4. Per te sono solo Genesis
Quella notte dormii poco e veramente male. L'idea che una persona all'infuori di me, mio padre e Maria entrasse in casa nostra mi metteva i brividi.
Inoltre, mi dava particolarmente fastidio il fatto che mio padre non si decidesse finalmente a lasciarmi da sola. La sua fissazione di aver paura che io potessi fare qualcosa di stupido mi dava sui nervi, soprattutto perché significava che non aveva fidicia in me.
Chissà chi sarebbe venuto a riempire le mie giornate noiose e tutte uguali. Speravo venisse una donna. Stare con gli uomini mi metteva a disagio, anche se non sapevo benissimo il motivo.
Sicuramente sarà una donna oppure una ragazza della mia età, pensai. Papà non mi lascerebbe mai da sola a casa con un ragazzo sconosciuto.
Dopo una notte passata a girarmi e rigirarmi nel letto senza prendere sonno, decisi di alzarmi. Aprii la finestra e mi diede il buongiorno un panorama delle strade di Toronto con la neve.
Ho sempre amato la neve. Quando ero bambina, durante le giornate in cui nevicava abbondantemente, io e mia madre andavamo al parco a fare pupazzi di neve e discese sullo slittino.
Piccoli e delicati fiocchi di neve si posavano sul vetro, per poi sciogliersi. Cadevano dal cielo ondeggiando, come se stessero ballando una danza. Quella condizione mi rilassava.
Spalancai la finestra e sporsi fuori da essa il mio braccio. Il vento freddo e pungente mi fece arrivare parecchi brividi in tutto il corpo. La mia mano fu ricoperta da piccoli fiocchi e poi mi decisi a chiudere a finestra, per la bassa temperatura.
***
"Allora Gen" disse con un tono di voce piuttosto alto per poi baciarmi la fronte, "pronta per fare nuove conoscenze?"
Percepivo quel filo di ironia nel suo discorso.
Decisi di non rispondergli, continuando a pettinarmi capelli.
"Abbiamo la luna storta stamattina, eh?" Continuò mio padre per poi uscire dal bagno.
Sbuffai e alzai gli occhi al cielo.
Cercai di rendermi il più presentabile possibile, ottenendo però scarsi risultati.
Non avevo affatto voglia di conoscere delle persone, non avevo voglia di cercare di far converasione per spezzare l'imbarazzo, di parlare dei miei passatemi, dei miei problemi, di me e della mia vita. Volevo soltanto stare da sola.
Sentii il campanello suonare e venni totalmente presa dal panico.
"Gen, vai tu?" Sentii dire da mio padre nell'altra stanza. Si stava sicuramente mettendo la cravatta, ne ero sicura. Ma in fondo non mi importava in quel momento della sua cravatta o di qualsiasi altra cosa stesse facendo.
Cercai di sembrare più calma possibile anche se dentro stavo impazzendo come una persona claustrofobica bloccata in un ascensore.
"No. Devo finire di prepararmi"
"Okay, allora vado io"
Sentii i suoi passi avvicinarsi alla porta d'ingresso e aprirla.
Deglutii rumorosamente. Continuai a moridermi il labbro nervosamente cercando di ascoltare i discorsi tra mio padre e l'altra persona provenienti dal soggiorno, ma sentii solo dei rumori che dovrebbero essere voci. Sentii solo la rumorosa risata di mio padre.
Cercai di controllare il respiro e chiusi gli occhi. In quel momento desiderai solo scomparire. Un brivido mi percorse la schiena e la solita sensazione di terrore sembrò avere la meglio sul mio autocontrollo.
Sentii bussare alla porta del bagno e per poco non feci un salto dallo spavento.
"Genesis?" era mio padre.
"Si?" Risposi avvicinandomi alla porta.
"Hai finito?"
Mi appoggiai al lavandino e mi guardai allo specchio.
I miei capelli rossicci mi ricadevano davanti al volto, ricoprendo i miei occhi marroni, tali e uguali a quelli di mia madre.
Genesis, pensai tra me e me, ce la puoi fare. Non fare la pazza, reagisci alla vita.
