42. Il peso delle parole
Molte volte è vero che tutto ciò che abbiamo è destinato a distruggerci. Alcune volte qualcosa di bello diventa inspiegabilmente qualcosa di terribile, o viceversa.
Molte volte, invece, qualcosa di bello è destinato a diventare ancora più bello di prima.
***
Dopo quella turbolenta serata, ovviamente, non mi addormentai. Però non rimasi sveglia per piangere o trovare una soluzione, rimasi sveglia perché ero troppo innamorata del pensiero di come sarebbe stato il mio bambino. Nemmeno per un momento il pensiero delle parole di mio padre arrivò alla mia mente, perché sapevo che non sarebbe successo.
Ciò che occupava i miei pensieri era ben altro, molto più bello di qualsiasi altra cosa.
Il solo pensiero di essere in due in quella stanza mi rendeva così euforica, così felice che mi era impossibile stare ferma.
Pensai a come sarebbe stato il mio bambino, da lì a pochi mesi, tra le mie braccia. Sarebbe stato un piccolo tesoro, una cosa forse troppo preziosa per questo mondo.
Oppure, sarebbe stata una grazioa bambina, ma in fondo il sesso non importava più di tanto. Non ti importa più di molte cose quando hai tutto.
***
Sentii dei passi pesanti nel corridoio. Alzai lo sguardo sulla radiosveglia accanto a me: segnava le sette del mattino.
Mi misi seduta e rimasi ad aspettare qualcosa che non arrivò. Aspettai un minimo di pentimento da parte di mio padre, delle semplici scuse che però avrebbero significato tanto, ma non ci furono.
Rimasi nella mia camera ad aspettare che andasse al lavoro, per poi attendere l'arrivo di Justin e spiegargli tutto.
Dovevamo trovare una soluzione assolutamente e anche nel minor tempo possibile.
Nell'attesa continuai a pensare al mio bambino.
***
Come in un sogno, i miei pensieri furono interrotti bruscamente. Il suono poco piacevole del campanello arrivò alle mie orecchie, facendomi scattare in piedi come un soldato.
Solitamente, Justin non arrivava mai a casa mia così presto, però quel giorno, non si sa per quale motivo, lo fece.
Non avevo la conferma della sua presenza, ma sapevo in qualche modo che fosse lui.
Mi precipitai all'entrata e spalancai la porta, trovando Justin davanti a me.
Ero certa che da lì a poco sarebbe scoppiato il putiferio tra lui e mio padre, sempre che non se ne andasse.
"Ehi" esclamò con un sorriso stampato in faccia, che però dopo la mia notizia sarebbe stato distrutto.
Si mosse per entrare, ma lo bloccai a malincuore.
"Justin, ascoltami" sussurrai, un po' preoccupata. "C'è un problema"
Le mie parole furono interrotte dalla persona che avrei desiderato di meno vedere in quel momento.
"Guarda chi si vede" esclamò l'uomo dietro di me.
Chiusi gli occhi per poi voltarmi. Aveva ancora la tazza del caffè in mano e un ghigno in faccia.
"Ti sei deciso a tornare dopo tutto lo schifo che hai fatto? Strano, non me lo aspettavo. Pensavo te ne fossi andato da qualche altra parte con la coda tra le gambe"
Appoggiò la tazza e incrociò le braccia al petto aspettando da Justin una risposta, magari provocatoria in modo d'avere un valido motivo per attaccarlo, anche se il ragazzo era giustamente confuso.
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Agorafobia; jdb
Fanfiction«L'agorafobia è la sensazione di paura o grave disagio che un soggetto prova quando si ritrova in ambienti non familiari o comunque in ampi spazi all'aperto, temendo di non riuscire a controllare la situazione che lo porta a desiderare una via di fu...
