
«Dammi un secondo» dico. Richiudo il fascicolo dell'ultimo paziente e lo poggio sulla pila. Sono cresciuta. Ho studiato con impegno e Nevaeh ha fatto lo stesso. Ci siamo costruite una carriera solida e i sacrifici, alla fine, sono stati ripagati. La nostra clinica è diventata realtà. Ho riempito la mia vita di appuntamenti, colloqui e persone da aiutare. E a me sta bene. Da quel giorno mi sono ripromessa di non uscire mai più dalla mia comfort-zone. La lancetta dell'orologio segna le otto in punto, accosto la sedia alla scrivania e massaggio la tempia con due dita. Osservo la grande vetrata, da qui Southdell sembra diversa. I lampioni creano una serie di puntini luminosi che ricoprono la città come un cielo capovolto. Il profumo delicato della vaniglia aleggia nella sala d'attesa, mentre le riproduzioni alle pareti rendono l'ambiente più caldo e accogliente di qualsiasi altra clinica in cui abbia messo piede. È esattamente come l'avevamo immaginato.
«Andiamo, dai! Sai che la mamma non vuole che ritardiamo. Il giovedì c'è l'agnello e il mio stomaco brontola» afferro la borsa dall'appendiabiti e lascio che sia l'ultima ad uscire. Il cognome della mia famiglia inciso sulla porta, non è altro che una conferma: costruire qualcosa con chi ami, ha un valore aggiunto. Scendo i gradini lentamente. Fuori l'aria è umida e sono pronta a lasciarmi alle spalle una faticosa giornata di lavoro. Ogni sera, in auto, ripercorriamo la stessa strada in silenzio. Non ci sono domande, urla o bambini che sembrano posseduti per delle stupide carie da caramelle. Solo io e Nevaeh, una sigaretta e qualche battutina. Come un'abitudine. E le abitudini sono rassicurati. Sono porti sicuri in cui rifugiarsi quando c'è una tempesta in atto.
«Tutto bene?» domando. Inclina la testa contro lo sportello e slega i capelli.
«Ho un mal di testa atroce. Questa giornata è stata estenuante, la Sign. Audrer non smetteva di muoversi e non riuscivo ad anestetizzarla, continuava a chiudere la bocca» dice. Indossa la solita divisa blu, la mascherina stretta al polso e la penna, con la lucina integrata, nel taschino sinistro. Il viso è ricoperto di lentiggini e le ciglia valorizzate da uno strato sottile di mascara. È stanca, proprio come me. Nel momento in cui posteggio l'auto nel vialetto, uno strano bagliore le attraversa le iridi. Ah...io lo so cos'è! O meglio, chi è. Eccolo lì, mentre armeggia con il barbecue accanto a mia madre. Il suo ragazzo - e futuro marito- Jason Montgomery. Possiede un'officina rinomata a Lafemy's Avenue, una di quelle in cui entri perché ti fanno sentire a casa. Ed è stato proprio così che si sono conosciuti tre anni fa i nostri due piccioncini. Fra bulloni, chiacchiere e ruote bucate.
«Ehi! Nev! Sei tornata!» si sbraccia mostrando il sorriso più ampio che abbia mai visto. Il grembiule rosa gli sta piccolo sul petto per quanto è robusto e ben piazzato. Scuote, come un forsennato, le pinze con la mano destra. Con quella libera le circonda le spalle e le lascia un bacio sulla fronte.
Stampo un sorriso e vengo travolta da un abbraccio.
«Zia Aisa!» urla. «Finalmente sei arrivata! La mamma non smetteva di urlare contro Zia Lilian. È stato cringe! Super cringe!» solleva le braccia in alto, nello stesso identico modo in cui lo fa sua madre. Kilian ha nove anni, adesso. Uno spiccato senso dell'umorismo e i capelli più biondi che abbia mai visto. E no. Non gli ho insegnato alcuna parolaccia anche se, la sua parola preferita, è: cringe. Qualsiasi vestito indossi sua madre, qualsiasi cosa accada... perfino l'agnello del giovedì, per lui, è cringe.
