Capitolo 44

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Hendrick

4 anni dopo...

Attraverso il corridoio, osservando le sbarre che mi hanno tenuto prigioniero in tutti questi anni. Il cancello si apre con lo stesso rumore metallico che ho sentito un centinaio di volte. Ma è diverso: non devo rientrare. Finalmente, dopo nove anni, sono libero. Nove anni, quattro mesi e dodici giorni. Li ho contati, dall'inizio della pena. Un po' per rabbia, un po' perché era diventata una sorta di mantra: tutte le mattine segnavo sull'agenda quanti giorni mancassero alla fine. E speravo, con tutto me stesso, che arrivasse il prima possibile. L'agente, di turno questa mattina, mi rivolge un cenno e una pacca sulla spalla.
Mi sorride. Uno di quelli sinceri. Perché infondo, dentro queste mura, sono prigionieri un po' anche loro insieme a tutti gli altri.
«Stammi bene, Anderson!» strilla, prima di chiudere la porta blindata con un tonfo.
Resto immobile per qualche secondo. La sacca poggiata ai piedi e il cuore che batte come un tamburo. Saranno i raggi del sole che mi scaldano la pelle, sarà il vento afoso del solstizio d'estate che si infrange sulle guance, ma mi sento di essere tornato a respirare. Osservo le macchine appostate in fila lungo i bordi della strada, il terriccio bagnato su cui, finalmente, sono poggiate le suole delle mie scarpe.
Dio...è tutto così surreale da sembrare un sogno. Poi mi volto, concedo un ultimo sguardo a quella che è stata la mia ''casa'' in tutti questi anni. Ed è buffo, a tratti strano. Dovrei essere contento di essermi lasciato alle spalle: storie abominevoli, abusi, suicidi...invece non riesco a non percepire quella nota malinconica di aver lasciato, lì dentro, una parte di me. Quella giovane, spensierata e ricca di speranza. Oggi ho trentaquattro anni. Sono, momentaneamente, disoccupato. Per lo stato: un pregiudicato. Non ho una moglie, non ho dei bambini, non ho una famiglia da cui tornare e non ho un tetto sopra la testa. In compenso, però, ho una gran voglia di rimettermi in gioco. La galera ti cambia, l'isolamento ti rende una persona diversa ed il pentimento è viscerale. Ho pensato spesso a quanto male la mia famiglia abbia procurato, a quante vite abbia spezzato e a queste persone abbia reso possibile la discesa agli Inferi. E il mio pensiero sul patrimonio non è mai mutato: non diverrò l'erede di nulla. Che possano andare al Diavolo! Due anni fa ho firmato per la cessione dell'eredità: tutto ciò che era in mio possesso, adesso, è nelle mani di Akiro.
Qualunque cosa, ogni cosa. Tranne, il ranch di Zio Dom.
Quello, spetta a me di dovere.
«Ehi! Hendrik!» urlano a pochi passi da me.
«Siamo qui!» raccolgo la sacca e mi dirigo verso il pickup blu, di Angel, che riconoscerei anche se dovessi perdere la memoria.
«Non posso crederci...» il viso colmo di lacrime di Madelyn s'infrange sulla t-shirt, proprio come l'ultima volta che ci siamo visti. Indossa uno dei completi sartoriali, da donna, più belli che abbia mai visto. I tacchi a spillo piantonati sull'asfalto e le labbra tinte di rosso. È una donna, ormai. Non c'è traccia della ragazzina che piagnucolava per degli stupidi giocattoli. Sull'anulare sinistro luccica un anello d'argento costellato di diamanti, sono delle vere pietre. Ed è il segno, purtroppo per me, che il tempo è trascorso e che è diventata un'adulta prossima alle nozze. L'abbraccio con impeto, facendola volteggiare. Qualcosa nel suo aspetto è cambiato, ma profuma sempre nello stesso modo: ingenuità e dolcezza.
«Eddai, Maddy. Lascialo, almeno, respirare un po' d'aria fresca!» Jeremy mi lascia qualche pacca, prima di schioccarmi un bacio colmo d'affetto sulle guance. E non mi rispecchio più nelle sue iridi: non una sola cosa ci accomuna. Riconosco l'odore del muschio bianco che un tempo impregnava anche i miei vestiti. Indossa, persino, delle scarpe di pelle laccate e firmate.
