15. C'è qualcosa che ti turba?
Genesis
Tracciai sul foglio il contorno del suo viso e, subito dopo averlo fatto, iniziai a disegnare le sue labbra carnose, a forma di cuoricino.
Posai lo sguardo su Justin, in piedi dall'altra parte della stanza, intento a far muovere la matita sul foglio, come stavo facendo io.
In quel momento, lui mi guardò per un secondo e, notando che avevo lo sguardo su di lui, sorrise.
Feci finta di niente e continuai il mio disegno.
Disegnai in modo confusionario ciocche di capelli che gli ricadevano sul dolce volto. Subito dopo, quelle linee che erano solo dei semplici schizzi, assunsero una forma più reale.
"Come sta andando?" mi chiese.
"Bene" risposi, senza staccare lo sguardo dal mio disegno.
"Il tuo?"
Alzai lo sguardo dal foglio e vidi che lui mi stava guardando.
Ridacchiò per poi sospirare rumorosamente.
"Lasciamo stare" disse scuotendo il capo.
Misi in risalto con la matita i dettagli del suo volto sul ritratto, come la piccola cicatrice sotto l'occhio.
"Questa cosa mi sta facendo letteralmente andare fuori di testa" ammise Justin sedendosi poi sul mio letto. Si appoggiò al muro con la schiena e, respirando frustrato, si coprì il volto con le mani.
"Mi dispiace" ammisi ridendo, "non era il mio intento quello di farti impazzire"
Mi misi seduta sul letto vicino a lui e presi il foglio che aveva lasciato accanto a sé.
"Justin" lo richiamai scuotendogli la spalla e appena mi guardò gli feci notare il disegno che aveva fatto e che io tenevo tra le mani.
"È davvero bellissimo" ammisi.
E lo era davvero, nonostante le sue imperfezioni mi piaceva.
Mi misi una ciocca di capelli dietro l'orecchio e continuai a guardare il disegno.
"Lo sai" gli dissi con leggera malinconia, "nessuno mi ha mai ritratta in un disegno. Adesso che ci penso, sono sempre stata io quella che disegnava gli altri, eppure non è mai successo che qualcuno disegnasse me"
"Allora sono felice di essere io il primo". Allungò il braccio per prendere il mio foglio.
Lo analizzò per diversi secondi e poi annuì.
"Mi piace" disse, "sei brava, lo sai?"
"Avrei potuto far meglio questo disegno, oppure avrei potuto costruire meglio la mia vita, soltanto se" gli risposi, anche se poi mi fermai.
Ormai avevo capito che con lui potevo parlare ed essere sincera non solo perché me lo aveva chiesto lui, ma anche perché forse Justin, nonostante non lo conoscessi tanto, era l'unico che si preoccupava, o almeno così sembrava, di me.
Nonostante mi sforzassi di essere più aperta nei suoi confronti, c'era di continuo qualcosa che mi fermava.
Comunque, nonostante questo, decisi di non parlare a Justin di mia madre o perlomeno non in quel momento.
"Soltanto se?" disse aspettando che terminassi la frase.
Non ancora, Justin. Non ancora.
Scossi la testa.
"Niente, lascia perdere"
"Chi è quella?"
Mi voltai cercando di capire cosa volesse dire.
"È tua madre?"
Mi guardai il giro e i miei occhi si posarono su un ritratto che avevo fatto tempo fa.
In quell'assurdo istante, sentii qulcosa scattare dentro di me, come se quel qualcosa fosse stato sempre lì, pronto ad afferrarmi, ma allo stesso tempo io fossi stata troppo impegnata a pensare ad altro per rendermene conto. In quel momento ebbi davvero paura di perdermi dentro qualcosa fin troppo grande per me, qualcosa di talmente estraneo da me che riuscivo a sentirlo vicino. Quella sensazione mi fece accapponare la pelle.
"Lo sai" continuò Justin schiarendosi la voce, "è dalla prima volta che sono entrato qui che l'ho notata"
Venne vicino a me e mi prese leggermente per un fianco.
"Chi è?" mi chiese ancora.
"Non è nessuno. Non è mia madre, è solo una donna con i capelli rossi".
Mi spostai e mi avvicinai alla finestra.
Quante cose erano cambiate da quando lei non c'era più per colpa mia. Quante cose erano cambiate nella mia vita e in quella di mio padre, ed erano cambiate solo a causa mia.
"Non esiste, quella donna. È solo frutto della mia fantasia" continuai. Per un paio di secondi le mie parole mi fecero sentire meglio: sembravano così vere, eppure quando la loro magia svanì, fui costretta a ritornare alla dura e fredda realtà.
Sentii il vero e proprio bisogno di piangere, in quel momento. Però, come accadeva sempre, non ci riuscii. Nemmeno una piccola, minuscola lacrima, attraversò il mio viso.
"Genesis" mi sentii chiamare.
Non mi voltai. Rimasi ferma a guardare fuori dalla finestra un mondo, fatto di piccole emozioni immense di cui io avevo sperimentato un'area grande tanto quanto una scatola di cartone, rinchiusa in una casa che ormai non era più il mio rifugio, ma la mia spaziosa cella in una prigione ancora più grande, ovvero l'abisso in cui ero caduta.
"Genesis" Justin mi chiamò di nuovo "c'è qualcosa che ti turba?"
Sospirai e scossi la testa lentamente.
"No, va tutto bene"
Non riuscii a mentirgli e non riuscii nemmeno più a mentire a me stessa, eppure continuavo a dire una bugia dietro un'altra bugia: ormai tutto era diventato una menzogna talmente grande che non poteva più essere riparata.
La cosa stava andando oltre, a tal punto da non poter nemmeno più riuscire a conviverci.
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Agorafobia; jdb
Fanfiction«L'agorafobia è la sensazione di paura o grave disagio che un soggetto prova quando si ritrova in ambienti non familiari o comunque in ampi spazi all'aperto, temendo di non riuscire a controllare la situazione che lo porta a desiderare una via di fu...
