2. Casa dolce casa

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2. Casa dolce casa

Entrai facendo scricchiolare leggermente la porta della camera di mio padre.
Cercai di non andare a sbattere contro qualcosa per via della poca luce.

Mi misi seduta accanto a mio padre. C'era solo il rumore del suo respiro, caldo e rassicurante. Iniziai a scuoterlo dolcemente, in modo da dargli il miglior buongiorno possibile. Non è una bella senzaione quella di essere svegliati di fretta e furia, lo so perché mia madre lo faceva sempre e i suoi modi bruschi erano sicuramente una cosa che odiavo di lei.

Però nonostante i suoi difetti mi mancava, mi mancava tutto di lei. Non passava giorno in cui il mio pensiero non si fermasse a lei e all'idea che la sua morte era una mia responsabilità.

Sentii mio padre svegliarsi pian piano per poi alzare il capo come per assicurarsi che la persona che avesse appena interrotto i suoi sogni d'oro per riportarlo sul pianeta Terra fosse veramente sua figlia.

Gli sorrisi nonostante il buio, difatti non fui sicura che avesse visto davvero il mio sorriso.

Mi alzai e mi avvicinai alla finestra, per poi tirare le tende, facendo entrare la luce del poco sole che una nuvolosa mattina di Toronto potesse permettersi.

"Buongiorno Gen" disse mio papà stiracchiandosi, ancora sotto le corperte.Ricambiai il bungiorno, altrettanto cordialmente.

Uscii dalla sua stanza per andare in bagno e, appena entrai, l'enorme specchio riflettè la mia immagine.
Mi lavai il viso con l'acqua ghiacciata e mi asciugai con un asciugamano posto alla mia destra. Alcune cose, nonostante dopo tutti questi anni trascorsi, continuavano ad avere l'odore di mia madre, come ad esempio l'asciugamano: quell'odore di fragole fresche mi perseguitava, facendomi sentire costantemente un'assassina.

Mi guardai allo specchio: avevo davvero un terribile aspetto. Passai una mano sui miei capelli rossi, uguali a quelli di mia mamma. Mio padre mi aveva sempre detto che da giovane lei era tale e uguale a me, lo ripeteva sempre, forse cercando di riempiere il vuoto che lei gli aveva lasciato nel cuore. Così facendo peggiorava solo la mia situazione perché vedevo mia madre ogni volta che vedevo me.

Cercai, con vari prodotti, di far scomparite o perlomeno diminuire le terribili occhiaie che avevo per via del poco sonno e, dopo qualche minuto, mi decisi ad uscire. Mi avviai in cucina e iniziai a preparare la colazione per me e mio padre.

***

"Come hai dormito questa notte, Apri?"

Mi voltai dopo quella domanda che mi aveva posto Maria, la nostra domestica.

In realtà lei non era una vera e propria domestica, ma mio padre l'aveva assunta per aiutarmi durante le giornate, quando lui era al lavoro. Gli avevo esplicitamente spiegato che non c'era bisogno di assumere una donna di servizio, potevo benissimo cavermela da sola, ma lui non voleva nemmeno pensarci, a lasciarmi sola.
Secondo me temeva che, abbandonata a me stessa, averei potuto fare qualche sciocchezza. Dopo quello che era successo a mia madre, lui era diventato uno di quei padri iperprotetti.

Avevamo assunto Maria da qualche anno, da quando avevamo scoperto del mio problema.
Maria, donna ormai anziana, era nata e cresciuta in Polonia. Era scappata da casa alla ricerca disperata di un lavoro, ma questo parecchi anni prima. Ormai la sua vita era a Toronto.

"Ho dormito solo poche ore, ma non avevo tantissimo sonno oggi" le risposi mentendo.

Era appena tornata dopo aver fatto la spesa. Presi le borse e le portai in cucina, iniziando a disfarle e a sistemare i prodotti nei loro appositi scaffali.

"Fai ancora quei sogni strani?"

Annuii.
Dalla morte di mia madre, ogni notte facevo degli incubi terribili, i quali mi facevano dormire veramente poco.

"Tranquilla April, passeranno presto" disse Maria, ormai a corto di risposte.

Io annuii di nuovo continuando a sistemare le cose con oridine.

Maria era la sola a chiamarmi con il mio secondo nome, April.
Non lo sapeva nemmeno lei perché lo faceva dato che ormai nessuno mi chiamava più April da un pezzo.

"Come procedono i tuoi disegni?" Continuò. Lei era davvero una gran chiacchierona, non riusciva mai a stare in silenzio, al contrario di me.

"Procedono bene" risposi con poca convinzione.

Le mie uniche passioni erano l'arte e la musica.
In camera mia, possedevo un pianoforte e con quello suonavo e cantavo. La musica mi aiutava sempre tanto, mi sfogava, per me era una specie di rigugio.
Mi piaceva anche tanto disegnare. Facevo disegni di ogni tipo, ma principalmente dipingevo volti. Volti di persone immaginarie, con una vita immaginaria, con una famiglia e amici immaginari. Mi piaceva l'idea di crealirli, crearli da zero. Immaginare la loro vita, i loro sogni e speranze. Ero io quella che aveva il controllo. Potevo decidere tutto io su di loro e loro non potevano impedirmi di fare qualcosa, al massimo era il contrario.

Per il resto del tempo non facevo un granchè, perlopiù pensavo. Pensavo a tante cose, per esempio perché uscire di casa mi terrorizzasse tanto, anche se io ormai non la consideravo più nemmeno una casa.

Puoi definire 'casa' un luogo in cui puoi essere te stesso. In cui non devi aver paura e temere niente e nessuno. Un luogo sicuro.
Puoi definire 'casa', non solo un'abitazione, ma anche una persona. Una persona che ti fa sentire veramente al sicuro, che ti fa sentire veramente a casa.
Io non ero a casa né a casa mia, né con nessuna persona. Io non avevo una vera casa. Almeno prima di conoscere lui.

Agorafobia; jdbDove le storie prendono vita. Scoprilo ora