«Perché vai a spifferare sempre tutto in giro?» esclama Mirea, dal portico, con un libro stretto fra le mani. Il corpo, ormai, sinuoso è racchiuso in un vestitino floreale e sembra conservare quella dolcezza che aveva da bambina, anche se negli occhi c'è qualcosa di diverso. Più da ragazzina. Più da: sto attraversando il mio periodo da schizzinosa, lasciatemi in pace. Lo stesso che avevo anch'io alla sua età.
«Falli tu! I fatti tuoi! E poi...che sono i fatti tuoi? Esistono i fatti di tutti?» chiede Kay, dubbioso. Poggia la mano sul mento e dondola sui talloni. Accenno un sorriso e gli scompiglio i capelli. «E poi non stava mica urlando...» continua mia sorella, senza staccare gli occhi dalle pagine. «Stava solo spiegando a Jason che il carbone non si accende con mezzo litro di liquido infiammabile. E Lilian, come al solito, si è immischiata» spiega. La bionda compare, come attratta da una sorta di magnete, seguita da Claire la sua nuova ragazza.
«Ha funzionato!» punta il dito sulle fiamme ardenti.
«Ma se stava dando fuoco al prato! Stavo per chiamare i vigili del fuoco!» esclama Brianna a pochi passi da noi.
«Ma sono dettagli!» urla di rimando Jason, mentre avvolge le costolette nella carta assorbente. «Ogni giovedì è sempre la stessa storia» commenta Mirea, in preda ad una crisi nervosa. «Eppure sei sempre a guardarci» le risponde a tono mia madre, ammonendola. Sistema la tovaglia sul tavolo e acconcia le sedie intorno ad esso.
«Qualcuno deve pur controllare che Jason faccia il lavoro sporco» ribatte, senza perdere un colpo.
«Ma la senti come parla?» sussurra Kay al mio orecchio, «Perché io vengo sgridato? E lei può dire tutto ciò che vuole?» indica la ragazza, con la fronte aggrottata e le labbra strette in una linea sottile.
«Perché tu sei un moccioso! E i mocciosi devono fare quello che dicono gli adulti!» grida di rimando. Nevaeh scoppia a ridere, seguita dagli altri. Da quant'è cresciuta così tanto? L'ultima volta che ho controllato aveva il sonaglino fra i denti e a stento pronunciava delle frasi di senso compiuto. Saranno stati i ''sì'' che le ho riservato? O tutti i capricci a cui non ho saputo dir di no? Sollevo le spalle con riluttanza, mentre rammento il compito in classe che aveva stamattina alla quarta ora. Cammino lungo il vialetto sterrato, fino ad essere dinanzi a lei. I piedi bruciano nelle Converse e lo stomaco brontola per la fame.
«Mimi, allora? Com'è andata a scuola?» chiedo. Finge per qualche secondo di non aver udito la domanda. Poi richiude il romanzo con un tonfo. Scuote i fili dorati. È un gesto che compie quando qualcosa non è andato secondo i suoi piani.
«Interrogazione di storia» puntualizza, «Otto e mezzo» mi guarda di traverso.
«Solo?» dico, e so benissimo quanto le dia fastidio non essere arrivata prima.
«La professoressa dice che sono troppo perfezionista» e non è la prima volta che viene rimproverata per questa sua mania. Annuisco, afferrandole un braccio. Rimango a fissarla per qualche secondo. Mi rispecchio negli occhi azzurri. È più simile a me di quanto immaginassi. Sarà il modo in cui risponde a tono, sarà il fatto che ama le svendite al centro commerciale, sarà che legge qualsiasi libro le capiti davanti. Sarà che ha la capacità di osservare il mondo come se non esistesse alcun male. Ha qualcosa che mi ricorda qualcuno. Qualcuno oltre me. Forse la mamma. Forse Nevaeh. O forse è solo la copia sputata dell'uomo che ci ha abbandonate.
«Tutti a tavola!» grida Emily, richiamandoci. I capelli tinti di rosso le arrivano alle spalle, ormai, un po' curve. Cammina velocemente e si siede con, altrettanta, smania. Non le manca sugli occhi la solita sfumatura d'ombretto rosa e il rossetto rosso sulle labbra. È sempre bella. Forse con qualche anno in più, ma non smette di essere la donna più forte dell'intero pianeta.
