9. Credo solo in ciò che vedo
Genesis
Fuori continuava a far freddo. Non nevicava, eppure faceva freddissimo e nonostante fossi a casa con il riscaldamento acceso, congelavo come un cubetto di ghiaccio.
Mi preparai un thè bollente e quando lo versai nella tazza mi stupii che quest'ultima non si sciolse per il calore del liquido.
Bevvi il mio thè caldo, appiccicata al termosifone in cucina, come facevo sempre. Eppure c'era un cambiamento nella mia routine: lui.
Quel giorno venne a casa subito dopo che mio padre uscì. Ogni volta che lo vedevo riuscivo a detestare mio padre sempre di più per lasciarmi con lui da sola.
Justin continuava a farmi domande, semplici curiosità per lui ed io continuavo a rispondere a tutti i suoi semplici quesiti, cercando di non dimostrargli troppo il mio fastidio.
Io non volevo essere scortese con lui, sul serio, non lo volevo. Eppure sentivo di esserlo, sentivo di sbagliare nel relazionarmi con le persone.
Rispetta gli altri e loro rispetteranno te, diceva sempre mia madre, ed era vero. Non puoi pretendere di essere preso sul serio se non ti metti a disposizione ad ascoltare il prossimo.
Cercavo di sforzarmi con tutta me stessa, eppure chiunque senza la minima fatica avrebbe potuto fare di meglio.
"Sei sicuro che non ne vuoi una tazza?" gli domandai indicando il thè.
Lui negò. Continuai a bere.
Per un attimo Justin non mi chiese nulla, pensai allora che avesse terminato il suo questionario che sembrava davvero essere infinito: quel ragazzo aveva una curiosità senza eguali.
Continuò a passarsi una mano tra i capelli, come se per lui fosse d'obbligo.
Bevvi un sorso del bollente liquido che avevo versato nella tazza e nell'esatto momento in cui lo buttai giù, come lava bollente ma purificante, mi riscaldò fin dentro le ossa.
"Mi avevi detto che canti, giusto?" mi chiese il biondo.
Buttati giù un ultimo sorso di thè ed annuii.
"Sì , giusto" gli risposi. Avvolsi la tazza con le mani in cerca di più calore.
Lui si fermò un attimo. Aspettai una sua risposta, un'altra sua domanda da interrogatorio.
Portai ancora un'altra volta la tazza sulle mie labbra quando Justin si decide finalmente a parlare.
"Puoi farmi sentire come canti?" chiese, questa volta un po' imbarazzato."È solo una mia curiosità" continuò dopo, probabilmente volendo giustificare il suo essere tremendamente curioso.
Lo fissai negli occhi ed ebbi l'assurda impressione che il suo sguardo e il suo modo di fare mi stessero comandando.
Aprii leggermente le labbra ma senza voler dire nulla. Rimasi solo in silenzio.
Per un misero secondo non mi resi nemmeno conto di cosa accadde, anche perché neanche io lo sapevo. Fui come travolta da un treno. Rimasi ferma e muta, non sentivo rumori ma nemmeno il silenzio. Mi sembrò come di trovarmi nello spazio, a fluttuare nel vuoto cosmico ad aspettare di tornare finalmente sulla Terra.
Finalmente, tutto all'improvviso, ritornai lì dentro. Il mio viaggio fu così breve, eppure così lungo.
Ripensai alla domanda che mi aveva posto, ritornai in me.
"No" risposi, "scusa, ma non posso farlo".
Nel frattempo la tazza perdeva il suo calore nelle mie mani e l'orologio appeso al muro segnava il mezzogiorno.
Spostai lo sguardo su di lui: non ci era rimasto poi così male, probabilmente se lo aspettava.
"Okay" disse alzando le spalle "tranquilla"
Ci rimasi male per lui. Allora, per la prima volta nella mia vita, chiesi scusa. Erano scuse piene di rimosrsi e dubbi.
"Scusa ma non mi sembra il caso" mentii "magari la prossima volta".
Mi sorrise. Era un sorriso naturale ma nato da una bugia, più precisamente dalla mia bugia.
Magari esistesse un'altra volta, pensai tra me e me, magari fossi sincera.
Mi odiai per non essere sincera con lui, o con chiunque.
Non ebbi il coraggio di dirgli il vero motivo che mi spingeva a non cantare in pubblico o davanti a qualcuno.
"Mi dispiace Justin" sussurrai appoggiando la tazza, ormai fredda, sul tavolo accanto a me. "A volte non do peso alle mie parole" continuai fingendo un sorriso, come per dare poca importanza a quello che stavo dicendo.
"Non ti preoccupare" mi rispose, "tutti siamo casi persi"
Sorrisi.
"Che Dio ci aiuti" mormorai alzando gli occhi al cielo, sorridendo.
Mi misi seduta e lui fece lo stesso.
"Credi in Dio?" mi chiese dal nulla. Forse aveva preso troppo sul serio la mia affermazione.
Scossi la testa "No, io credo solo in ciò che vedo".
"Allora perché invochi il suo aiuto?" mi domandò sorridendo.
Scrollai le spalle.
"Non lo so. So solo che non esiste"
Lui appoggiò i gomiti sul tavolo; aveva lo sguardo talmente concentrato da sembrare perso.
"Come fai ad esserne così certa?"
Giocherellai con l'elastico attorno al mio polso.
"Mi sembra stupido identificare Dio come lui stesso. Perché voler attribuirgli un volto? Perché voler dedicare a lui tutte le nostre preghiere? Perché voler identificare le forme incerte delle nostre idee proprio a lui?
In genere le persone si appoggiano a Dio nei momenti di difficoltà ed è da ipocriti, non credi? Le persone pregano al miglioramento dei loro simili, ma proprio pregando invocano una figura sconosciuta chiendedo i loro comodi.
Le persone quasi mai pregano per far sentire Dio meno solo o per tenergli compagnia. Tutti lo reputano una macchina dei desideri e se le loro richieste non vengono soddisfatte smettono di credere in lui. Almeno io non credo direttamente nella sua esistenza e non gli chiedo niente.
Così nessuno dei due può rimanere deluso dall'altro, no?
Personalmente considero Dio un amico immaginario: è solo un modo che noi abbiamo per non sentirci soli e persi al mondo, un modo per autoconvincerci che a qualcuno importa davvero di noi, che a qualcuno stiamo realmente a cuore. Abbiamo solo bisogno di avere la certezza di essere unici e di essere qualcuno"
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Agorafobia; jdb
Fanfiction«L'agorafobia è la sensazione di paura o grave disagio che un soggetto prova quando si ritrova in ambienti non familiari o comunque in ampi spazi all'aperto, temendo di non riuscire a controllare la situazione che lo porta a desiderare una via di fu...