«Ma come ti sei vestito? Hai un congresso...o qualcosa del genere? Cavolo! Amico! E queste scarpe?» scherzo, prendendomi gioco di lui.
«È così che vieni a recuperare un fratello appena uscito di prigione?» chiedo.
Maddy sorride fra le lacrime e, forse, ricorda quando, un tempo, eravamo solo dei ragazzini spensierati e senza timori. Occulto un sorriso con il dorso della mano. Mi sono annullato per rendere la loro vita il più serena possibile ed è questa la battaglia che volevo vincere.
«Ma che razza di idiota...» bisbiglia.
«Guarda, non è bello?» compie qualche giravolta, mentre si pavoneggia. «Ne ho comprato uno anche per te, direttamente dall'Italia, dobbiamo solo recuperarlo in ufficio» afferma.
Scuoto la testa. «Lascia perdere, non vedi come mi sono allenato bene? Sicuramente sarà di qualche taglia in meno...» gli mostro uno dei miei soliti ghigni.
Solleva le spalle e rotea gli occhi. Poi abbassa lo sguardo.
«Avevo paura che non avrei mai avuto occasione di dartelo» sussurra, dondolando sui talloni.
«Mi sei mancato anche tu, Jay» dico, spintonandolo.
«Posso salutare mio fratello? O devo tornarmene a casa?» sento dire a pochi passi da noi. Ed è come un richiamo: il tono duro di Angel arriva dritto al cuore, procurandomi una serie di brividi lungo la spina dorsale. Compio alcuni passi e mi ritrovo stretto fra le sue braccia in una morsa letale. La barba mi solletica la mascella, ma continuo a stringerlo come se potessi tornare indietro nel tempo.
A quando ero un bambino spaventato e intimorito, ma non solo.
Solo, non lo sono stato.
Mai.
«Sono stato bravo?» dico, in sussurro, contro la pelle candida del suo collo.
«Il più bravo di tutti» risponde, sfiorando la cicatrice nella parte alta della fronte. Questo segno non è solo un brutto ricordo, ma è un motivo per ricordare dov'eravamo prima di essere qui. Da dove siamo partiti. Nonostante io abbia trascorso vent'anni della mia vita nell'agio e nello sfarzo, non ho mai dimenticato. Non me lo sono mai dimenticato, nemmeno dopo essere stato portato lontano da lui. E in prigione un po' l'ho vissuta, quella stessa merda.
Ma adesso, sono fuori.
E questo è quello che conta davvero.
Mi scosto solo per guardarlo dritto negli occhi chiari, limpidi e dello stesso colore del cielo.
«È bello vederti» bisbiglio, compiendo qualche passo indietro.
Osservo ognuno di loro, in piedi contro l'auto.
«È bello, essere qui. Finalmente tutti insieme» una lacrime solitaria sfugge al mio controllo e l'asciugo con il dorso della mano.
«Hendrick...» ed è Madelyn a pronunciarlo: il mio nome. Quello reale, non quello che mi è stato affibbiato.
«Mi sei mancato tanto» singhiozza.
«Anche tu, Mads. Mi sei mancata anche tu» le schiocco un bacio sulla fronte.
«Adesso, dove vuole che la porti? Come primo passo verso una nuova vita?» la domanda di Jay rimane sospesa nell'aria per qualche istante, leggera come il vento del solstizio che continua a colpirci le guance. La risposta, in realtà, la conosco già da prima che quel cancello si spalancasse.
«Al ranch» dico, e la voce mi esce ferma, privo di esitazione.
«Portatemi da Zio Dom».
Angel sorride, stringendo le chiavi del pickup tra le dita, mentre Madelyn mi afferra un braccio, incastrando le sue dita tra le mie. Non c'è bisogno di aggiungere altro, non servono spiegazioni su quello che lascio indietro o sulle macerie del passato che ho deciso di non rivendicare. Saliamo in auto e, mentre il motore si avvia con un rombo familiare, evito di guardare lo specchietto retrovisore. Non mi serve vedere le sbarre che si rimpiccioliscono alle nostre spalle. Davanti a noi c'è solo l'asfalto rovente, e per la prima volta, smetto di contare il tempo.

𝑭𝒊𝒐𝒓𝒊 𝑵𝒆𝒍 𝑩𝒖𝒊𝒐.La tua prossima ossessione. Scoprilo ora