Chiusi gli occhi e respirai profondamente. Quando li riaprii ero molto più determinata e tenace.
"Adesso esco papà, arrivo subito"
Mi feci velocemente una treccia di lato, lasciando qua e là qualche ciocca per conto proprio.
Forza Genesis, pensai ancora. Forza.
Arrivai alla porta e la aprii. Mio padre era davanti a me, con la sua solitia giaccia e cravatta e con il suo forte profumo che mi circondava da quando ero piccola.
Avanzai lentamente per il corridoio per poi arrivare in soggiorno.
Appena misi piede il quella stanza me ne pentii amaramente.
Rimasi a bocca aperta, fissando quel ragazzo intento a squadrarmi da capo a piedi.
Era un ragazzo, sì, proprio un ragazzo.
Si avvicinò a me e in quel momento il mio unico desiderio era diventare invisibile per non essere vista.
Mi porse la mano, continuando a sorridere. Gliela strinsi con poca convinzione senza riuscire a non fissare quei suoi occhi color caramello.
"Sono Justin"
"Genesis" risposi meccanicamente.
Si passò una mano nei capelli color oro, con un ciuffo verso l'alto.
"Bene" sentii dire da mio padre dietro di me, "è arrivato il momento di andare, non vorrei fare tardi"
No, non poteva andarsene e lasciarmi da sola a casa con uno sconosciuto. Non poteva.
Si avvicinò alla porta ma poco prima di uscire, lo bloccai.
"Che storia è questa?" Dissi indicando con gli occhi il ragazzo nel nostro soggiorno.
"Non dici sempre che non mi fido di te?" Rispose prendendo velocemente le chiavi dalla tasca dei suoi pantaloni.
"Sì, ma che che c'entra?" gli chiesi cercando di attirare la sua attenzione, ma ormai era troppo tardi. Era già uscito.
Chiusi la porta e tornai lentamente nel soggiorno, sperando con tutto il cuore che quel ragazzo se ne fosse andato oppure non fosse mai entrato in casa mia.
Purtroppo, era ancora là, con la sua felpa grigia e con quei suoi occhi che vagavano ovunque, fino a posarsi su di me.
"Allora Genesis" disse avvicinandosi a mentre io rimanevo immobile, "che ne dici se ci conosciamo un po'?"
Annuii poco convinta e misi le mani in tasca. Mi misi seduta sul divano e lui fece lo stesso.
"Dai forza" disse guardandomi "fammi una domanda e io ti rispondo, poi facciamo il contrario"
Dovevo ammetterlo, era davvero un bel ragazzo, ma questo non incideva sul fatto che fosse uno sconosciuto a casa mia.
Non riusivo a smettere di fissare quelle labbra rosee e carnose pressate tra loro, quei capelli spettinati ma perfetti e quegli occhi profondi, ma decisi di contenermi e mantenere le distanze tra di noi.
"Uhm, che fai nella vita, Justin?" Dissi senza apprezzare la banalità e la poca fantasia della mia domanda.
"Studio medicina all'università" rispose passandosi di nuovo una mano tra i capelli.
"E allora perchè sei qui?" chiesi confusa.
"Spiacente, ma non si possono fare più domande consecutive" ripose con un sorriso beffardo.
Forse avrei dovuto ridere, invece rimasi seria come prima.
"Cosa ti piace fare?"
Gli raccontai dei miei hobby: della pittura, della musica e di ciò che mi faceva ancora battere il cuore, ciò che mi faceva sentire ancora viva.
"Genesis, posso chiamarti Gen?" Domandò. In quel momento, i nostri occhi di incrociarono per la prima volta.
Guardai in basso e scossi il capo.
"No, mi dispiace" risposi cercando di liquidarlo velocemente. "Per te sono solo Genesis"
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Agorafobia; jdb
Fiksi Penggemar«L'agorafobia è la sensazione di paura o grave disagio che un soggetto prova quando si ritrova in ambienti non familiari o comunque in ampi spazi all'aperto, temendo di non riuscire a controllare la situazione che lo porta a desiderare una via di fu...