«Non dimentichiamo la preghiera!» urla Kay, nel momento in cui prende posto. Mi tiene la mano come un vero ometto, intreccia le mie dita con la sue. Brianna ci guarda di sottecchi, attende che faccia lo stesso con lei. E lo fa. Perché è un bambino incredibilmente intelligente. Spero che, un giorno, i miei figli abbiano la stessa sensibilità e la stessa premura che Kilian ha nei confronti di sua madre. Oggi ho ventotto anni. Sono una donna in carriera. Ho un lavoro che amo. Tra qualche settimana mi trasferirò in un piccolo appartamento in centro, nonostante io abbia una casa in cui continuo a sentirmi figlia. Ma se dovessero chiedermi: c'è ancora qualcosa che desideri? Risponderei di sì. Vorrei una famiglia. Una tutta mia. Vorrei un marito da cui tornare dopo una giornata di lavoro molto intensa. Vorrei dei figli che mi riempissero il salotto di risate, giochi sparsi e serate colme di film Disney.
C'è stato qualcuno, dopo Hendrick, inutile negarlo. Poi Jeremy, una sera d'estate, ha bussato alla mia porta e mi ha consegnato la lettera. Quella lettera. Quella che aspettavo da anni. E tutto ha smesso di esistere in quell'istante. Gli specchi su cui mi ero aggrappata si sono sgretolati in minuscoli pezzetti, così affilati e taglianti che mi hanno riaperto ferite che sembravano essere guarite. E nessuno è più riuscito a colmare quello che lui mi ha lasciato. Conservo, ancora, quel foglio sotto al materasso, proprio come facevo da bambina con le bambole. Mi sono concessa di rileggerla solo qualche volta. Solo quando la sua assenza è così forte da farmi sentire vuota. Ho continuato a vivere, come lui stesso mi ha suggerito. Con la consapevolezza che alcune persone non sono fatte per restare.
Sono fatte per essere ricordate anche quando non fanno più parte della tua vita.
«Raisa, mi passi il pane?» chiede mia madre, distogliendo l'attenzione.
Le porgo l'intero cestino, mentre Lilian e Brianna continuano a discutere sull'ultima conquista di quest'ultima. Jason scuote la testa divertito e Nevaeh, come al solito, tappa le orecchie del piccolo come se potesse davvero esonerarlo dalla conversazione.
«Era una fottuta Drag Queen...roba da matti! Ho assistito al suo spettacolo e non avevo notato che fosse lui! Quante cazzo di probabilità c'erano?» esclama la mora, mastica un pezzo di carne alla griglia e accavalla le gambe.
«Le parole! E poi...gli hai chiesto che lavoro facesse?» strilla la bionda.
«Era rilevante? Aveva dei muscoli pazzeschi, pensavo lavorasse in security. Non come una ca-» si corregge, «cavolo di Bratz! Sotto effetto di stupefacenti!» strombazza. Le risa si sovrappongono, mentre la mora è sul punto di scoppiare. Porta la mano sulla nuca e tira indietro la chioma voluminosa. «Basta! Con gli uomini ho chiuso!» spalanca le braccia, rammaricata.
«Mamma io sono un uo- Ahi!» la vocina di Kilian interrompe il cabaret. Mi volto di scatto, protrae il palmo dinanzi alle labbra con le palpebre sbarrate.
«Che succede?» domando, alzandomi dalla sedia. Sul palmo c'è un dentino minuscolo, macchiato di sangue. L'ultimo dei superstiti. Rimane a fissarlo per qualche secondo, incredulo che anche lui abbia scelto di andarsene.
«Fammi vedere» Nevaeh gli prende il mento tra le dita, senza protestare di essere tornata, magicamente, ed esercitare la sua professione. «Era già pronto a cadere» sentenzia, schioccandogli un bacio sulla gota pallida.
«Posso avere un gelato adesso?» domanda serio.
La madre l'ammonisce con la sguardo.
«Domani mattina andiamo in clinica per controllare che quello nuovo cresca bene e poi andiamo a prendere il gelato più grande di tutta Southdell» prometto, gli occhi gli si illuminano. Saltella e mostra il dentino a Mirea che lo schiva, disgustata.
Forse la felicità è proprio questa.
Le persone che ami, qualche promessa e un bambino che stringe fra le dita un dentino come se fosse il tesoro più prezioso del mondo.

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⏰ Ultimo aggiornamento: 5 days ago ⏰

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